Manu Chao compie sessant’anni: ecco perché dovremmo ascoltarlo oggi

di Niccolò Petrilli
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Manu Chao

El mundo es una puta pa ‘todo lo que hay que pagar

El que holds se queda y el que no holds se va
Y el que holds no da y al que no gives her the hour
Porque no hay tiempo ya pa ‘tanta humanidad
Y así está, así está
La Vida – Mano Negra, Casa Babylon (1994)

José MANUel Arturo Tomás CHAO Ortega. Manu Chao. Parigi, 21 Giugno 1961. Padre spagnolo, madre basca. 60 anni oggi. Manu cresce ascoltando rifugiati ed esuli sudamericani che transitano per la sua casa parigina, e si nutre delle loro parole. Nel nuovo millennio, l’epoca in cui i miti morivano giovani ed eroici è tramontata, e di artisti che lasciano nella storia le loro impronte mentre continuano ad invecchiare, ormai il mondo è pieno. Manu non fa eccezione. Tuttavia, mentre molta musica contemporanea al periodo di maggior successo del cantautore franco-spagnolo (tagliando con l’accetta: dalla fine degli anni 80 alla metà dei 2000) continua a raccontare dell’epoca in cui è stata scritta – e di cui si parla al massimo con nostalgia – i suoi testi e il suo stile sono più che validi ancora oggi.

A trentadue anni da Patchanka e a ventitré da una pietra miliare come Clandestino, possiamo dire che il nostro folle Manu ha precorso i tempi, ma quei tempi oggi ci hanno raggiunto. Ecco perché, per celebrare i 60 anni di Manu Chao, vi diciamo perché dovremmo ascoltarlo oggi.

I Mano Negra, Oscar Tramor e La Patchanka

“Cada día se la traga mi corazón
Dime tú porque te trato yo tan bien
Cuando tú me hablas como a un cabrón
Me estás dando, me estás dando (Sí)
Mala Vida”
Mala Vida – Mano Negra, Patchanka (1989)

Nel 1966, Irma Serrano, iconica cantante e senatrice messicana, pubblica la canzone Busca Otro Amor. Nel 1987, Manu fonda i Mano Negra (dopo i più scanzonati Hot Pants) insieme a suo fratello Antoine. Il nostro frontman ama talmente tanto la Serrano che Busca Otro Amor si contrae e diventa Oscar Tramor, alias che accompagnerà l’artista fino allo scioglimento della band nel 1994. Mano Negra invece è un proverbiale riferimento spagnolo ad attività immorali.

I Mano Negra nascono sotto l’ispirazione dei Clash e del loro album Sandinista – e vi sfidiamo a trovare una band interessante degli anni ’80 e ’90 che non debba loro qualcosa, dai Green Day ai Nirvana. Nelle banlieue parigine, dove iniziano con esibizioni gratuite ed estemporanee, sorge uno stile unico, cui daranno loro stessi il nome: Patchanka – dal termine dialettale per Festa. Il mix continuo e incoerente di punk, ska, reggae, rock, flamenco, funk, salsa, rap e calypso che costituisce la Patchanka rende il ritmo musicale sincopato e irrefrenabile, come traccia costante negli album e nelle singole tracce. Anche le lingue si mescolano: inglese, francese, spagnolo si intrecciano come in una strada trafficata, trasferendo l’ascoltatore al centro di un mondo reale, tragico ed entusiasmante allo stesso tempo.

I testi dei Mano Negra si alternano tra amore, politica, rivalsa sociale e vita quotidiana, cantando il quartiere e una generazione che sognava un mondo migliore. Nove album di ampio successo, e sette anni più tardi, la band si scioglie, al termine di una durissima tournée sudamericana, durante la quale il gruppo arriva a riparare un treno per percorrere una linea dismessa nella giungla colombiana e suonare – per la prima volta nella storia – nei villaggi indios. Con la pubblicazione di Casa Babylon si esaurisce la forza dei Mano Negra, ma non la Patchanka. E neppure Oscar, che torna Manu Chao e prosegue la carriera come solista.

I Radio Bemba Sound System e Manu Chao

I Mano Negra non si sciolgono con tranquillità, Manu Chao abbandona Oscar Tramor, si porta via alcuni testi e cambia nome al gruppo, fondando i Radio Bemba Sound System con alcuni membri sopravvissuti (Radio Bemba – bemba è una parola dialettale per labbra, quindi “Passaparola” – era il sistema di comunicazione dei rivoluzionari cubani castristi).

Il progetto è maestoso, eredità del tour sudamericano e della maturità di Manu: per il gruppo sono tre anni di viaggi ininterrotti, durante i quali esplorano Africa e Sud America, registrano suoni di strada e imparano a suonare nuovi strumenti, parlano con indios, cittadini, giornalisti, artisti e intrecciano rapporti con una vasta rete di musicisti, dall’Algeria all’Ecuador, dal nostro Roy Paci a Anouk Khelifa-Pascal.

In questi anni i Radio Bemba prendono la Patchanka e la trasformano in un messaggio politico, aderiscono allo zapatismo, si stringono intorno al Sub-Comandante Marcos e al suo EZLN messicano, approfondiscono il mix di lingue, generi e strumenti, dando vita ad una forza musicale – e ad un album – che nel 1998 è pronto per conquistare il mondo.

La riunione dell’OMC a Seattle 1999 è alle porte, i No-Global ancora non sanno che si chiameranno così, non sanno cosa succederà negli anni a venire, ma questa musica già parla di loro.

Clandestino, il capolavoro

“Perdido en el corazón
De la grande Babylon
Me dicen el clandestino
Por no llevar papel”
Clandestino – Clandestino (1998)

Ogni artista ha un album che lo rappresenta in pieno, che è il fulcro della sua carriera, che raccoglie come un grande fiume tutti i torrenti del proprio passato e li convoglia nel futuro.

Clandestino ha fatto la stessa cosa non solo con Manu Chao, ma anche con i – quasi – venticinque anni successivi di tutti noi. Potevamo persino costruire questo articolo solamente analizzando i singoli brani e la loro lettura delle principali sfide che l’umanità si trova ad affrontare (tardivamente?) oggi, e il risultato sarebbe stato lo stesso: i temi erano tutti lì, e sono ancora tutti lì. Ventitré anni fa, Manu Chao e i Radio Bemba Sound System lo misero davanti a tutti, con Clandestino. Esattamente nel mezzo tra Kyoto e Seattle (ve li ricordate? Eravate nati?)

La Virgin Records lo sapeva bene, e seppe anche come sfruttare la forza di un movimento no-global che sarebbe nato solo pochi mesi dopo dall’uscita dell’album. Manu Chao divenne uno dei simboli della rivolta, e il suo primo album da solista esplose con milioni di copie vendute in tutto il mondo.

La musica si rincorre di traccia in traccia per tutto l’album, come una passeggiata tra momenti diversi di una stessa giornata. Letture e suoni di ogni tipo, dalle maracas alle sveglie digitali, si alternano per creare una patchanka meno allegra, più cupa, più profonda e consapevole rispetto alla furia allegra dei Mano Negra. L’allegria lascia il posto alla Malegria, la speranza alla rabbia contro le mentiras, le menzogne.

Cosa cantava, cosa canta? Andatevelo ad ascoltare, ora. Da qualche parte forse avrete ancora il chullo, il cappello andino che divenne moda al ritmo del suo disco.

¿Qué hora son? e la globalizzazione

¿Qué hora son en Mozambique?
(¿Qué hora son mi corazón?)
¿Qué hora son en Washington?
(¿Qué hora son mi corazón?)
La Primavera – Próxima estación: Esperanza (2001)

¿Qué hora son? Chiede Manu insistentemente ne La Primavera, il brano di maggior successo di Próxima estación: Esperanza, uscito esattamente vent’anni fa. Le Torri Gemelle erano ancora in piedi, il movimento No-Global ruggiva la sua contrarietà alla globalizzazione, il G8 si ripresentava a Genova con le sue note conseguenze. L’album della consacrazione, nonostante il successo internazionale e l’essere un ideale prosecuzione di Clandestino – ancora più caotico, in grado di integrare musica, parole, intrusioni e innesti da tutti i mass media e gli strumenti digitali – riscuote minor successo e allontana Manu Chao dal pubblico di massa (ma non dallo zoccolo duro dei suoi innumerevoli fan).

La risposta alla domanda contenuta ne La Primavera comunque è in Me Gustas Tu, la canzone più ottimista dell’album. Il mondo è diventato piccolo, Internet si sta diffondendo in tutti i continenti, bisogna ricordarsi che quando si chiama in Giappone ci sono molte ore di fuso orario. Me Gustas Tu rimarca il fatto che in questo bailamme, gli esseri umani sono ancora gli stessi, amano le stesse cose, amano TUTTI le stesse cose, e Manu Chao ne canta un po’ rallegrando le radio di tutto il mondo. 

E ora, ¿Qué hora son?

Kusturica, Rainin in Paradize e la Geopolitica

Un fotogramma del video Rainin in Paradize

“In Zaire, was no good place to be
Free world go crazy, it’s an atrocity
In Congo, still no good place to be
They killed Mibali, it’s a calamity”
Rainin in Paradize – La Radiolina (2007)

Manu Chao nei primi 2000 continua a girare il mondo, approfondisce l’esperienza africana, tiene concerti e proteste su tutto il pianeta. Per Manu non è una questione di Etichetta, ma della sua ideologia. Così nasce Sibérie m’était contéee , l’album più francese, più intimista, e infine la Radiolina – che sarà l’ultimo vero lavoro completo. Tra i brani qui c’è Me LLaman Calle, che parla del destino delle strade, e canta la pace, ed è forse la canzone più ascoltata del Manu Chao post Clandestino. E c’è anche La Vida Tombola, dedicata a Maradona.

Ma c’è anche Rainin in Paradize, e ne parliamo perché il video lo gira Emir Kusturica in una mezza giornata, mentre il gruppo è in Argentina, e il regista anche, nel suo tentativo di girare il suo film su Maradona. Si incontrano ad un distributore di benzina (vi è mai capitato?) mentre stanno andando ad una manifestazione contro George Bush Jr., e da lì è un attimo. I ragazzi nel video insieme a Manu sono i membri di Radio La Colifata, che supporta i sofferenti di malattie psichiatriche. I “matti” che grazie a Manu e Emir finalmente si tolgono un sassolino: non siamo noi quelli messi male, siete voi.

Por El Suelo e L’Ecologia

“Por el suelo camina mi pueblo
Por el suelo hay un agujero
Por el suelo camina la raza
Mamacita, te vamo’ a matar”
Por El Suelo – Clandestino (1998)

1998. Il buco nell’Ozono ancora non si era richiuso, il protocollo di Kyoto appena stilato sembrava dare una speranza per contrastare il riscaldamento globale, e in Clandestino Manu Chao canta Por El Suelo.

I temi ecologici strettamente detti non fanno parte della tradizione di Manu, che sin dai Mano Negra si concentra principalmente sulla società, sulle persone, sulle libertà e i diritti individuali piuttosto che sulla tutela dell’ambiente. Ma le due cose non sono slegate, e in Clandestino (con Por el Suelo) e in Próxima estación: Esperanza (con La Vacaloca), Manu canta gli effetti dell’umanità sull’ambiente. La Pacha Mama, madre Terra viene calpestata – e uccisa. E così la Mucca Pazza dal cattivo latte, condannata da innocente.

Non c’è giudizio, né facile ecologismo, ma critica sì. Dove stiamo andando, si chiedeva vent’anni fa.
Dove stiamo andando? Le domande sono rimaste.

L’amore e La Vie à 2.

“Notre vie à deux s’arrête donc là
Dans les grandes plaines des peines à jouir
D’une vie qui ne veut plus rien dire
J’espère plus jamais faire souffrir quelqu’un
Comme je t’ai fait souffrir”
La Vie à 2, Clandestino (1998)

Della vita privata di Manu Chao non si sa praticamente nulla. Dovrebbe abitare a Barcellona, dove ha un locale, il Mariatchi. E dovrebbe essere stato sposato con una donna senegalese, o brasiliana, da cui dovrebbe aver avuto un figlio, mentre recentemente i social l’avrebbero immortalato con una ragazza ben più giovane. Ma tutto finisce qui, il Desaparecido per eccellenza è l’ultimo eroe radicale della musica contemporanea, non si presta a nessun legame se non quello con le sue idee, e vanta trent’anni di impressionante (in)coerenza.

Ultimo role-model di inaffidabilità, di santità, di vocazione a cause più alte, tradisce però nelle canzoni il dolore e la complessità delle situazioni che potrebbe aver affrontato, lungo tutta la sua carriera e vita. Così, oltre ripercorrere i passi sudamericani del Che e di Zapata, piange in francese ripetendo con Anouk Khelifa-Pascal Je ne t’aime plus (in Clandestino) e canta la mancanza e la distanza in Si loin de toi (in Sibérie m’était contéee).
Tutti condizionali d’obbligo. Non cercate Manu, non è già più lì.

Il Calcio e Santa Maradona

Maradona e Manu Chao a Buenos Aires, 2008

“L’aillier gauche va centrer
La défense est débordée
L’avant centre est apparu
Le guardien est battu!!
Penalty! non! si!
Match nul! Match pourri!”

Santa Maradona – Mano Negra, Casa Babylon (1994)

Citazione obbligatoria, veloce e potente, al Calcio. Manu Chao indossa e ha indossato le maglie dei suoi club di appartenenza. Athletic Bilbao (per via della madre) e Genoa (squadra di cui si innamora per la Storia e per il G8 di Genova).

Il calcio dona a Manu, e lui a noi, brani di grande ritmo come Santa Maradona (in Casa Babylon, con i Mano Negra) e Vida Tombola (in La Radiolina), entrambe dedicate al mito discusso ed indiscutibile di Diego Armando. Una scena del film di Kusturica, che non può non commuovere – soprattutto ora che il Mito ci ha lasciati – mostra l’incontro dei due, mentre Manu canta proprio La Vida Tombola ad un commosso e sorpreso Diego.

Oggi, Ieri, Mi Vida

Mi vida
Charquito d’agua turbia
Burbuja de jabón
Mi último refugio
Mi última ilusión
No quiero que te vayas
Cada día más y más
Mi Vida – Próxima estación: Esperanza (2001)

Manu produce, canta, attraversa il mondo, partecipa a progetti di cui parla e canta oggi sul suo canale Youtube. L’ultimo album completo ha oltre dieci anni, e probabilmente nessuna novità vedrà la luce, almeno non con la forza e l’importanza musicale e sociale di vent’anni fa.

Però. 21 Giugno 1961- 21 Giugno 2021: Manu Chao compie 60 anni, mentre le sue canzoni non sono invecchiate di un giorno.

Buon ascolto…e siempre Mismo Sol Para Todos!

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