Le migliori canzoni di David Bowie da ascoltare assolutamente

di Maurizio Ermisino
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Quel 10 gennaio del 2016, o meglio l’11 gennaio, la mattina dopo la scomparsa di David Bowie, quando in Europa siamo venuti a sapere la cosa, è una di quelle date in cui tutti ricordano dov’erano, o cosa stavano facendo, mentre hanno appreso la notizia. Un po’ come, per restare nella Storia recente, con l’attentato alle Torri Gemelle a New York. In tanti abbiamo pensato la stessa cosa: che Bowie non se ne fosse andato, ma fosse solamente tornato dal posto da dove, per qualche tempo, aveva deciso di partire per arrivare sul nostro pianeta. L’alieno, L’uomo che cadde sulla terra, è stato tra noi abbastanza a lungo per lasciarci pieni di magia e di arte con le sue canzoni. La sensazione ce l’avevamo già allora, ma oggi è ancora più evidente: oggi più che mai David Bowie è tutto intorno a noi, con le sue canzoni che non finiscono mai di essere trasmesse, con i registi che, sempre più, le scelgono per dare un tocco unico alle scene dei loro film, con la pubblicità che, quando vuole cogliere nel segno, sceglie una canzone del Duca Bianco. Se non ha fatto ritorno al suo pianeta, è probabile che David Bowie sia diventato una polvere: non solo polvere di stelle, stardust, come il nome di uno dei suoi personaggi, degli album e delle canzoni più famose. Ma una vera e propria polvere magica che si posa ovunque, è nell’aria che respiriamo, che ci avvolge. David Bowie è sempre intorno a noi, da parte delle nostre vite. Ecco le migliori canzoni di David Bowie.

1. Space Oddity

Ground control to Major Tom…” inizia così Space Oddity, del 1969, il primo successo di David Bowie, forse la sua canzone più conosciuta: ancora oggi è il suo singolo più venduto nel Regno Unito. Come saprete, è la storia del Maggiore Tom, un astronauta che si perde nello spazio profondo. Space Oddity è prima di tutto questo: una canzone che riguarda l’alienazione. David Bowie, in quel periodo, stava soffrendo per la fine dolorosa della sua relazione con Hermione Farthingale. È così che possiamo leggere quel “il pianeta Terra è triste e io non posso farci niente”. Space Oddity è una canzone di rinuncia e rassegnazione, sulla perdita di controllo, un tema che Bowie toccherà spesso, in The Man Who Sold The World e in No Control, ad esempio. Ma l’ispirazione arriva anche da quel capolavoro della fantascienza che era 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick che, uscito nel 1968, aveva avuto un “impatto sismico su Bowie”. Il titolo è proprio un gioco di parole, “odd ditty” (“bizzarra canzoncina”) al posto di Odissey. Il 1969, come sappiamo, è anche l’anno dello sbarco sulla Luna: Space Oddity fu la colonna sonora della trasmissione della BBC che seguì l’evento, e anche questo contribuì al successo della canzone. Che rimase a lungo l’unico successo di Bowie, fino a Starman, arrivata tre anni dopo.

2. Changes

Ma nel frattempo David Bowie continua a scrivere grandi, grandissime canzoni. Non avranno un successo immediato, ma saranno rivalutate, alla grande, dopo. Il 1971 è l’anno di Hunky Dory, che non fu un grande successo commerciale: ma un anno dopo arrivò The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, e cambiò tutto. E finalmente le canzoni di Hunky Dory vennero rivalutate. È il disco che lo ha fatto finalmente sentire a suo agio come cantautore, quello in cui Bowie cerca di inserire i canoni della canzone da cabaret su un pezzo rock. Changes è uno degli esempi di questa scelta, ed è considerata da molti il manifesto musicale di Bowie. Accostata spesso alla sua natura camaleontica, Changes è piuttosto una riflessione sui tentativi frustrati dell’artista, arrivato alla trentina, di creare un’opera duratura, per fronteggiare l’implacabile incedere del tempo. Quelle fluttuazioni del ritmo e di tonalità ne rispecchiano il tema, e quel ritornello balbettante richiama la famosa My Generation degli Who. “Un milione di vicoli ciechi, e ogni volta che ho pensato di avercela fatta mi sembrava che il gusto non fosse così dolce”, recita il testo di un brano che coglie Bowie ritratto allo specchio prima dell’arrivo della sua celebrità. “Time may change me, but I can’t trace time”. “Il tempo può cambiarmi, ma io non posso ricostruire il tempo”.

3. Life On Mars?

L’altro capolavoro di Hunky Dory è la monumentale Life On Mars?, forse la canzone in assoluto più bella di David Bowie. Per costruirla, Bowie non ha certo volato basso: la canzone nasce dal tentativo di costruire un pezzo sulla sequenza di accordi di My Way, il classico cantato da Frank Sinatra. Se la partenza è questa, una melodia sognante, un testo bellissimo e l’arrangiamento operistico di Mick Ronson lo fanno diventare un classico. Il lamentoso accordo di pianoforte dell’inizio, il crescendo di timpani in stile Also Spracht Zarathustra del falso finale, il crescendo della voce di Bowie: tutto, in questo brano, è perfetto. Il testo è libero, fantasioso, e ha dato vita a svariate interpretazioni. È la storia di una ragazza dai capelli di topo (“the girl with the mousy hair”) che cerca una via di fuga dalla sua vita e dai suoi litigiosi genitori, ma la canzone prende via via significati enigmatici e surreali. “È la reazione di una ragazza sensibile al mondo dei media”, così descriveva la sua canzone Bowie nel 1971. Venticinque anni più tardi avrebbe aggiunto “Penso che si senta tradita, che sia delusa dalla realtà. Che, pur vivendo in una realtà deprimente, sia convinta che in un luogo imprecisato ci sia una vita che vale la pena di vivere e che sia amaramente insoddisfatta per il fatto di non avervi accesso”. Ma questa storia finisce avvolta in un vortice di immagini iconiche, che vanno da John Lennon a Topolino (“Mickey Mouse has grown up a cow”, “Topolino è diventato una mucca”) e a tutto quello che potesse costruire un contesto sognante e glamour in contrasto con la vita scialba della protagonista. Life On Mars? viene pubblicato solamente nel giugno del 1973, in piena Zioggymania, e diventa un successo, complice anche il video che vede Bowie in completo turchese e con un vistoso trucco.

4. Starman

Primo singolo tratto da The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, del 1972, Starman inizialmente non era stata nemmeno inclusa nel disco. La casa discografica decise che quell’album dovesse contenere un singolo “forte” e così fu aggiunta. Starman fu l’ultima canzone ad essere registrata, e la prima ad essere ascoltata dal pubblico. Il 6 luglio del 1972 David Bowie apparve per cantarla a Top Of The Pops, con una tuta da paracadutista color arcobaleno e una scioccante tintura dei capelli. Il grande pubblico, che lo ricordava dai tempi di Space Oddity, fino ad allora il suo unico successo, fece così conoscenza con il nuovo volto di Bowie, quello che avrebbe ricordato a lungo. Con Space Oddity Starman ha in comune il tema “spaziale”, anche se in realtà ha una storia molto diversa, e quell’inizio acustico, che però è solo un primo assaggio prima che la canzone si muova verso i territori glam rock che saranno il nuovo mondo di Bowie: Starman ricorda alcuni pezzi dei T-Rex, gruppo eponimo del glam, e, in quel tamburellare di piano e chitarra, quasi un alfabeto morse, prima del ritornello, ricorda Keep Me Hanging On delle Supremes. Ma, nelle mani di Bowie, diventa una canzone unica, che parla della nascita di una nuova stella. C’è un uomo delle stelle che dice “let the all children boogie”. “lasciate che i bambini se la spassino”, che è un po’ come diceva Cristo: “lasciate che i pargoli vengano a me”.

5. Ziggy Stardust

Ziggy played guitar”, “Ziggy suonava la chitarra”, è uno degli attacchi, e delle chiusure, più celebri di una canzone rock. E Ziggy Stardust, title-track di quello che è forse l’album più famoso di David Bowie, è un brano importantissimo nella carriera dell’artista: è il nodo centrale del disco dal punto di vista narrativo, visto che presenta il personaggio principale e la sua storia. Costruito su una delle più belle melodie rock eseguite da una chitarra, racconta l’ascesa e la caduta della superstar fantascientifica. Manifesto del mondo di Bowie e del glam rock, ha un testo ricco di allusioni sull’immaginaria rockstar raccontata, che potrebbe essere Marc Bolan come Jimi Hendrix, Iggy Pop o Lou Reed, Mick Jagger o Jim Morrison. Quello che conta è che con Ziggy Stardust David Bowie ha creato un personaggio, un mondo, una scena. Canzone iconica per eccellenza, Ziggy Stardust non è mai stato un singolo di successo, ma ha segnato comunque la carriera di David Bowie. Ha avuto numerose reinterpretazioni, di cui la più famosa è quella dei Bauhaus del 1982, diventata il loro più grande successo.

6. Rebel Rebel

La cavalcata nel Bowie del glam rock continua. Rebel Rebel è il brano più famoso di Diamond Dogs, il disco del 1974, e uno di quelli con cui si tende di più a identificare Bowie. Tuttavia è un brano piuttosto estraneo alle atmosfere di Diamond Dogs, apocalittico incubo ispirato alle distopie di 1984 di Orwell. Pare infatti che fosse stato scritto in precedenza, per un musical mai nato su Ziggy Stardust che Bowie stava progettando alla fine del 1973. Rebel Rebel è in effetti un brano molto semplice, che vive su uno di quei riff di chitarra killer che sono fatti della stessa materia di cui è fatto il riff di Satisfaction dei Rolling Stones, e anche l’interpretazione vocale di Bowie, in punta di labbra, è vicina a quella di Mick Jagger. Rebel Rebel è il commiato da parte di Bowie a un movimento, il glam rock, ormai in declino e definitivamente inglobato dal pop.

7. Young Americans

Si cambia ancora una volta, si cambia tutto. A metà degli anni Settanta, sull’onda del tour di Diamond Dogs che chiudeva il suo periodo glam rock, David Bowie si era trasferito in America, aveva smesso la maschera di Ziggy Stardust e si era appassionato alla musica nera. Young Americans (1975) è un disco che è influenzato dal Philly Sound, il suono di Philadelphia, e Bowie definisce la sua musica “Plastic soul”, soul di plastica. Young Americans è la title-track dell’album, è un brano sfrenato e pop, con venature gospel e soul, e con un testo al vetriolo che tratteggia un ritratto dell’America del ventesimo secolo vista da un inglese. Tra riferimenti allo scandalo Watergate (“Do you remember the president Nixon”, “ricordate il presidente Nixon”) e alla caccia alle streghe di McCarthy, la canzone, secondo Bowie, parla di “due sposi novelli che non sono sicuri di piacersi l’un l’altro”. Ma quei due sposi novelli, in realtà, potrebbero essere proprio David Bowie e l’America. Con una meravigliosa citazione di A Day In The Life dei Beatles (“I heard the news today, oh boy”) e una comparsa, centratissima, sui titoli di coda dei film dedicati all’America di Lars Von Trier, Dogville e Manderlay, Young Americans è un grande classico di Bowie.

8. “Heroes”

David Bowie e Brian Eno erano al lavoro sul loro secondo album “berlinese”, dopo Low, le musiche erano pronte, ma mancava il testo di quella canzone che Eno definiva “grandiosa ed eroica”. Bowie aveva in mente un’epica storia di amanti divisi dal muro: seduto in regia agli Hansa Studios, scorge dalla finestra una coppia che si abbraccia, si bacia, all’ombra del muro. Sono il produttore Tony Visconti e Antonia Maass, cantante diventata la corista della band. Ma nella canzone ci sono anche frammenti della vita di Bowie: una relazione sull’orlo del baratro come quella dei protagonisti (il suo matrimonio con Angela), quel non saper nuotare, quel bere tutto il tempo. “Heroes” (1977) è considerata un inno di ottimismo, ma racconta un’illusione, un volersi aggrappare a una relazione che potrebbe durare, forse, “solo per un giorno”. Per questo il titolo è racchiuso tra virgolette: è inteso in senso ironico. Il cantato di Bowie è sentito, sofferto: inizia con un timbro basso, colloquiale, e sale fino a diventare un urlo carico di angoscia. Per creare questo effetto il produttore Tony Visconti posiziona tre microfoni in tre punti diversi della sala: il primo a 15 centimetri dal cantante, gli altri a 40 e 50 centimetri. Su questi due microfoni applica dei noise gate, dei sistemi che li attivano solo quando la voce di Bowie raggiunge un certo volume. Così un’unica take la sua voce passa da un tono caldo e intimo a un lamento distante. “Heroes” non fu un successo immediato. Oggi è considerata una delle canzoni più grandi di sempre.

9. Ashes To Ashes

Ashes To Ashes (1980), tratto da Scary Monsters, è uno dei brani più grandi mai composti da Bowie: ritmi in levare dalle influenze ska, chitarre funk, tappeti di sintetizzatori e una melodia sinuosa che introduce il disincantato canto di Bowie. Il suono che accompagna la base ritmica doveva essere realizzato con piano Wurlitzer che stentava ad arrivare (e non arrivò mai). Così si prese un pianoforte a coda e lo si trattò con un apparecchio chiamato Eventide. L’inconfondibile tema della canzone invece è stato creato con un guitar synth (un sintetizzatore che viene controllato da una chitarra) suonato da Chuck Hammer. È la sperimentazione di fine anni Settanta che confluisce in un perfetto brano pop. È il seguito di Space Oddity: undici anni dopo il lancio, il Maggiore Tom manda al Centro di Controllo un messaggio che rivela tutta la sua insensibilità, il suo isolamento, la sua insicurezza. In quel “ashes to ashes, funk to funky, we know Major Tom’s a junkie” c’è anche la lotta di Bowie per liberarsi dalle sue dipendenze. Ashes To Ashes è una canzone sulla fanciullezza perduta. Ma in quei versi “I’ve never done good things, I’ve never done bad things, I never did anything out of the blue” (“non ho mai fatto cose buone, non ho mai fatto cose cattive, non ho mai fatto niente di inatteso”) c’è anche l’insoddisfazione che caratterizzava Bowie in quegli anni. Ashes To Ashes è un consuntivo degli anni Sessanta, è la conclusione di un cerchio narrativo. Bowie vuole dirci: Tom è lassù da qualche parte, l’abbiamo perso, lasciamolo in pace.

10. Under Pressure

Under Pressure (1981) è una canzone epica, insolita, composita, indimenticabile. È un classico degli anni Ottanta. È il grande incontro tra David Bowie e i Queen di Freddie Mercury. Ma è nata davvero come un’improvvisazione, dopo una giornata di session in studio che non aveva portato a niente di concreto. Ritornati in studio la sera, un po’ alticci, i Queen e Bowie hanno continuato a provare. Quei vocalizzi, senza parole, che sono uno dei punti di forza del pezzo, in realtà non dovevano essere nella canzone. Mercury li stava provando per trovare una linea melodica. Però piacevano, e sono rimasti. E ora non possiamo immaginare Under Pressure senza. Ma la storia di David Bowie non finisce certo qui. Restate sintonizzati…

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