5 anime cyberpunk da vedere se hai amato Akira

di Riccardo Antoniazzi
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Se c’è un sottogenere della fantascienza che fa fatica ad accusare il trascorrere del tempo, quello è proprio il cyberpunk. Per i pochi che ancora non lo sapessero, con cyberpunk si intende tutto quel profluvio di opere d’autore o più d’intrattenimento che descrivono un futuro prossimo dominato dalla tecnologia. L’ovvio capostipite del filone è lo splendido Blade Runner di Ridley Scott, ma gli esempi di prodotti cyberpunk che hanno influenzato l’immaginario collettivo sono praticamente infiniti. Persino il recente videogioco Cyberpunk 2077 (da cui verrà tratta una serie tv in arrivo), sviluppato da CD Projekt Red, ha dimostrato che il sottogenere in questione ha ancora tantissimo da dire sul rapporto sempre più ossessivo tra l’uomo e le proprie creazioni.

Come spesso accade, il Giappone non ha rivali nel tenersi al passo con le mode occidentali, conservando comunque un’identità stilistica peculiare. Negli ultimi decenni il paese di Akira Kurosawa ha flirtato innumerevoli volte con il cyberpunk, che specie nel mondo degli anime ha trovato la massima espressione artistica. Capolavori come Akira di Katsuhiro Otomo e Ghost in the Shell non hanno ormai più bisogno di presentazioni, quindi dedicheremo questo excursus a 5 anime cyberpunk un po’ meno blasonati che dovreste proprio recuperare.

5 – MD Geist (Hayato Ikeda & Koichi Ohata, 1986)

Musica heavy metal ad alti ottani, robot-mutanti assassini, armature futuristiche, un protagonista che sembra partorito dalla mente di George Miller (Mad Max). MD Geist, per la regia di Hayato Ikeda e Koichi Ohata, ha tutte le caratteristiche del b-movie fantascientifico divertente e ultraviolento.  Questo anime cyberpunk guarda in faccia lo spettatore per quaranta minuti e non si fa problemi a servire su un piatto d’argento corpi fatti a pezzi e angoscianti scenari apocalittici. La rincorsa al machismo sfrenato, inserita nel contesto della più classica battaglia tra bene e male, non può che fare tenerezza agli occhi smaliziati di uno spettatore del 2021; la stessa animazione è molto grezza e a tratti persino sgraziata. Eppure l’insieme finale è estremamente affascinante proprio per la sua anima zarra. Un grande esempio di trash, lontanissimo dal capolavoro ma spassoso oltre ogni misura.

4 – Dragon Ball Z: L’invasione di Neo-Namek (Daisuke Nishio, 1992)

Per quanto incentrato in larga parte sulle arti marziali, il franchise di Dragon Ball non ha mai negato incursioni spericolate nella fantascienza pura. Si perde il conto dei villain che, dopo una prima apparente sconfitta a opera del formidabile protagonista Goku, sono tornati a seminare zizzania, spesso nella forma di cyborg. Cooler, fratello minore del tiranno intergalattico Freezer e tra i cattivi non-canonici più amati del franchise, non fa eccezione: il successo riscosso dall’OAV che ne segnò la prima apparizione (Il destino dei Saiyan, 1991) ha spinto Toei Animation a riproporlo in un sequel, rivestendolo di una nuova, accattivante pelle bio-meccanica color argento. Il design di Metal Cooler è forse il più bello mai riservato a un cattivo di Dragon Ball, mentre la modalità con cui ricompone i propri pezzi rotti contribuisce a dargli un’aura davvero minacciosa e aliena, memore del T-1000 interpretato da Robert Patrick in Terminator 2.

Tolto l’affascinante sottotesto della fusione corporea tra carne e macchine cara a David Cronenberg, L’invasione di Neo-Namek, almeno narrativamente, non si discosta troppo dalla sua matrice. La trama è solo un pretesto per arrivare il più velocemente possibile alle scene di combattimento, colonna portante del film e realizzate con tutti i crismi. L’animazione è sempre fluida; la regia mai confusa nei momenti concitati; i colori sgargianti sono una festa per gli occhi. Formalmente parliamo di un film strepitoso ed esaltante, imperdibile per gli amanti delle botte da orbi, che saprà deliziare anche con un paio di gustose virgolettature di black humour in perfetto stile Akira Toriyama.

3 – Baoh (Hiroyuki Yokoyama, 1989)

Prodotto dallo studio Pierrot e diretto da Hiroyuki Yokoyama, Baoh è basato sull’opera seconda del mangaka Hirohiko Araki (il creatore de Le bizzarre avventure di JoJo). E’ la storia di Ikuro Hashizawa, un giovane al centro di uno spaventoso progetto militare a cui degli scienziati governativi hanno piantato un parassita che è in grado di trasformarlo in un mostro dotato di forza smisurata. In quarantasei minuti, Baoh racchiude tutto ciò che è stato il gusto pop degli anni Ottanta in materia cyberpunk: accenni di body horror critici verso l’abuso di potere di falsi dèi in camice, l’azione muscolare dei battle-shonen, la decadenza urbana.

Rispetto ai titoli sopracitati, Baoh si distingue per una maggior inclinazione alla violenza grafica, pertinente alla sottolineatura del dualismo insito nel protagonista, nonché surplus delle avvincenti scene d’azione. La narrazione scorre con ritmo scattante e divertente, merito anche del tono grottesco che pervade il tutto e di una pimpante struttura da videogame picchiaduro. Gli sci-fi hollywoodiani omaggiati si sprecano, in primis Terminator di James Cameron e La cosa di John Carpenter.

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2 – Black Magic M-66 (Hiroyuki Kitakubo & Masamune Shirow, 1987)

Un giornalista freelance smaschera un’operazione militare segreta; un elicottero dell’esercito si è schiantato e il suo carico si è disperso: ora ci sono due androidi assassini a piede libero. Basato su un omonimo manga cyberpunk del 1983 e spesso paragonato a Terminator di James Cameron, Black Magic M-66 è un’opera che fonde magistralmente azione, introspezione e suspense forsennata. La mancanza di originalità nel plot viene superata dalla spigolosa espressività dei disegni in tecnica tradizionale, meticolosi nell’intrecciare gli aspetti futuristici con il realismo delle ambientazioni naturali. Dal punto di vista narrativo bisogna però riconoscere che l’OAV risulta molto sobrio, avvalendosi per altro di una protagonista femminile determinata che non sfigurerebbe affianco a una Ellen Ripley qualsiasi.

Conosciuto perlopiù per Blood: The Last Vampire del 2000, il regista Hiroyuki Kitakubo (coadiuvato da Masamune Shirow) regala ai due androidi antagonisti dei design che inevitabilmente rimangono impressi nella retina. Le sequenze action brillano per intelligibilità, e il fatto che l’intero film si svolga in spazi circoscritti fa sì che la tensione sia in costante ascesa. Resa dei conti finali da applausi a scena aperta.

1 – Manie Manie: I racconti del labirinto (Aa.Vv, 1987)

Chiudiamo in gloria con un gioiello ancor più sconosciuto dei precedenti. Manie Manie è un anime cyberpunk antologico di circa cinquanta minuti, composto da tre splendidi cortometraggi differenti per toni e atmosfere. I nomi coinvolti nella regia sono di quelli che fanno girare la testa: i famosi filmmaker Rintaro (Megalopolis), Yoshiaki Kawajiri (La città delle bestie incantatrici) e Katsuhiro Otomo (Akira) prestano il loro talento alla creazioni di mondi surreali e oscuri, saturi di luci al neon e fluidi corporei. Esattamente come la gran parte dei film antologici, il difetto maggiore di Manie Manie va attribuito alla mancanza di una struttura narrativa unitaria, che però in questo caso non priva il progetto di tutta la sua potenza immaginifica.

Che si tratti di onirici richiami a Lewis Carroll, di campioni automobilistici votati all’autodistruzione o claustrofobici duelli uomo-macchina in decadenti agglomerati urbani, le immagini ribollono di emozioni contrastanti, giocano con l’astrazione, incendiano lo schermo con dettagli maniacali. Il coronamento del tutto viene offerto dal tocco delicato e sottilmente alienante di alcuni celeberrimi brani classici, tra cui Gymnopédies di Satie. Davvero un piccolo capolavoro.

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