The Doors: le 5 migliori scene dei film con le musiche di Jim Morrison

di Claudio Gargano
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A 50 anni esatti dalla morte di Jim Morrison, avvenuta il 3 Luglio 1971, la musica onirica e ipnotica dei Doors, nonché l’aura selvaggia e inquietante del loro frontman ancora gonfiano i cuori delle nuove generazioni di impeti ribelli e connotazioni maledette. C’è chi lo ha definito un ubriacone senza talento, chi invece lo ha idolatrato a oltranza; ciò che è sicuro è che la breve vita di James Douglas Morrison, morto a 27 anni, non è passata inosservata nel corso del ventesimo secolo ma, come lo spirito di un potente sciamano, il suo richiamo è ancora forte persino dall’aldilà, pifferaio di bimbi sperduti che, nelle generazioni successive, hanno visto in lui una speranza e un’espressione del loro disagio e dei loro sogni più inconfessabili. L’opera e la vita di Morrison furono infatti intrinsecamente connessi al mondo onirico e all’inconscio, regno in cui il Re Lucertola (come amava autodefinirsi) accedeva senza problemi, tramite stati coscienza alterati, indotti da uso e abuso di LSD. Si può dire che la personalità di Jim spesso non rispondesse più al proprio io cosciente ma prendesse ordini direttamente dal suo io più ancestrale e istintuale, quell’uomo vecchio di milioni di anni che, secondo lo psicologo Carl Gustav Jung, vivrebbe annidato nella psiche di ognuno di noi e che rappresenterebbe l’accumulo psichico di infinite vite vissute prima di noi e stratificatesi nell’inconscio collettivo.
Era dunque naturale che la musica dei Doors potesse andare a braccetto con l’arte la cui materia è la stessa di cui sono fatti i sogni, ovvero il cinema. Gli esempi di cui parleremo in questo articolo sono tratti per lo più da opere che, guarda caso, parlano dell’irrompere del dionisiaco in mondi apparentemente ordinati, o apollinei. Come alcuni sapranno Dioniso era il dio greco dell’ebbrezza, ma anche dell’energia generatrice che sosterrebbe la vita e il cosmo intero e che, se scatenata in maniera incontrollabile, può divenire distruttrice. Morrison, che si definiva appunto un sacerdote di Dioniso, fu infatti nutrito e acceso, ma anche distrutto da quella stessa energia. Apollo, come è noto, era invece il dio del Sole, della luce dell’intelletto, nonché delle arti, e della profezia. Parliamo comunque di semplificazioni perché in realtà anche coloro che dedicavano la vita al dio dell’intelletto ne venivano ‘posseduti’ tramite l’assunzione di particolari sostanze, per poter vaticinare il futuro. Ciò che importa però è che Morrison fu certamente un’importante incarnazione delle furiose istanze dionisiache che irruppero in un mondo, quello degli anni ’60 del XX secolo, che pretendeva di essere ordinato secondo regole sociali ormai vetuste. Non è un caso che Oliver Stone, nel suo biopic sui Doors, metta in bocca a Val Kilmer/Jim Morrison queste parole, parafrasando in parte alcuni versi poetici del cantautore: “Dovrebbero esserci delle grandi orge, proprio come quando Dioniso è arrivato in Grecia. Per lui le donne sono impazzite, hanno lasciato le case e ballando sono salite sulle montagne. Dovrebbero esserci delle divine e dorate copulazioni nelle strade di Los Angeles”.
Andiamo dunque a scoprire quali sono le 5 migliori scene dei film con le musiche di Jim Morrison, musiche che vengono utilizzate in modo efficace, in opere che mettono per immagini quel contrasto dionisiaco/apollineo (tanto caro a Friedrich Nietzchze) di cui abbiamo accennato e che sono anche entrate di diritto nell’immaginario cinematografico mondiale.

1. The Doors (1991): Riders on the Storm e Ghost Song

Potreste pensare che ci piace vincere facile visto che cominciamo proprio con il famoso biopic di Stone, ovvero, ca va sans dire, il grado zero di utilizzo delle canzoni dei Doors in un film. Eviteremo però le scene con le canzoni più celebri e iconiche come Light my fire, Break on Through e la lisergica The End, ma ci soffermeremo invece su due scene e due canzoni meno note, se non altro la seconda.
La prima costituisce anche l’incipit del film, in cui il titolo The Doors letteralmente vola su una ripresa aerea del deserto californiano sulle note blues di Riders on the Storm (dall’album LA Woman del 1971), anticipate dal suono del temporale. La famiglia del piccolo Jim si ferma nei pressi di uniincidente stradale che ha coinvolto vari veicoli: sulla strada ci sono i corpi di alcuni nativi americani, i cui spiriti, secondo quanto raccontato in seguito da Jim, sarebbero trasmigrati nel suo corpo. Episodio fondante della vita di Morrison e scena dal tono onirico, dai colori terrigni, rossicci, quasi in contrasto con la piovosità e l’andamento blues di un brano come Riders, eppure funziona benissimo e lascia impresso il suo marchio visivo in chi ha potuto vedere l’opera al cinema.
L’altra scena su cui vorremmo soffermarci è quella in cui Jim e Pamela Courson (la sua compagna di vita, qui interpretata da Meg Ryan) girano di notte per Venice Beach accompagnati dalle note di Ghost Song, brano pubblicato 7 anni dopo la morte di Morrison, all’interno dell’album An american Prayer (1978), in cui i Doors resero omaggio all’amico scomparso mettendo in musica le registrazioni sonore delle sue poesie. Mentre Jim sveglia Pam nel cuore della notte la voce del cantante intima “Svegliati, scuoti i sogni dai tuoi capelli mia bella bambina, mia unica dolcezza. Scegli il giorno e scegli il segno del tuo giorno, il giorno è una divinità, la prima cosa che vedi” sul raffinato e morbido arrangiamento blues creato per l’occasione dagli ex-compagni Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore. La poesia musicata si sposa benissimo con una ripresa in timewarp (accelerata) della luna che sorge, poi con le immagini di Jim e Pam che esplorano la notte, e anche se stessi, in un momento in cui il nostro sciamano dionisiaco non era ancora contaminato dal successo e dagli eccessi.

2. Crudelia (2021): Five to one

Proseguiamo con un bel salto nel tempo fino al nostro presente e a un film che sta riscuotendo notevole successo nelle sale post-lockdown e cioè l’origin-story di una delle villain più iconiche della Disney, l’irresistibile Crudelia De Mon resa famosa dal lungometraggio animato del 1961 La carica dei 101, incarnata già da Glenn Close nel remake Live-Action del 1996. La schizofrenica Crudelia di Emma Stone colpisce nel segno e siamo sicuri che rimarrà a lungo impressa nella memoria degli spettatori ma la scena che vogliamo proporvi riguarda invece l’entrata in scena di colei che diverrà la sua acerrima nemica, nonché la vera villain del film, ovvero la baronessa Von Hellman, interpretata da una glaciale e bravissima Emma Thompson. Il martellare della batteria dell’attacco di Five to one (dall’album Waiting for the sun del 1968) scivola su una carrellata frontale a inquadrare la baronessa che esce dalla sua auto fino ad arrivare ad un primo piano. L’entrata del potente basso corrisponde allo stacco sul dettaglio degli occhi (coperti dagli occhiali da sole) della baronessa che si girano di scatto verso la vetrina ‘erroneamente’ allestita da Estella/Cruella. Così come il ritmo della canzone sale incessantemente, allo stesso modo la baronessa irrompe nel negozio di alta moda e nella vita di Crudelia. Va detto però che l’utilizzo di questo potente brano dei Doors viene in realtà diluito all’interno di una colonna sonora che si rivela un’inesauribile e tonitruante playlist di Hit degli anni ’60 e ’70 oculatamente selezionate per sorreggere furbamente la favola dark-punk di Crudelia e dunque la carica eversiva del brano di Jim Morrison & compagni ne esce inevitabilmente disinnescata, sebbene utilizzata, a livello tecnico, in modo impeccabile.

3. Ragazzi perduti (1987): People are strange

Il cult-movie dello scomparso Joel Schumacher aggiornò il mito del vampiro ai tempi della generazione anni ’80 insieme con un’altra pellicola che uscì proprio nello stesso anno, quel Buio si avvicina di cui abbiamo già parlato in un articolo dedicato a Katherine Bigelow. Nel film di Schumacher la famiglia Emerson viene a vivere a Santa Carla, ridente paesino della costa californiana che si rivelerà covo di famelici vampiri capitanati da un carismatico Kiefer Sutherland. Una volta sorpassato l’invitante cartello che dà il benvenuto a Santa Carla ci accorgiamo subito che sul retro qualcuno ha scritto con lo spray “Capitale mondiale dell’omicidio”. Su questa inquietante informazione partono le prime note di People are strange (dall’album Strange days del 1967), nella cover realizzata dagli Echo & the Bunnymen. La canzone dei Doors, manifesto generazionale di spaesamento e disorientamento giovanile, viene efficacemente usata dal regista per introdurre i due giovani fratelli Michael (Jason Patric) e Sam (Corey Haim) in un ambiente totalmente estraneo (nonché potenzialmente mortale) rispetto a quello della città cui erano abituati. People are strange si rivela il commento sonoro perfetto ad una passeggiata visiva dal sapore quasi documentaristico tra le strade di Santa Carla, che si sofferma sui primi piani della strana fauna che abita il paesino: punk, dark e freaks vari che sembrano spassarsela allegramente, se non fosse che le strade sono costellate di foto di adolescenti scomparsi, evidentemente vittime dei vampiri che infestano la piccola cittadina marittima. Sotto la superficie spensierata e vagamente anticonvenzionale di Santa Carla scorrono in realtà veri e propri fiumi di sangue.

4. The Dreamers (2003): The spy

Eva Green come la Venere di Milo (in versione censurata!)

Nella scena più iconica del bellissimo film di Bertolucci, Eva Green (al suo primo ruolo) si mostra come la Venere di Milo, a seno scoperto e con dei guanti neri che le tagliano simbolicamente la braccia. Non tutti ricordano però che su quella scena scorrevano le suadenti note di The Spy (tratta dall’album Morrison Hotel del 1970) che, in quel contesto, assumevano un significato tutto particolare. Il protagonista, l’americano Matthew, interpretato da Michael Pitt, ha avuto per la prima volta accesso alla camera da letto di Isabelle, ragazza ribelle e anticonformista che, insieme col fratello Théo, col quale ha un rapporto incestuoso, ha sverginato il giovane Matthew, non solo sessualmente ma anche intellettualmente, introducendolo in un mondo di istinti liberati, convenzioni sociali abbattute e passioni cinefile, in perfetta sintonia con lo spirito dei movimenti del ‘68 pronti a esplodere di lì a poco. La scoperta della camera privata di Isabelle sarà però sconcertante e rivelatoria per Matthew perché, a dispetto delle apparenze da rivoluzionaria, l’ambiente si rivelerà una classica cameretta da adolescente di famiglia alto-borghese, quale è in realtà Isabelle. Il brano The Spy che accompagna tutta la scena, dallo svelamento della cameretta al disvelamento di Isabelle come Venere di Milo che, non avendo braccia, non può opporsi all’intromissione, sia metaforica, sia fisica, di Matthew nella sua intimità, diventa particolarmente significativo. Eccone i primi versi: “Io sono una spia nella casa dell’amore. Io conosco il sogno di cui vai sognando. Io conosco la parola che spasimi per udire. Io conosco la più profonda e segreta delle tue paure.

5. Apocalypse Now (1979): The End

Persino la giungla lo voleva morto e in fin dei conti era proprio dalla giungla che lui prendeva ordini.” Con queste parole il capitano Willard (Martin Sheen) descriveva il folle colonnello Kurtz, dai metodi insani, interpretato da Marlon Brando nel capolavoro di Francis Ford Coppola Apocalypse Now. In questa acuta frase non è difficile sentir riecheggiare ciò che abbiamo già detto riguardo la personalità di Jim Morrison e cioè che egli prendeva ormai ordini dal suo io più istintuale, dagli strati più profondi del suo inconscio o, se vogliamo, da quel cuore di tenebra che è anche il nodo tematico del film di Coppola nonché del romanzo omonimo di Conrad a cui è ispirato. Un cuore palpitante di energie dionisiache pronte a liberarsi senza controllo.
Non è un caso che Coppola abbia utilizzato The End (dall’album Doors del 1967), forse il brano più psichedelico e allucinato composto dai Doors, per l’inizio e la fine del suo viaggio all’inferno. La celebre canzone, tra le altre cose, parla di un conflitto edipico e mette in scena l’uccisione del padre (ma anche del fratello e della sorella, nonché l’accoppiamento con la madre) da parte del giovane narratore del brano, cioè Jimbo, come veniva chiamata la seconda personalità di Morrison. Cos’è Apocalypse Now, tra le altre moltissime cose, se non la storia dell’uccisione di un padre, il colonnello Kurtz, che viene eliminato ritualmente dal figlio, il capitano Willard, che ne prenderà simbolicamente il posto? Ecco dunque che troviamo The End all’inizio, in una delle scene più iconiche e irripetibili della storia del cinema, durante i deliri di Willard, perso tra i fumi dell’alcool nella stanza d’albergo di Saigon mentre sogna di ritornare nella giungla mentre le pale del ventilatore gli sembrano quelle degli elicotteri da guerra. In questi deliri egli ha anche visioni dal futuro, in particolare del tempio cambogiano in cui si svolgono le scene finali del film. Proprio in queste ritornano le note di The End quando Willard, come un moderno iniziato ai Misteri, emerge dal fango con gli occhi accesi di uno sguardo ferino, non più capitano dell’esercito degli Stati Uniti, ma essere eterno, ancestrale, conscio dei poteri nascosti nel proprio inconscio, uno sciamano più consapevole del Morrison dionisiaco perduto tra i suoi eccessi autodistruttivi. Sarà sulle note martellanti della parte finale di The End che assisteremo dunque all’immolazione del bue da parte della tribù che abita il tempio e al sacrificio rituale di Kurtz da parte di Willard. Sacrificio che si rifà ad un antico rituale, descritto da James Frazer ne Il ramo d’oro (caposaldo dell’antropologia, inquadrato dallo stesso Coppola tra i libri di Kurtz) che si svolgeva nel bosco sacro a Diana – Diana Nemorensis, la Diana dei Boschi -, sulle rive del lago di Nemi, nel Lazio. Qui il sacerdote preposto al culto della dea e guardiano del recinto sacro, poteva essere sostituito in qualsiasi momento da un altro, tramite un vero e proprio duello rituale nel quale il vecchio sacerdote poteva essere ucciso. In questo caso l’uccisore ne prendeva il posto divenendo di diritto il re del bosco e conquistando così un ramo dell’albero che si trovava appunto nel recinto sacro. In seguito, poteva essere a sua volta ucciso da un eventuale successore.
Morrison troncò i rapporti con la sua famiglia durante gli anni della celebrità e soprattutto col padre, comandante di marina impegnato in Viet Nam, che ovviamente osteggiava le scelte del figlio. In una lettera il genitore lo descrisse come totalmente privo di talento. Dopo la morte del figlio però si ravvide e cambiò idea. Ma il film di Coppola, in un certo senso, diede concretezza, almeno visiva, alle fantasie edipiche di Morrison e al suo conflitto col padre. Il cerchio è dunque completo: il Re Lucertola è morto, ma al suo posto abbiamo il re del Bosco: viva il re del Bosco!

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