Who’s Next, un inchino alla rivoluzione: i 50 anni del capolavoro degli Who

di Stefano Lo Verme
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Don’t cry, don’t raise your eye
It’s only teenage wasteland

All’alba degli anni Settanta, gli Who si trovano di fronte a una decisione cruciale: cosa fare dopo aver realizzato una monumentale opera rock, Tommy, destinata ad entrare nella storia della musica popolare? What’s next?, verrebbe da chiedersi. La risposta dell’infaticabile Pete Townshend non si fa attendere: aumentare le ambizioni, puntare ancora più in alto… verso il futuro, addirittura. Nasce così il progetto di Lifehouse, dramma musicale di fantascienza in cui il rock ’n’ roll viene proposto come una forza primitiva e dirompente, l’unica in grado di salvare un mondo devastato dall’inquinamento e ormai sull’orlo del collasso. Lifehouse purtroppo non vedrà mai la luce, ma in compenso da questa colossale opera incompiuta prenderà vita, il 14 agosto 1971, Who’s Next: un ‘semplice’ album destinato a diventare il capolavoro della band britannica.

Only teenage wasteland?

Dei nove brani che compongono Who’s Next, con la singola eccezione dell’ironica My Wife, scritta dal bassista John Entwistle, otto sono recuperati infatti da Lifehouse e riflettono alcuni dei temi al cuore del progetto di Pete Townshend: la contrapposizione fra una civiltà oppressiva e il richiamo della natura, nonché quel giovanile desiderio di anticonformismo e di ribellione di cui gli Who si erano fatti portavoce fin dai tempi del loro cavallo di battaglia, la mitica My Generation. E così in apertura del disco c’è un pezzo leggendario quale Baba O’Riley, il cui titolo omaggia il maestro spirituale Meher Baba e il musicista Terry Riley: dopo un inconfondibile incipit strumentale tutto affidato al sintetizzatore, la voce di Roger Daltrey irrompe ruggente immedesimandosi nel punto di vista di un fattore scozzese, la cui figlia Mary vuole abbandonare la campagna per partecipare a un grande concerto rock a Londra.

«It’s only teenage wasteland», recitano a più riprese i versi di Baba O’Riley, ma questa “terra desolata” sembra proporsi come la sola speranza per un futuro tutto da costruire: «The exodus is here, the happy ones are near/ Let’s get together before we get much older». Le successive Bargain e Love Ain’t for Keeping, quest’ultima con una solare pennellata country, rientrano nel novero delle più tradizionali canzoni romantiche, disegnando scenari bucolici che fanno da cornice a un invito all’amore e alla passione («Lay down beside me, love ain’t for keeping»); lo spirito della Summer of love, in fondo, non si è ancora dissipato del tutto, e gli Who ne recuperano a piene mani lo spensierato vitalismo. Non potrebbe essere più emblematico, in tal senso, il ritornello di The Song Is Over, in cui un Roger Daltrey energico come non mai proclama che canterà la propria canzone «ai grandi spazi aperti, […] al mare infinito, […] alle montagne alte fino al cielo».

Take a bow for the new revolution

E se Pete Townshend è la fucina creativa alla base di Who’s Next quasi nella sua interezza, mai come in questo album Roger Daltrey aveva dato sfogo al suo talento vocale con una tale potenza espressiva: basti riascoltare una coppia di trascinanti ballate come Getting in Tune e la celeberrima Behind Blue Eyes, accompagnata da un celestiale arpeggio di chitarra e da versi fra i più intensi mai composti da Townshend («But my dreams, they aren’t as empty/ As my conscience seems to be»). Una componente più gioiosa e scanzonata, tipica della prima produzione degli Who (e rintracciabile in questo disco pure in My Wife), si ritrova invece in Going Mobile, in cui l’entusiasmo per una “casa mobile” si intreccia a un elogio della libertà e della vita on the roadWhen I’m drivin’ free, the world’s my home», recita Pete Townshend).

E a chiudere questo album epocale è un altro brano che, con i suoi otto minuti e mezzo di durata introdotti dai sintetizzatori di Townshend, si è meritato un posto di rilievo negli annali del rock: Won’t Get Fooled Again, ideale manifesto di una generazione impegnata a contestare gli orrori del Vietnam («And the world looks just the same, and history ain’t changed/ ’cause the banners, they are flown in the last war») e a «non farsi più prendere in giro», come suggerisce il titolo stesso. «I’ll tip my hat to the new constitution/ Take a bow for the new revolution», dichiara fieramente Daltrey in un ritornello che è un grintosissimo invito all’unità e all’azione. Proprio sull’onda di questo invito, Who’s Next segnerà la massima vetta di popolarità della band, facendo guadagnare agli Who l’unico primo posto della loro carriera nella classifica britannica. E cinquant’anni dopo, la promessa di quella rivoluzione suona ancora prorompente e vitale; perché in fondo, il suono è lo stesso di certi grandi dischi che non passano mai di moda.

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