Blue: Joni Mitchell e i colori dell’anima

di Stefano Lo Verme
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Blue songs are like tattoos, you know I’ve been to sea before
Crown and anchor me or let me sail away

La ricerca di stabilità, come una nave ancorata al porto, e la voglia di riprendere il largo: sono i due desideri, complementari e inconciliabili, descritti da Joni Mitchell nei primi versi di Blue, brano eponimo dell’album più celebrato della sua carriera. È il 22 giugno 1971 quando la cantautrice nata a Fort Macleod, in Canada, dà alle stampe Blue: il quarto tassello di un percorso discografico che, dalle radici folk degli esordi (Song to a Seagull, 1968, e Clouds, 1969) passando per l’evoluzione sonora del magnifico Ladies of the Canyon (1970), sarebbe proseguito verso melodie sempre più elaborate e verso le prime suggestioni jazz. Ma Blue è soprattutto l’album delle ‘confessioni’ per antonomasia: un’esplorazione personalissima dei temi dell’amore, della libertà e della solitudine, in cui la ventisettenne Joni si mette a nudo ancor più di quanto non avesse fatto nei suoi lavori precedenti, già marcati da una forte impronta autobiografica.

 

Joni Mitchell e quell’estate del 1971

All’inizio degli anni Settanta, accanto alla “canzone di protesta” del decennio precedente, si va affermando anche il cosiddetto “cantautorato confessionale”, più legato a una sfera intimista rispetto alla dimensione sociale e politica. Una svolta anticipata dalla sublime Laura Nyro (Eli and the Thirteenth Confession, New York Tendaberry), oltre che dalla stessa Joni Mitchell, e destinata a toccare il suo apice proprio in quel miracoloso 1971: l’anno di Mud Slide Slim and the Blue Horizon di James Taylor, dei primi due album di Carly Simon, del leggendario Tapestry di Carole King (nonché del successivo Music) e, ovviamente, di Blue. Se prima dell’estate del 1971 Joni era già un’icona della scena musicale della West Coast, autrice di brani quali Both Sides, Now e Big Yellow Taxi e di un inno generazionale come Woodstock, questo sarà l’album in grado di definire un’epoca, ma anche di trascenderla per assumere lo statuto del classico (nell’edizione 2020 della classifica dei cinquecento migliori album di sempre, Rolling Stone inserirà Blue al terzo posto).

Nei dieci titoli e nei trentasei minuti che compongono il disco, Joni dà voce a un intero ventaglio di stati d’animo, amalgamando emozioni in apparenza agli antipodi come colori di una tavolozza che, una volta distesi sulla tela, si combinano in tinte nuove e sorprendenti. È una commistione rintracciabile fin dai brani più ‘solari’: All I Want, posta in apertura (e prestata a un duetto fra i personaggi di Annette Bening e Mark Ruffalo nel film I ragazzi stanno bene), in cui l’ebbrezza del romanticismo («Applause, applause, life is our cause/ When I think of your kisses my mind see-saws») si combina con un insopprimibile anelito di indipendenza («I am on a lonely road and I am traveling/ Looking for the key to set me free»); e Carey, diario di un viaggio sull’isola di Creta, in cui la voce della Mitchell scorre lieve ed euforica mentre rievoca la magia di una notte stellata sul Mediterraneo («But let’s not talk about fare-thee-wells now/ The night is a starry dome»).

 

Sfumature d’azzurro dal Mediterraneo alla California

L’esplosione vitalistica di All I Want e Carey non è esente, tuttavia, dalla consapevolezza della precarietà delle relazioni, e forse del loro essere inconciliabili con un senso di piena libertà individuale: un leitmotiv nella produzione dell’artista, ripreso in seguito pure in dischi quali For the Roses, Court and Spark ed Hejira. Una consapevolezza più accentuata in brani come My Old Man, in cui l’azzurro del titolo, che riempie anche la copertina dell’album, si riaffaccia nella sua accezione semantica di tristezza: «But when he’s gone, me and them lonesome blues collide/ The bed’s too big, the frying pan’s too wide». La dolcezza di My Old Man si scioglie nella malinconia che pervade la canzone Blue, con quella metafora nautica che allude a sottintesi drammatici («Well there’re so many sinking now, you’ve got to keep thinking/ You can make it thru these waves») per poi sfociare in una toccante dichiarazione d’amore: «Here is a shell for you, inside you’ll hear a sigh/ A foggy lullaby, there is your song from me».

Il topos del viaggio ritorna in California, soave ballata intrisa di nostalgia («Oh, it gets so lonely when you’re walking/ And the streets are full of strangers») e accompagnata, come All I Want, dalla chitarra di James Taylor, all’epoca partner di Joni; è anche un brano da cui trapela l’amarezza per il tramonto delle utopie pacifiste, espressa in pochi versi emblematici («They won’t give peace a chance/ That was just a dream some of us had») e nel riferimento alle notizie sulla guerra. Durante un tragitto in aereo è ambientata, subito dopo, This Flight Tonight: il focus è sempre sull’amore, vissuto con un senso di disillusione («Sometimes I think love is just mythical») che è però lucido e quasi scanzonato, e reso magistralmente con quella massa nera (blackness everywhere) che corrisponde all’oscurità tutt’attorno all’aereo mentre si accinge a planare verso le fievoli luci della città sottostante.

 

Rimpianti, malinconia e amori perduti

Ma qualunque traccia di distacco ironico, per quanto sottile, si dissolve in quelli che rimangono i capolavori del disco; a partire dall’autobiografismo nudo e doloroso di Little Green, composta cinque anni prima, dopo aver dato sua figlia in adozione perché impossibilitata a mantenerla. La voce delicata di Joni scivola teneramente fra ricordi del passato e frutti della fantasia («There’ll be icicles and birthday clothes/ And sometimes there’ll be sorrow»), abbracciando quella sofferenza come parte del percorso umano. Ma la sofferenza, in Blue, non è mai puro struggimento: viene filtrata dal tempo e dalla riflessione, mutandosi in un sentimento più soffuso e ‘quotidiano’. E a suggerire tale quotidianità possono essere perfino le note di Jingle Bells, prese in prestito da Joni Mitchell nell’introdurre uno dei suoi successi intramontabili, River, perfetto controcanto del clima natalizio e delle sue “canzoni di gioia e di pace”.

«I wish I had a river so long I would teach my feet to fly/ I wish I had a river I could skate away on»: l’immagine del fiume ghiacciato come via di fuga è fra le più incisive e potenti del repertorio della Mitchell, tanto da aver contribuito a fare di River uno dei suoi titoli più famosi, amati e reinterpretati, anche a distanza di decenni. La memoria di un amore che fa “tremare le ginocchia” accomuna River al brano seguente, A Case of You: semplicemente una delle ballate più belle che siano mai state scritte, anch’essa omaggiata da un’infinità di artisti (Prince, k.d. lang, James Blake). In A Case of You, al suono della chitarra di James Taylor, la vena poetica di Joni intreccia dettagli iperrealistici (una mappa del natio Canada rischiarata dalla luce azzurra di un televisore), citazioni shakespeariane (la stella polare, simbolo di affidabilità come nel Giulio Cesare) e una visione dell’amore che ha i contorni mistici di un abbandono quasi religioso, suggellata nel ritornello dal verso «You’re in my blood like holy wine».

 

Il destino dei sognatori

A chiudere l’album, dopo A Case of You, è una canzone che anticipa l’evoluzione della scrittura di Joni Mitchell: una scrittura accurata, densissima, che all’orecchiabilità predilige strutture complesse e dal taglio marcatamente narrativo, ben coniugabili alla fluidità melodica del jazz. E The Last Time I Saw Richard ne è un saggio esemplare, con le prime due strofe concepite come una diatriba sulla natura dell’amore: «And he told me all romantics meet the same fate someday/ Cynical and drunk and boring someone in some dark café». Se Joni replica al suo interlocutore imputandogli di aver ‘romanticizzato’ il proprio dolore, nell’ultima strofa il disincanto di Richard si è esteso però anche a lei, alla quale non resta che interrogarsi sulla sorte inesorabile dei sognatori: «All good dreamers pass this way some day/ Hidin’ behind bottles in dark cafes, dark cafes/ Only a dark cocoon before I get my gorgeous wings and fly away».

Passione e disincanto: sono appunto i due estremi fra i quali si inseriscono le dieci composizioni dell’album, in un infaticabile tentativo dell’autrice di riconciliarsi con se stessa, di raggiungere un equilibrio tra le sfumature dell’azzurro. Perché a rendere Blue un disco speciale, nel senso più alto del termine, è la specificità con cui Joni Mitchell parla di se stessa, e di conseguenza il modo in cui riesce a parlare a tutti noi. Refrattarie alla genericità e all’artificio, le sue canzoni oscillano fra la letizia e il rimpianto, fra la solitudine e l’ironia, come capitoli di un romanzo che riesce ad essere al contempo intimo e universale. Senza facili risposte o banali rassicurazioni, ma con la capacità di farci credere – anzi, di farci sapere con assoluta certezza – che non siamo soli a galleggiare nell’azzurro, cercando di cavalcarne le onde. E che cinquant’anni fa, una ragazza di nome Joni ha raccontato un viaggio che, in fondo, è un po’ anche il nostro.

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