Le 20 migliori canzoni degli U2

di Claudio Gargano
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Oggi, 8 Agosto, è il compleanno di The Edge (60 candeline!), chitarra nonché colonna portante degli U2. Se Bono Vox, con i suoi testi, la sua voce e il suo carisma è da sempre l’anima della band, The Edge (in realtà Dave Evans) ne costituisce l’ossatura, il corpo. Con la sua chitarra egli ha saputo costruire nei decenni un suono inconfondibile e originale che ha influenzato tanta musica rock dagli anni’80 in poi. Il soprannome del musicista non è casuale: la parola Edge rimanda al bordo tagliente di una qualche superfice e infatti la sua chitarra è famosa per produrre suoni ruvidi, frastagliati e precisi ma che, all’occasione, sanno aprirsi a sonorità più ariose, a volte liquide, altre fiammeggianti. Insomma, i suoni di The Edge hanno fatto la storia del rock e, senza di lui, probabilmente non sarebbero esistiti neanche gli U2. Non vogliamo certo dimenticare la sezione ritmica della band, costituita dai virtuosi ed eccelsi Adam Clayton al basso e Larry Mullen alla batteria sui quali, vi assicuriamo, ci soffermeremo più avanti nel corso della classifica.

Riguardo quest’ultima possiamo dire che non è stato affatto facile stilarla, sia perché chi scrive segue e ama gli U2 da sempre ed è stato dunque difficile scegliere tra tanti brani a cui si è affezionati, sia perché la carriera di Bono & Compagni è costellata da tanti e tali brani iconici, di importanza storica, che si è dovuto, e voluto, fare delle scelte. Non stupitevi dunque se ci saranno alcune mancanze che per alcuni saranno gravi: possiamo anticiparvi già che non ci sono né Beautiful Day, né Pride – In the name of love per esempio. Con questo non intendiamo certo che non si tratti di canzoni bellissime e importanti, ma abbiamo ritenuto opportuno dare la priorità ad alcune perle meno note per chi non conosce la discografia degli U2 a menadito, inserendo tra l’altro anche un paio di B-side (i famosi lati-B dei singoli), non inclusi negli album.

Un’avvertenza: in alcuni paragrafi abbiamo inserito stralci dei testi ma, per facilitare la comprensione e per ragioni di spazio, non abbiamo utilizzato gli originali in inglese che comunque sono facilmente reperibili in rete, ma solo le traduzioni in italiano. Accendete allora le casse e pompate il volume, si va ad incominciare. Ecco la classifica delle 20 migliori canzoni degli U2 (+ una Bonus Track).

20. Like a song (1983)

Tra le più belle, e più dimenticate, tratta dall’album War: nel potentissimo attacco la batteria di Larry Mullen, da sola, percuote l’anima con sussulti ribelli, poi entra il suggestivo basso di Clayton e infine la voce di Bono e la chitarra di The Edge si scatenano in un grido di rabbia, libertà ed energia vitalistica. Il testo parla di una generazione senza ideali e senza futuro, in cui i giovani sono stanchi di indossare uniformi, anche quando sono apparentemente rivoluzionarie.

19. Spanish Eyes (1987)

B-side di I still haven’t found what I’m looking for in cui la chitarra di The Edge la fa da padrone con le sue sonorità ariose e al tempo stesso taglienti. Un brano semplice, quasi naif, dal ritmo sostenuto, con una carica energetica molto forte che si sprigiona fin dall’attacco, e un testo in cui Bono parla appassionatamente di una donna dagli occhi spagnoli che lo ha stregato. Come in molti pezzi degli U2, si avverte una malinconia di fondo che viene fuori nel suono, nelle pause e negli ‘spazi tra le note’. Riproposto 30 anni dopo durante il revival tour di The Joshua Tree nel 2017.

18. Zooropa (1993)

Brano dalle sonorità futuribili che sembra trasportarci in un oscuro mondo cyberpunk alla Blade Runner. Dopo una lunga e oscura intro in cui si percepiscono voci alla radio che danno notizie incomprensibili, la chitarra di The Edge, supportata dalla ritmica energica e cupa di Clayton e Mullen, diventa un passepartout per paesaggi sonori inquietanti, che non sfigurerebbero oggi come colonna sonora per film come Blade Runner 2049 o per il prossimo Matrix 4. Il testo di Bono riflette sarcasticamente e amaramente sulla fantomatica entità Europea che nel 1992 andava definendosi col trattato di Maastricht.

17. Discotheque (1997)

Bistrattato brano col quale la band fu accusata di darsi alla disco e alla musica commerciale. In realtà dietro il testo volutamente leggero e disimpegnato (Lo sai che stai masticando chewingum / Sai cos’è ma ne vuoi ancora / Non ne hai abbastanza di quell’adorabile roba bianca / Diventi confuso ma sei cosciente) si nasconde uno dei riff di chitarra elettronica più energici e irresistibili di The Edge che, nell’esecuzione dal vivo, infiammava il pubblico, il quale ballava un pezzo apparentemente disco, ma dalla potente anima rock. I vocalizzi di Bono sono distorti elettronicamente, la batteria si trasforma in una drum-machine e i quattro di Dublino, nel video, sono vestiti provocatoriamente come i Village People. È una canzone divertente da ascoltare e da ballare. Peccato non l’abbiano quasi più riproposta dal vivo.

16. If You Were That Velvet Dress (1997)

Canzone sensuale ed elegante, che starebbe proprio bene in qualche film di Lynch perché sembra suggerire locali equivoci sperduti nella notte, nei quali coppie sfatte si confrontano sulle proprie colpe e debolezze, tra un bacio e una pistola. La raffinata chitarra acustica di The Edge apre il brano sulla voce vellutata di Bono che sussurra: “Stanotte la Luna sta giocando ancora suoi scherzi / Facendoci sentire ancora il mal di mare / Il mondo potrebbe semplicemente sciogliersi / In un bicchiere d’acqua.” Poi il suono si sospende e The Edge trasforma gli arpeggi acustici in echi rarefatti che donano al brano un’atmosfera fatata e al tempo stesso lounge.

15. Exit (1987)

Tra le più oscure e sottovalutate, la Helter Skelter degli U2, il loro pezzo maledetto: per scrivere il testo Bono si ispirò ai romanzi Il canto del boia di Norman Mailer e A sangue freddo di Truman Capote. Entrambi parlano di storie realmente accadute e cioè di assassini che uccidono a sangue freddo e gratuitamente. Il testo è un’esplorazione del lato oscuro dell’animo umano e di come le ‘mani dell’amore’ possano trasformarsi in strumenti di morte.

Due anni dopo la pubblicazione dell’album, il 18 Luglio 1989, uno squilibrato, Robert John Bardo, uccise, sparandole a bruciapelo, l’attrice Rebecca Schaeffer, nota per la serie Tv Mia sorella Sam e per il film Scene di lotta di classe a Beverly Hills. Durante il processo affermò di essere ossessionato dal brano Exit degli U2 che ascoltava continuamente col walkman. Da allora gli U2 non riproposero più il pezzo dal vivo fino al revival tour di The Joshua tree del 2017.

La canzone è caratterizzata dal basso cupo di Clayton e dalla voce inizialmente quasi sussurrata di Bono che, man mano, si trasforma, soprattutto nella versione dal vivo, in un urlo strozzato. Batteria e chitarra esplodono all’improvviso in un’aggressione sonora ed emotiva che riverbera gli oscuri temi trattati nel testo. Catartico.

14. Wire (1984)

Il suono frammentato e tagliente della chitarra di The Edge apre questo brano che, dopo pochi secondi, si trasforma in un incredibile muro del suono dal ritmo incalzante sostenuto dal potentissimo giro di basso di Clayton con la chitarra che si insinua tra le note, distorcendo e producendo un suono ruvido e penetrante. Puro U2 sound dalla potenza e dalla freschezza ineguagliabili. Il laccio (Wire) del titolo è quello emostatico delle siringhe e infatti Bono urla contro l’abuso di eroina e parla del destino di molti suoi coetanei dublinesi più sfortunati.

13. New Year’s Day (1983)

Leggendario brano che per molto tempo è stato uno dei cavalli di battaglia nella prima fase della parabola musicale degli U2. Si apre con il rullare dei piatti di Mullen su uno dei giri di basso più eroici mai suonati da Clayton, per poi stupirci con un The Edge al piano che suona poche struggenti note. Nel mezzo del brano ancora The Edge si dà al piano per poi imbracciare repentinamente la chitarra in uno dei suoi assoli più micidiali e lancinanti.

Bono dice che a Capodanno non cambia nulla, che stiamo vivendo l’età dell’oro ma che l’oro è anche la ragione per cui intraprendiamo le guerre. Ma soprattutto si riferisce all’internamento, in un’innevata prigione vicino alla frontiera sovietica, di Lech Walesa, leader polacco di Solidarnosc, la prima organizzazione sindacale indipendente di un paese del blocco sovietico. Poco prima dell’uscita dell’album, il 14 Novembre 1982, Walesa fu liberato in un regime di semilibertà. Proprio nel Capodanno 1983 fu abolita la legge marziale, che aveva permesso la prigionia del sindacalista. Dunque qualcosa cambia a Capodanno! Nel 1990 Walesa divenne infine presidente della Polonia. Destino analogo capitò a Nelson Mandela, altra figura importante per gli U2, al quale dedicarono, nel 2013, Ordinary love. Con New Year’s Day gli U2 scrivono la leggenda e da allora a Capodanno non si può non pensare alla loro canzone (e postarla sui social!).

12. Drowning Man (1983)

Sonorità irlandesi con l’utilizzo di strumenti tipici, chitarra liquida, atmosfere quasi fiabesche, voce di Bono emozionata che sale in vocalizzi, ad un livello mai raggiunto prima, una delle ballate più belle e struggenti degli U2. Testo poetico e diretto: “Prendi la mia mano / Sai che io ci sarò, se lo farai / Attraverserò il cielo per il tuo amore / Perché ho promesso / Di essere con te questa notte/ E per il tempo che verrà … E sono certo che questi venti e queste maree / Questo mutamento di epoche / Non ti trascineranno via.”

11. Staring At The Sun (1997)

Terzo brano di questa classifica proveniente dall’album del 1997 Pop, lavoro decisamente sottovalutato e ingiustamente considerato minore. In realtà si tratta di un’opera intensa, profonda e musicalmente raffinata, fraintesa a causa della leggerezza del primo singolo lanciato, Discotheque.
Neanche negli anni’90 si sfugge alla questione irlandese: il 15 Giugno 1996, durante gli europei di calcio in Inghilterra, a Manchester, poche ore prima della partita Germania Russa, viene fatto esplodere un furgone-bomba nel centro della città tra le vie dello shopping. Poiché l’esplosione viene preannunciata da una telefonata, c’è il tempo di evacuare l’area ma non si riesce comunque a disinnescare la bomba, la cui deflagrazione provoca “solo” 200 feriti, ma nessun morto. Basta comunque a Bono per ripiombare nell’incubo degli attentati e per ricordare all’Europa che la questione irlandese è ancora tutta da dirimere.

Ecco il motivo del titolo del brano, apparentemente intriso di spensieratezza estiva, Staring at the sun, concetto che sottintende invece una cecità, di chi sta al sole, delle nazioni e delle persone rispetto al problema.
Il pezzo, caratterizzato da un ritornello terribilmente accattivante, è un raffinato e ritmato brano sostenuto da una chitarra che, da arpeggi più delicati si trasforma in un’onda rock dalla potenza perfettamente calibrata, con effetti di distorsione a cascata che incanalano la voce e la ritmica lungo tutto il brano. Una curiosità: provate ad ascoltare Feel Good Inc, famosa hit dei Gorillaz del 2005, e provate a vedere se il ritornello non richiama vagamente quello di Staring at the sun.

10. Stay (Faraway, So Close!) (1993)

Quando Wim Wenders chiama gli U2 rispondono e così, per il sequel de Il Cielo sopra Berlino, Bono & Compagni gli confezionano questa ballata rock dall’andamento ipnotico in cui l’accompagnamento di chitarra e ritmica è molto semplice, tipicamente anni ’90, ma la voce di Bono, al suo meglio, sospira come un angelo che accompagna il cammino delle nostre esistenze e ci sussurra all’orecchio di “…restare e la notte sarà abbastanza. Lontano, così vicino / Lassù con l’elettricità e la radio/ Con la televisione satellitare arrivi dappertutto/ Miami, New Orleans, Londra, Belfast e Berlino… Tre del mattino / Silenzio e nessuno in giro / Solo il botto e lo sferragliare / di un angelo che cade a terra.

9. Love comes tumbling (1985)

Un’altra incredibile e delicatissima ballata, dai toni dark, stranamente relegata al lato B del singolo The Unforgettable Fire (rilasciato il 22 Aprile 1985, 7 mesi dopo la pubblicazione dell’album omonimo), quando avrebbe potuto tranquillamente assurgere al livello di una With or without you. Il basso di Clayton, come un cuore pulsante, domina l’andamento malinconico di questa trascinante canzone in cui The Edge accompagna la ritmica con delicati e onirici arpeggi. Bono, qui ormai alla sua piena maturità vocale, canta di un amore che arriva inciampando o forse sta crollando proprio. “Ma l’amore non ha bisogno di trovare un modo / Troverai il tuo proprio modo / Mi dimentico che tu non puoi restare / E allora dico che tutte le strade portano dove sei tu. Un brano che entra nell’anima per non uscirne più.

8. Sunday Bloody Sunday (1983)

Uno dei brani più iconici dell’intera carriera degli U2, immancabile nei loro concerti, nonché uno dei loro primi inni, con tanto di andamento marziale scandito dalla micidiale batteria di Larry Mullen e dall’aggressiva chitarra del nostro The Edge che non lascia respirare l’ascoltatore durante questa arrabbiata canzone. I sentimenti forti del brano sembrano mitigati (nella versione studio) dai violini che intervengono di tanto in tanto, ma in realtà tali strumenti non fanno altro che donare ulteriore epicità al pezzo.

Il testo racconta della repressione e delle risposte violente dell’esercito inglese nei confronti dei civili, in risposta agli attentati dell’IRA, l’esercito clandestino di liberazione irlandese. In particolare si fa riferimento alla domenica di sangue del 30 Gennaio 1972 a Derry, durante la quale il Primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti inglese compì un vero e proprio massacro nei confronti della popolazione inerme. “Non riesco a credere alle notizie di oggi / Non posso chiudere gli occhi e far finta di niente…”.
Ma Bono non vuol dare corda all’odio e alla rappresaglia: “Bottiglie frantumate sotto i piedi dei bambini / Corpi allineati lungo una strada senza uscita / ma non presterò ascolto al grido di battaglia / Che mi mette con le spalle al muro … E la battaglia è appena cominciata / Molti già sono perduti ma, dimmi, chi ha vinto? Le trincee scavate dentro i nostri cuori / E fratelli, figli, fratelli, sorelle lacerati”. Viene poi rivolta una critica verso l’insensibilità instillata dal bombardamento di informazioni da parte dei media e infine il sacrificio delle vittime di Derry viene paragonato a quello di Cristo: “Noi mangiamo e beviamo mentre loro moriranno / Ma la battaglia vera è appena cominciata / Per affermare la vittoria sancita da Gesù / Quella Domenica maledetta Domenica.” Il sentimento religioso (non le religioni istituzionalizzate) è importante per Bono e infatti la figura di Gesù tornerà in altri brani, tra cui Until the end of the world.

7. Twilight (1980)

Brano giovanile, seconda traccia del fulminante album di debutto Boy, conserva ancora tutta la freschezza, la rabbia e il disorientamento di un adolescente che si affaccia alla vita e alla maturità: “Il mio corpo continua a crescere / Mi spaventa, eccome / Mio padre cercava di portarmi a casa / Pensavo sapesse”. Queste ultime parole si riferiscono ad una situazione molto dolorosa vissuta da Bono durante l’adolescenza. Quando il giovane cantante aveva 16 anni la madre Iris morì e così si ritrovò solo col padre e il fratello. Per evitare il dolore il ragazzo cercava sempre di stare quanto più possibile lontano da casa, in compagnia di amici e, arrivato al tramonto, (il Twilight del titolo) era costretto a farvi ritorno.

Pezzo dalle sonorità oscure in cui The Edge trova per la prima volta la sua ‘voce’ con una chitarra ariosa e al tempo stesso dura e inquietante, con un doloroso assolo nell’ultima parte che mette i brividi ed esprime il laceramento di una giovane anima che si trova in un importante momento di passaggio della vita. Il verso “In the shadow boy meets man” (Nell’ombra il ragazzo incontra l’uomo) fu equivocato come un riferimento alla pedofilia ma in realtà si riferiva a quel momento oscuro in cui un giovane incontra l’adulto che diventerà, in quella zona d’ombra di cui parlava anche Joseph Conrad nel suo romanzo La linea d’ombra.

6. Summer Of Love (2017)

Tra le produzioni più recenti della band irlandese, questo splendido gioiello è incastonato nell’ultimo album prodotto dalla band, Songs of experience, e splende di luce propria. Si tratta di una splendida ballata in cui i suoni dolci e semi-acustici della chitarra di The Edge si sorreggono sul più deciso basso di Clayton e sulle raffinate ritmiche di Mullen che qui si diletta tramite strumenti con la sabbia dentro (Shaker). La sospensione centrale su sole chitarra e voce è da brivido. Il testo parla dell’Estate dell’amore e della West Coast ma non si tratta dell’Estate della San Francisco del 1967 intrisa di pace e amore, né della mitica West Coast americana, bensì della costa occidentale della Siria dalla quale scappano migliaia di persone in fuga dalla guerra civile. In particolare si fa riferimento all’assedio della città di Aleppo, devastata nell’arco di 4 anni, dal 2012 al 2016, durante i quali forze governative e ribelli si fronteggiarono a colpi di guerriglia e tagliarono reciprocamente l’accesso ai viveri. “Ho pensato alla West Coast / Non quella che tutti conoscono / Tra le macerie di Aleppo / I fiori sbocciano nelle ombre / Un’Estate d’amore.”

5. Until The End Of The World (1991)

Un paio di anni prima di Stay, Wenders chiese a molti musicisti, tra cui gli U2, di immaginarsi qualche anno nel futuro, precisamente nel 1999, per la composizione della colonna sonora del suo Fino alla fine del mondo. Bono e compagni chiesero in cambio di utilizzare il titolo del film per la canzone e di inserirla nell’album capolavoro Acthung Baby, che segnò una rottura e una rivoluzione (sia sonora che di immagine) nella loro carriera. Se ne uscirono con questo brano che, tramite i suoi incredibili suoni, traghettò d’improvviso il rock negli anni ’90 e oltre.

Until the End of the World si apre con un intro di chitarra che somiglia al barrito lontano di un elefante elettrico, poi entra Mullen con una batteria tribale che dopo poco si trasforma in una drum-machine elettronica, col basso di Clayton a sostenere efficacemente il tutto. Infine arriva The Edge che, come un fiume in piena, ci trascina in paesaggi onirici di futuribile vividezza e, con l’assolo al centro del brano, tende le corde della nostra anima fino allo stremo.
Il testo, paradossalmente, più che ispirarsi al film di Wenders, nacque dalla visione da parte di Bono del film di Scorsese L’ultima tentazione di Cristo (1988). Infatti le parole, magnificamente ambigue e originali, potrebbero raccontare sia l’incontro tra due amanti delusi oppure, più specificatamente, l’incontro tra Giuda e Gesù nel giardino del Getsemani, dopo l’ultima cena e poco prima del tradimento, tutto dal punto di vista del discepolo. Quest’ultimo così ricorda la Cena: “L’ultima volta eravamo in un locale poco illuminato / Eravamo così vicini che sembravamo due sposi / Si mangiava il cibo, si beveva il vino / Si divertivano tutti tranne te / Tu parlavi della fine del mondo”. Poi c’è un flash-forward che riguarda proprio il tradimento nel Getsemani: “Nel giardino facevo il sarcastico / Baciai le tue labbra e spezzai il tuo cuore / Tu, tu ti comportavi come se fosse la fine del mondo”.

Si tratta di una canzone universale che racconta come, spesso, distruggiamo ciò che amiamo e poi tendiamo la mano verso ciò che abbiamo distrutto, in un ultimo gesto di rimpianto: “Nel mio sogno stavo annegando i miei dispiaceri / Ma i miei dispiaceri hanno imparato a nuotare / Circondandomi affogandomi / Traboccando dal bordo / Cercai di raggiungere colui che avevo tentato di distruggere / Tu, tu dicesti che avresti aspettato fino alla fine del mondo.” La fine del mondo corrisponde proprio alla crocifissione del redentore.

4. The Unforgettable Fire (1984)

Gemma assoluta nella produzione degli U2, in cui si sente fortemente la mano di Brian Eno nella produzione, la title-track dell’album del 1984 segna una vetta nella maturazione di suoni e parole, di ineguagliata e cristallina raffinatezza. Più che una semplice canzone è un rarefatto tappeto sonoro su cui la voce di Bono scivola con naturalezza e la chitarra di The Edge si fa sottile e fatata. Al centro violini, sospensioni e riprese che rilanciano il brano in territori inediti e inesplorati dal gruppo. Il finale con Bono che intima “Don’t push me too far Tonight” (non spingermi troppo oltre stanotte) e i violini che tornano con quel tocco di malinconia, è da brividi. Un vero capolavoro. Non si trova sul nostro podio soltanto perché gli altri tre brani sono troppo iconici per non metterli ai primi tre posti. Non è un caso che, a distanza di 26 anni, nel 2010, gli U2 hanno ripreso a suonarla dal vivo nei loro concerti.

Il fuoco indimenticabile si riferisce al calore dell’esplosione atomica di Hiroshima. L’anno precedente, il 22 Maggio 1983, gli U2 visitarono Il Peace Museum di Chicago in cui c’era un’esposizione intitolata appunto The unforgettable fire, in cui erano esposti i quadri dei sopravvissuti della catastrofe di Hiroshima che, in qualche modo, avevano messo per immagini la loro esperienza. A dispetto di questo, però, il brano non contiene riferimenti precisi alla bomba atomica ma si articola in una serie di immagini visionarie che compongono quasi un quadro narrativo astratto: si intravede una città fatta di luci, oro e argento (per Bono era Tokyo), si parla di una donna dagli occhi color carbone, di riferimenti biblici con la descrizione di una terra arida e secca (probabilmente l’Egitto), e di montagne che franano o scompaiono dentro il mare, come nel Salmo 46.

Infine echi di un amore che vive dentro una bugia, un sentimento che può comunque essere ancora salvato. Eppure il concetto del fuoco indimenticabile, per Bono, attraversa in modo subliminale il brano e anche l’intero album che risente, in maniera inconscia, della visione di quella mostra a Chicago.

3. Where The Streets Have No Name (1987)

Sfidiamo chiunque a non farsi prendere dai brividi alle prime note di questo iconico brano. Dopo un intro celestiale, dominato da uno struggente organo, la chitarra di The Edge comincia a parlare letteralmente tramite un fraseggio preciso, arioso e sincopato, nei cui spazi tra i suoni è possibile intravedere le strade desertiche che portano all’albero di Joshua. È proprio sullo spazio che si fonda questo pezzo leggendario, uno spazio tra le note e uno spazio interiore in cui è impossibile non immergersi quando si ascolta questo trascinante e leggendario pezzo. Solo se siete stati almeno una volta ad un concerto degli U2 potete capire l’energia pazzesca che sprigiona questo brano, il senso di libertà e di coraggio nei confronti della vita che infonde nell’animo. Altre parole sarebbero inutili.

2. One (1991)

La ballata rock romantica più bella degli anni Novanta (e non solo). Dopo questo brano non ce n’è per nessuno. Con quelle poche note di chitarra The Edge salvò un gruppo allo sbando che, dopo i fasti di The Joshua tree, non trovava più una direzione e si era rifugiato a Berlino in cerca di un’ispirazione che non arrivava. The Edge se ne venne con quel pugno di note che sarebbero diventate l’ossatura di One e il resto della canzone, nonché dell’intero album Achtung Baby, venne giù tutto da lì. L’andamento progressivo del brano acchiappa il cuore e la pancia dell’ascoltatore per non lasciarlo più. La perfezione di questo brano, che fonde melodia ed energia rock, è talmente immane da far pensare ad un’ispirazione divina.

Riguardo il testo: non si tratta di un amore smielato. È invece un amore arrabbiato, difficile, non conciliato. Bono pensava infatti alla separazione in corso di The Edge con la moglie, a quella dei tedeschi con l’idea di stato comunista precedente al crollo del muro e all’AIDS, la terribile malattia esplosa negli anni ’80 che si trasmetteva, paradossalmente, proprio tramite l’amore. Più che di semplice unità One parla di differenze e divisione all’interno di questa unità: “We’re one, but we’re not the same / We get to carry each other / Carry Each other” (Siamo una cosa sola, ma non siamo uguali / Arriviamo a sostenerci a vicenda / Sostenerci l’uno l’altro, uno).

1. With Or Without You

Se One è perfetta allora With or Without you cos’è? È la semplicità di un’esecuzione strumentale emozionante, per nulla elaborata o complessa, al servizio di un sentimento contrastato e universale, che tutti prima o poi abbiamo provato nella vita, un amore tanto impossibile quanto desiderato, sospirato, forse in parte sfiorato, o parzialmente vissuto, e del quale non sappiamo fare a meno, ma nemmeno sapremmo viverlo fino in fondo. Tutto questo si trasforma in un brano che monta nell’animo di chi ascolta, tramite le ritmiche profonde di Clayton e Mullen, accompagnate dalla chitarra, stavolta dolce leggera e struggente, di The Edge, fino all’urlo di Bono che intima “And you give yourself away!…”. Il resto è storia di tutta una generazione, e forse più di una, che ha sognato e sospirato con questa canzone e che magari ha cercato di utilizzarla in qualche occasione speciale della vita in cui si sperava di far colpo su qualcuno.

Bonus Track: The Ground Beneath Her Feet (2000)

Questo brano è un crescendo di suoni ed emozioni di tale intensità che meritava di rientrare in questa classifica, sebbene non si trovi in nessun Album degli U2, né sul lato B di alcun singolo. Siamo nel 1999 e la collaborazione tra la band di Dublino e Wim Wenders arriva ad un punto tale che il cineasta tedesco decide di girare un film basato su un soggetto dello stesso Bono, intitolato The Million Dollar Hotel, distribuito tra Febbraio e Marzo del 2000, insieme con la colonna sonora. Gli U2 firmano così più brani per il film tra cui questa intensa e bellissima The Ground Beneath Her Feet, il cui titolo è mutuato dall’omonimo romanzo di Salman Rushdie pubblicato nel 1999, di cui Bono aveva letto in anteprima le bozze e dal quale ruba intere strofe come testo della canzone. Il libro è una rilettura moderna del mito di Orfeo ed Euridice in cui due rockstar si inseguono nel corso di una vita e attraverso mondi alternativi.

Il brano è caratterizzato nella prima parte da un andamento melodioso e avvolgente in cui Daniel Lanois, produttore e collaboratore di lunga data degli U2, si produce in un accompagnamento sonoro molto particolare grazie all’utilizzo della Pedal Steel Guitar, chitarra elettrica che viene tenuta in orizzontale e suonata, non con un plettro, ma con uno slide in metallo che si passa sulle corde. Nel frattempo Larry Mullen addolcisce ulteriormente il suono con l’utilizzo delle spazzole sulla batteria. Bono fa le veci di Morfeo, il poeta e musico, figlio di Apollo, che con la sua lira incantava uomini, animali e dei. Egli ha perso la sua Euridice, morsa da un serpente: per questo il riferimento alla terra sotto i suoi piedi, suolo in cui si nascondeva la serpe e sotto il quale si trova adesso che è morta. Morfeo/Bono ricorda la voce e le fattezze della sua amata e suggerisce come adesso, dopo la sua scomparsa, tutto sia cambiato, il mondo e i sensi sembrano sottosopra (Il nero è bianco e il freddo è calore / Perché ciò che adoravo mi portò via l’amore). Egli non si dà pace finché non la ritroverà.

Come sappiamo Orfeo scende negli inferi dove riuscirà ad incantare Ade e Persefone, gli dei dell’Oltretomba, e ad avere il permesso di portar via Euridice, con la promessa di non guardarla finché non saranno di nuovo nel mondo dei vivi. Sulla via del ritorno comincia dunque un dialogo con l’amata: “Lascia che ti ami / Lascia che ti porti dove due strade s’incontrano /Oh ritorna su / Dove c’è solo l’amore”. Purtroppo sappiamo anche che il mito non finisce bene: Orfeo si gira verso Euridice e il suo amore scompare per sempre. Ecco dunque che le delicate melodie della prima parte della canzone si trasformano all’improvviso in un emozionante muro del suono, tipicamente U2, in cui Mullen si scatena alla batteria e The Edge torna a farla da padrone con la sua chitarra che grida tutto il dolore della perdita di Orfeo. Indimenticabile.

Preziosa fonte di informazioni per questo articolo è stato il bellissimo libro di Andrea Morandi, edito da Arcana nel 2009, “U2. In the name of love. Testi commentati”.

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