Le migliori canzoni dei R.E.M. di sempre da ascoltare

di Maurizio Ermisino
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Uno splendido trentenne. Ecco che cos’è Out Of Time, il disco dei R.E.M. che usciva il 12 marzo del 1991. E, di fatto, cambiava totalmente la storia della band di Michael Stipe. Da college band, nota nel circuito delle radio universitarie americane, da un successo appena assaggiato con il precedente album, Green (quello di Stand, Orange Crush e Pop Song 89), con Out Of Time i R.E.M. hanno raggiunto il successo mondiale. E lo hanno fatto con un disco su cui, in fondo, non avevano puntato forte. O, almeno, non era un disco costruito per il successo. Nel raccontarvi le migliori canzoni dei R.E.M. – in ordine sparso, perché ci sembra impossibile fare una classifica – partiamo proprio da Out Of Time, e dal suo brano simbolo, quello che tutti, automaticamente, associano ai R.E.M.

Losing My Religion

I R.E.M. non se lo aspettavano proprio il successo. Dopo tanti anni avevano deciso di non andare in tour dopo l’album che avrebbero registrato. Proprio per questo decisero di lavorare a delle canzoni con un suono più rilassato, rarefatto, “fuori dal tempo”, come recita il titolo dell’album Out Of Time (1991). Decisero di provare a mettere da parte le chitarre elettriche e a suonare strumenti come il mandolino. È proprio da un riff di mandolino di Peter Buck (molto simile a quello della colonna sonora di Furyo, il film con David Bowie, avrebbe detto poi lo stesso Buck) che nasce Losing My Religion, che, al contrario di quello che molti pensano, è essenzialmente, una canzone d’amore, una canzone che racconta i dubbi e le ritrosie nel dichiararsi, la vulnerabilità di chi lo fa. “I think I’ve said too much, I haven’t said enough”, “credo di aver detto troppo, di non aver detto abbastanza”. È una canzone che non ha un vero e proprio ritornello, ma un crescendo e alcuni versi reiterati che creano un forte impatto. Quel “That’s me in the corner, that’s me in the spotlight”, “quello sono io nell’angolo, quello sono io sotto i riflettori” vuol dire proprio quel mettersi a nudo, allo scoperto, davanti un sentimento. “Losing my religion” è una frase tipica del sud degli Stati Uniti e vuol dire un po’ perdere la testa, restare frustrati per qualcosa. Ma la canzone, erroneamente, è stata considerata un testo contro il potere delle religioni e usata spesso in manifestazioni di protesta. Il famosissimo video, girato da Tarsem, dal forte senso pittorico, fece il resto: heavy rotation su M.T.V. I R.E.M. erano diventati di colpo una della più grandi band del mondo.

Everybody Hurts

Solo un anno dopo arriva un altro grande successo dei R.E.M., Authomatic For The People (1992), forse il loro capolavoro. È un album che continua nello stile e nelle scelte di Out Of Time: ancora molte canzoni acustiche e di atmosfera, ancora niente concerti dal vivo, ma un suono più ricco. Everybody Hurts, non a caso, è stata arrangiata da John Paul Jones dei Led Zeppelin. Introdotta da quel caratteristico arpeggio di chitarra, caratterizzata da un tappeto d’archi, è una canzone dolce ed empatica, quasi salvifica. Il senso della parola “hurt” va in due direzioni, e il significato potrebbe essere, “tutti fanno del male qualche volta” o “tutti soffrono a volte”. E in quell’ “hold on”, “tieni duro” c’è un abbraccio a tutto il mondo. Pare che Everybody Hurts sia la canzone più suonata in assoluto ai funerali. Come Losing My Religion, anche Everybody Hurts ha un video entrato nella storia: è ambientato in un ingorgo stradale, le persone sono bloccate nelle loro macchine, e ognuna è caratterizzate da pensieri negativi, che possiamo leggere grazie alle scritte in sovrimpressione, come se potessimo leggere loro nel pensiero. È ispirato a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders.

Man On The Moon

Arriva sempre da Authomatic For The People il pezzo che, suonato dal vivo, faceva venire ogni volta giù lo stadio, o qualunque altro posto in cui stesse suonando la band di Athens, Georgia. Man On The Moon è ispirata alla vita di Charlie Kaufman (e ha dato poi il titolo al famoso film ispirato alla vita del comico, interpretato da Jim Carrey, diretto da Milos Forman e prodotto dallo stesso Michael Stipe), dal suo impersonare Elvis alle teorie della cospirazione sullo sbarco sulla Luna, che danno il titolo alla canzone. Man On The Moon, la cui musica fu scritta indipendentemente dal testo, parte piano, con una chitarra acustica, e cresce fino all’esplosione del ritornello. Gli “yeah yeah yeah yeah” delle strofe sono un omaggio a Kurt Cobain e alla sua abitudine di mettere quello “yeah” nei suoi testi.  

Nightswimming

Ancora un brano da Authomatic For The People: è la dolcissima Nightswimming, che chiude l’album con un semplice giro di accordi di piano, suonato dal bassista Mike Mills, con degli archi in sottofondo, arrangiati ancora da John Paul Jones, a sostenere la voce sicura e limpida di Michael Stipe. È una di quelle canzoni nate per caso. Ai tempi di Out Of Time, Mills stava suonando quel riff di piano nello studio, quando Stipe cominciò a interessarsi alla cosa, e a costruirci sopra una canzone, che però non venne inclusa in quell’album. La canzone parla di un gruppo di amici che amano andare a tuffarsi, nudi, nella notte per un bagno. E richiama esperienze autobiografiche, di quando Stipe e i suoi amici erano giovani e amavano fare questo. Bill Berry credeva che la canzone, un giro di piano che tornava su se stesso, non sarebbe andata da nessuna parte. È diventata un classico. Una delle più belle canzoni dei R.E.M.

What’s The Frequency, Kenneth?

Una grande band si vede anche dalla capacità di reinventarsi. E allora, quando tutti credevano che i R.E.M. fossero quelli di Out Of Time e Authomatic For The People, loro tornano a suonare dal vivo e lo fanno con un disco che è una bomba, Monster (1994), fatto di chitarre elettriche cariche di feedback. Il brano simbolo è What’s The Frequency, Kenneth?, che si apre con un riff killer di Peter Buck e vive su un muro di chitarre elettriche stratificate, tra cui quel tremolio che rende immediatamente riconoscibile il ritornello. Siamo nel 1994 e nel frattempo nel mondo era esploso il grunge. I R.E.M, recuperano quel suono, ma anche quello del glam rock, e, dopo 15 anni di carriera, suonano come una nuova band alternative. La canzone nasce da una storia vera, quella del giornalista tv Dan Rather che fu assalito e picchiato a Manhattan da due balordi che gli chiedevano “Kenneth, qual è la frequenza?”: uno dei due credeva di essere controllato dai media tramite segnali nella sua testa… La canzone è anche al cento di una sequenza di Bringing Out The Dead (in italiano Al di là della vita), il film del 1999 di Martin Scorsese.

Let Me In

Quella chitarra che vedete nel video di What’s The Frequency, Kenneth? suonata da Peter Buck, una Fender Jag-Stang, era di Kurt Cobain. E proprio il leader dei Nirvana, amico di Michael Stipe tanto da pensare a un progetto con lui, mai realizzato, è uno degli spiriti presenti nel disco. Il suono del grunge, lancinante e distorto, è quello che caratterizza l’album, registrato proprio a Seattle. E Let Me In, il brano che chiude Monster, è dedicato proprio a lui. La voce di Stipe canta, prima in un tono basso, poi in falsetto, avvolta da un muro di chitarre distorte, senza basso e batteria. “I had a mind to try and stop you“, “avevo un’idea di provare a fermarti”, canta Stipe che ha provato ad aiutare Cobain fino alla fine. “Lasciami entrare”, “Let Me In” è stata la sua invocazione.

Strange Currencies

Strange Currencies è il terzo singolo estratto da Monster. Il suo respiro, quell’arpeggio iniziale, la sua struttura (come Everybody Hurts, è in 6/8) sono quelli di una classica ballata dei R.E.M. Ma siamo nel loro nuovo mondo, in quella nuova veste elettrica che la band ha inaugurato con questo disco. In poche parole, è una grande canzone: epica, empatica, avvolgente. È una canzone d’amore. Michael Stipe ha dichiarato che la canzone parla di “quando qualcuno pensa davvero che, attraverso le parole, sarà in grado di convincere una persona che è il loro unico e solo”. Erano gli anni del grunge, delle chitarre elettriche. E, in quel mondo, i R.E.M. la facevano ancora da padrone.

How The West Was Won And Where It Got Us

E così, dopo Monster, è stato di nuovo tour mondiale, il primo dai tempi di Green, il loro ultimo album degli anni Ottanta. Il tour è stato un trionfo, e ha anche dato vita al disco più particolare dei R.E.M., registrato durante la tournee, in parte dal vivo, in parte durante i soundcheck, in parte in studio. New Adventures in Hi-Fi (1996) nasce in modo casuale ma finisce per essere uno dei loro dischi migliori. La grande atmosfera del disco si sente già dalla canzone di apertura, How The West Was Won And Where It Got Us, titolo che richiama i Led Zeppelin per un pezzo che viaggia su un battito ossessivo (una batteria suonata con le spazzole e carica di riverbero) e un ipnotico riff di piano, per poi aprirsi su un ritornello epico e di grande respiro. È un brano cinematico, come tutto il disco. E sarebbe poi entrato nella colonna sonora di Bowling a Columbine di Michael Moore.

E-Bow The Letter

Di New Adventures in Hi-Fi metteremmo in lista quasi tutte le canzoni. Ma abbiamo scelto E-Bow The Letter per l’atmosfera notturna e avvolgente della canzone. E per lei, Patti Smith, che appare nella canzone non in un classico duetto con Stipe, ma prima in secondo piano, nei cori, per poi deflagrare nel finale, in un urlo sommesso, con la sua voce inconfondibile. Come in Let Me In, c’è ancora un lutto: la canzone è dedicata a River Phoenix, l’attore scomparso per overdose nel 1993. La canzone è una sorta di lettera scritta e mai inviata alla star, e E-Bow è il nome di un effetto, un campo elettromagnetico in grado di far vibrare le corde di metallo delle chitarre elettriche, creando così un effetto simile a un violino. “Aluminum, tastes like fear, Adrenaline, it pulls us near”, “Alluminio, sa di paura, Adrenalina, ci avvicina” recita il testo. E il riferimento è all’alluminio dal quale si fuma il crack, l’eroina, lo speedball. Come fece River in quella maledetta notte di Halloween di tanti anni fa.

Leave

Restiamo sempre nelle “avventure in alta fedeltà” per una canzone che dimostra quanto sperimentassero i R.E.M. in quel periodo. Leave non è diventata una hit dei R.E.M., ma è amatissima dai fan. Dopo un arpeggio di chitarra acustica, parte una sirena assordante, un suono noise-rock, industriale degno dei Nine Inch Nails. Gli accordi di chitarra elettrica introducono la voce di Michael Stipe, che canta prima con l’aplomb di un crooner, e poi esplode, insieme alle chitarre del ritornello. Leave è un brano trascinante, che, come tante delle canzoni di New Adventures in Hi-Fi, parla di movimento, di partenze, e viaggi. In un’altra versione, meno potente, Leave sarebbe poi entrata nella colonna sonora di Una vita straordinaria, sottovalutato film di Danny Boyle.

Imitation Of Life

Dopo New Adventures in Hi-Fi sarebbe arrivato Up, il primo album dopo l’abbandono del batterista Bill Berry, il disco di Daysleeper e Lotus. E poi sarebbe arrivato Reveal, il disco del 2001 che, se da un lato riportava i R.E.M. a un suono classico, dall’altro faceva un uso ampio di sintetizzatori. Reveal suona solare, e la canzone simbolo è l’irresistibile Imitation Of Life, che prende il titolo dall’omonimo film di Douglas Sirk del 1959. Dopo averla incisa, Peter Buck si è reso conto che la progressione degli accordi richiama quella di un altro pezzo dei R.E.M., Driver 8, tratto dal loro album del 1985, Fables Of Reconstruction. D’altra parte, le note sono sette. E la canzone ha un mood che sa di West Coast e di certi pezzi dei Beach Boys, un suono americano che i R.E.M. maneggiano alla perfezione. Imitation Of Life è una canzone amatissima dai fan della band di Michael Stipe. E lo è anche il video, che è stato girato… in soli 20 secondi! È un unico shoot in cui, ogni venti secondi, si ha una zoomata in avanti e poi una indietro, e così via. È stato girato con una camera fissa, e una tecnica che si chiama pan and scan, usata quando si tratta di trasferire un film dal formato cinematografico “widescreen” a quello per la tv o il dvd…

The One I Love

La storia dei R.E.M. non si ferma qui. Sarebbero arrivati altri dischi e altre canzoni. Ma, come in un film, e sappiamo quanto la musica dei R.E.M. sia legata al cinema, facciamo un flashback. Perché abbiamo deciso di iniziare il viaggio da Out Of Time, da Losing My Religion. Ma i R.E.M. hanno avuto una vita precedente. E da qui ci andiamo ad ascoltare la rabbiosa The One I Love, tratta da Document (1987), il quinto album dei R.E.M.: è stato il loro primo vero successo, e vive su uno spigoloso arpeggio di chitarra elettrica. Le parole “This one goes out to the one I love” l’hanno fatta diventare una di quelle canzoni per le dediche alla radio. Ma il significato è molto più oscuro, e lo stesso Stipe ha ammesso che parla di chi usa le persone di continuo. Pochi semplici versi e la parola “fire” che ricorre nel ritornello. The One I Love suona ancora oggi potente e attualissima.

It’s The End Of The World As We Know It

Sempre dallo stesso album, Document, arriva forse la canzone più famosa dei primi R.E.M. È It’s The End Of The World As We Know It, canzone ascoltatissima, che in Italia ha vissuto una nuova vita quando è stata incisa da Ligabue con il titolo A che ora è la fine del mondo? La canzone originale si ispira a La guerra dei mondi di Orson Welles ed è entrata nella colonna sonora del film Independence Day. E, in fondo, è stata ripresa dagli stessi R.E.M. molti ani dopo, quando hanno inciso Bad Day, che è molto simile. Nel testo si parla di Lenny Bruce e Lester Bangs. Il tutto nasce da un sogno di Stipe in cui tutti gli invitati a una festa, tranne lui, avevano come iniziali L.B. La fine dei R.E.M., invece, non è stata la fine del mondo, ma uno dei finali più particolari nella storia del rock: unico, come lo sono stati Stipe e soci. Molti anni e infiniti successi dopo, la band non è né implosa in litigi, né sfaldata per la morte di un suo membro. Ma non ha neanche deciso di andare avanti solo per business. Stipe, Buck e Mills (Bill Berry aveva già lasciato per motivi di salute) hanno semplicemente deciso di sciogliersi, il 21 settembre 2011, con un annuncio sul proprio sito. Non sentivano più l’ispirazione. Non volevano andare avanti per forza. È un caso più unico che raro nel mondo del rock e dello show business. Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry erano una delle rockband più grandi del mondo. Oggi sono solo quattro grandi amici. Anzi, come dicono loro, che continuano a vedersi e ad andare a cena insieme, sono ancora un band. Solo che non suonano.

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