Mike Flanagan: i 10 migliori film e serie TV

di Claudio Gargano
0 commento

Con il recente successo della serie Netflix Midnight Mass, le prime due stagioni di The Haunting of (Hill House e Bly Manor), nonché con due adattamenti kinghiani ufficiali all’attivo e una nuova serie in arrivo dedicata ai racconti di Poe, il regista e sceneggiatore Mike Flanagan si avvia a diventare ormai il re del gotico moderno. Diciamo gotico e non horror perché le opere dell’autore di Hill House non si basano su scene violente ed eccessi di gore ma bensì sull’attualizzazione e l’aggiornamento di archetipi del genere gotico, intendiamo soprattutto in letteratura, inseriti in contesti attuali e resi metafore di disagi del vivere moderno.
Non sarà un caso che la città natale del regista de Il gioco di Gerald sia quella stessa Salem che puzza del bruciato dei processi alle streghe, ma soprattutto vive ormai nel nostro immaginario come teatro ideale di racconti gotici a sfondo stregonesco o comunque soprannaturale, ambientazione di tante storie spaventose, a cominciare per esempio dall’immancabile H. P. Lovecraft. Ci piace dunque pensare che, sebbene la famiglia del cineasta si sia poi spostata, un po’ delle atmosfere inquietanti di quella suggestiva cittadina del New England siano travasate nel DNA di Flanagan.

Infestazioni spettrali, possessioni, spaventi genuini nonché un uso accorto dei jump scare sono i mattoni con cui Flanagan costruisce le sue architetture gotiche, ma le fondamenta sono costituite da temi forti e universali come il senso dell’esistenza, lo scorrere del tempo, le passioni che dominano le azioni degli uomini, la manipolazione psicologica, il ruolo dei sogni e dell’inconscio, la paranoia, il fanatismo religioso contrapposto alla spiritualità, il senso della comunità e della famiglia, non ultima l’indagine sulla natura del male e l’elaborazione del lutto. Anzi se vogliamo, buona parte della filmografia di Flanagan può essere vista come la rappresentazione di una lunga elaborazione del lutto, a partire dal folgorante esordio di Absentia, film autoprodotto con l’aiuto di un crowdfunding. Lutto inteso non solo come perdita di una persona cara ma anche come perdita di parti sé.
Su tutto aleggia (in senso buono) l’ombra lunga di Stephen King, della cui narrativa il regista statunitense attualmente è tra i migliori interpreti, non solo per i due notevoli adattamenti ufficiali (Il gioco di Gerald e Doctor Sleep), ma soprattutto grazie ad un’atmosfera decisamente kinghiana che riesce ad imprimere alle altre sue opere non basate su alcun libro del Re. Parliamo soprattutto di Midnight Mass che riprende in maniera egregia molti temi e topos dell’universo kinghiano, ma anche di piccoli gioielli come il suddetto Absentia, oppure Oculus e Somnia, che non sfigurerebbero in una ideale filmografia apocrifa kinghiana.
Non manca infine una squadra di attori che ricorrono in maniera più o meno fissa nelle opere di Flanagan, costituendone gli interpreti ideali della poetica e del modo di raccontare. Ricordiamo soprattutto Carla Gugino, Henry Thomas (l’ex-bimbo di ET), Kate Siegel (sua moglie), Elizabeth Reaser, Oliver Jackson-Cohen, Samantha Sloyan e Victoria Pedretti.
In questo nostro excursus andremo anche a scoprire alcuni easter-eggs, ovvero riferimenti inseriti nelle opere di Flangan che rimandano ad altre sue opere, a volte precedenti, altre volte addirittura successive. Leggendo alcune interviste dell’autore, sembrerebbe sempre più vivida l’intenzione di costruire, se non un vero e proprio universo condiviso, almeno qualcosa che ci vada vicino. È lo stesso Flanagan infatti a dire: “Sta diventando tutto incredibilmente contorto, davvero connesso. Questo è il nostro obiettivo. Voglio che tutti questi progetti diventino un’enorme palla di elastici impossibile da districare
Andiamo dunque a scoprire quali sono i migliori film e serie TV di Mike Flanagan.

10. Ouija – L’origine del male (2016)

Cominciamo dalla decima posizione con il film meno originale e sicuramente meno ispirato di Flanagan. Ouija – L’origine del male si inserisce infatti all’interno di un franchise già avviato nel 2014 con Ouija, diretto da Stiles White. Il nostro autore si è dovuto dunque adeguare a un canone già esistente realizzando un prequel in cui venisse mostrato come la tavoletta Ouija del primo film avesse acquisito i suoi nefasti poteri. Per far questo la vicenda viene ambientata nella Los Angeles del 1967, con l’utilizzo di una fotografia incentrata su colori caldi (inusuali per questo genere di produzioni) che richiamano l’immaginario tipico, al quale siamo tutti legati, degli anni ’60.
Alice, una giovane vedova (interpretata da Elizabeth Reaser) con due figlie, si arrabatta come può per sopravvivere, cioè truffando coloro che hanno perso una persona cara, tramite finte sedute spiritiche. L’acquisto di una tavoletta Ouija (piuttosto in voga all’epoca) trasformerà l’attività truffaldina di Alice in qualcosa di più reale ma anche di più pericoloso. Inutile dire che la figlia più piccola verrà posseduta da uno spirito maligno, presente però già nella casa per cause che si scopriranno in seguito. Gli stereotipi del film di possessione con presenze maligne ci sono tutti, con qualche riferimento sia a Poltergeist che a L’esorcista, ovviamente il tutto aggiornato alla sensibilità degli anni Duemila. Interessante il finale, per nulla consolante ma anzi, molto duro. Inevitabile la scena post-credit per creare una continuità con il capitolo precedente.

9. Il terrore del silenzio (2016)

Variazione sul tema della persona con una disabilità (in genere una donna non vedente come in Gli occhi della notte e Terrore cieco) in balia di uno spietato killer che vuole ucciderla. In questo caso la protagonista di Hush (questo il titolo originale), Maddie Young (interpretata dalla bravissima Kate Siegel alla sua prima apparizione su grande schermo) non sente e non parla a causa di una meningite contratta a 13 anni. In compenso è una scrittrice horror dalla fervida fantasia che, tramite una voce interiore, riesce ad immaginare infinite traiettorie narrative per le sue creazioni romanzesche. Tanto per facilitare le cose, vive in una villa isolata in campagna. Entra in gioco un serial killer che palesa la sua presenza alla vittima e comincia a giocare come il gatto con il topo. Trama quanto mai basica per un thriller che non indaga affatto sulle motivazioni del villain che, diciamolo, rimane sbiadito e monodimensionale. Il tutto si risolve in un’ora e venti di agguati e strategie tra cacciatore e preda, tra l’interno e l’esterno della casa, con una suspence gestita al solito molto bene.
Film minore nella filmografia di Flanagan, regala però alcuni bei momenti, per esempio quando la scrittrice si confronta con la proiezione di sé stessa per valutare le sue opzioni di sopravvivenza durante una breve pausa tra un assalto e l’altro. La scena, orchestrata molto bene, anticipa in qualche modo i raffinati confronti che Jessie, la protagonista de Il gioco di Gerald (2017), avrà con le figure interiori della propria psiche. In effetti la rappresentazione delle figure celate nel teatro del proprio inconscio si rivelerà una costante nelle opere successive di Flanagan.
C’è anche un clamoroso easter-egg: nelle prime scene del film scopriamo che Maddie ha pubblicato un romanzo horror di successo dal titolo Midnight Mass (come la serie Netflix da poco rilasciata) e che i protagonisti si chiamano Riley ed Erin. Prova dunque che Flanagan avesse già in mente la serie, o perlomeno una sua prima versione: Erin sarebbe stata incarnata, nel 2021, dalla stessa Siegel.

8. Somnia (2016)

Jung diceva, parafrasando, che ciò che è reale per la psiche diventa reale a tutti gli effetti. Sentenza decisamente calzante per Somnia, pellicola in cui un bambino adottato, Cody, ha la capacità di concretizzare i sogni mentre dorme. Purtroppo non solo quelli belli ma anche gli incubi. Le cose si complicano quando la coppia che ha adottato il piccolo Cody, appurati i suoi poteri, mostra al bimbo numerose foto e filmati del loro figlio morto, Sean, in modo tale che Cody possa concretizzarne le fattezze mentre dorme. Jessie, la madre adottiva, arriva a sviluppare una vera e propria dipendenza dalle immagini del figlio morto, rese reali dal potente inconscio di Cody. Inoltre tra le visioni del bimbo-prodigio c’è anche l’uomo-cancro, una sorta di babau che, come Freddy Kruger, una volta materializzatosi nella realtà, può uccidere sul serio.
Tanta carne al fuoco per questo horror onirico in cui entrano in gioco molti temi cari a Flanagan, primo tra tutti l’elaborazione del lutto, in questo caso per il figlioletto scomparso della coppia. La dipendenza sviluppata da Jessie nei confronti delle immagini tattili dello scomparso Sean riecheggia, per chi se lo ricordi, il cult movie di Wim Wenders del 1991 Fino alla fine del mondo in cui i protagonisti sviluppavano una vera e propria dipendenza per le proprie immagini oniriche, rese visibili tramite un prodigio fantascientifico.
Non tutto il materiale narrativo viene gestito perfettamente ma il finale in cui viene svelata la vera natura dell’uomo-cancro è molto interessante e rientra in uno sviluppo della storia coerente alle emozioni e agli archi narrativi vissuti dai personaggi. 

7. Oculus – Il riflesso del male (2013)

Un bambino un giorno andò fuori a giocare
Quando aprì la porta di casa egli vide il mondo
Nel passare attraverso la porta per uscire, egli causò un riflesso
Il male era nato
Il male era nato… e seguiva il bambino.

Con queste inquietanti parole l’enigmatico personaggio interpretato da Grace Zabriskie (attrice-feticcio di Lynch) in Inland Empire (2006) raccontava le origini del male ad una sbigottita Laura Dern. Anche Flanagan ha indagato la natura del Male tramite un riflesso, con questo suo primo lungometraggio con una vera produzione alle spalle, nel caso specifico la mitica Blumhouse. Oggetto portatore del Male in questo film del regista è lo specchio, creatore per eccellenza di riflessi e dunque di doppi, o doppelganger, archetipo cardine del genere gotico. Il doppio rappresenta chiaramente la nostra Ombra, la parte sommersa della nostra personalità che puntualmente rimuoviamo, non necessariamente cattiva ma, per fini narrativi, è sempre quest’ultima ad essere esplorata nei film horror.
La storia è incentrata su un fratello e una sorella, poco più che ventenni, Kaylie e Tim, che riaffrontano il trauma della morte violenta dei genitori legato ad un antico specchio che li avrebbe influenzati e posseduti. L’originalità della pellicola risiede nel fatto che un semplice, per quanto vetusto, specchio riesce a diventare un vero e proprio personaggio, anzi un temibile villain, senza il banale utilizzo di eventuali portali dimensionali in CGI (tentazione comprensibile vista la natura liminare dello specchio come soglia tra due mondi) ma semplicemente con la sua sinistra presenza. Lo specchio trae in inganno i personaggi facendogli vedere e sentire cose che non esistono, corrompendo l’ambiente circostante a cominciare da piante e animali e soprattutto solleticando quella parte oscura della propria personalità che ognuno di noi porta nascosta dentro di sé.
Il meccanismo narrativo ad orologeria di questa prima prova di Flanagan scorre perfettamente, inscatolato com’è in una unità di tempo e di luogo, la casa in cui i ragazzi hanno vissuto il trauma e in cui la sorella ha riportato lo specchio incriminato. Kaylie ha avuto inoltre l’accortezza di circondare l’oggetto nefasto di telecamere, sensori vari e soprattutto di una geniale e diabolica trappola a tempo, costituita da un’enorme ancora appesa al soffitto. Passato e presente si fondono tramite semplici ma efficaci soluzioni registiche che rendono la casa teatro della memoria dei due protagonisti e lo specchio, riflesso impietoso dei loro fantasmi interiori.
Interessante inoltre scoprire una lista di tragedie connesse alla presenza dello specchio nel corso del secolo passato, elemento che richiama la ricorrenza con cui avvenivano i fatti di sangue nella Derry del kinghiano It. Ritroveremo infine lo specchio maledetto come easter-egg in Midnight Mass.

6. Doctor Sleep (2019)

Doctor sleep, opera più bistrattata di Flanagan per ovvie ragioni (i fan dello Shining di Kubrick non perdonano), non è solo l’adattamento cinematografico del libro sequel di Shining che Stephen King pubblicò nel 2013. La pellicola del cineasta di Salem è un bizzarro e affascinante oggetto filmico che si pone come crocevia tra due immaginari potenti e ben precisi: quello del libro di King del 1977 e quello creato da Kubrick con il suo capolavoro del 1980, tratto appunto dallo stesso romanzo. Doctor Sleep riesce a condensarli efficacemente e a distillarne un prodotto che rende conto di entrambi senza snaturare i due mondi ma anzi rendendogli giustizia in un modo che avrebbe (ribadiamo avrebbe) potuto far felici sia i lettori di King che i cinefili kubrickiani.
Danny Torrance, il bambino che in Shining aveva vissuto delle terribili esperienze all’Overlook Hotel, è diventato un alcolista, proprio come suo padre. Il bere lo aiuta a reprimere la Luccicanza e quindi le visioni delle presenze dell’Overlook che ancora lo perseguitano. Contemporaneamente seguiamo le vicende di Abra Stone, una ragazzina dai poteri incredibili che sovrastano il pur notevole shining di Danny. Un gruppo di pericolosi e antichi vampiri energetici, affamati di Vapore (ovvero la luccicanza condensata e sublimata) si mette sulle tracce di Abra.
Con questa pellicola Flanagan osa rimettere piede nell’Overlook Hotel, filologicamente ricostruito sulla base di quello kubrickiano. Quando entriamo lì dentro non si tratta solo di Danny che torna sul luogo del delitto, ma anche di noi spettatori che rientriamo magicamente in un luogo fondamentale del nostro immaginario cinematografico. L’imponente hotel ammuffito dagli anni, con i suoi saloni, corridoi, la sua scalinata – sulla quale Jack Nicholson/Torrance minacciava Wendy/Shelley Duvall -, diventa un’immensa cattedrale in cui sono conservati i ricordi cinematografici di cui si è nutrita tanta della nostra immaginazione. Non si tratta in questo caso di una sterile vivisezione chirurgica del film di Kubrick, c’è qui invece c’è tutta la gioia, puramente ludica, di ri-esplorare un mondo terrificante che però conosciamo molto bene e scoprirne gli interstizi nascosti, gli angoli ancora bui e inediti. Danny si riaccosta di nuovo alla porta dell’appartamento del custode, spaccata quarant’anni prima dall’ascia di Jack, porta su cui è scritto ancora Redrum col sangue di un Danny bambino. Si riaffaccia da quello squarcio a scoprire i luoghi del suo passato e così noi spettatori ci riaffacciamo con lui nei luoghi della nostra memoria cinefila, negli schedari e nei cassetti della nostra mente.
Soltanto l’anno precedente, nel 2018, c’era stata un’altra incursione nell’Overlook Hotel, di segno ancora più ludico e citazionista, in quel grosso e gustoso calderone pop che è stato Ready Player One di Spielberg.

5. Absentia (2011)

Film auto-prodotto con l’aiuto di un crowdfunding in rete (purtroppo non distribuito in Italia), è la dimostrazione che quando si ha una buona idea, anche con pochi mezzi è possibile costruire una storia avvincente e credibile. Ambientato in uno squallido sobborgo di Los Angeles che nulla avrebbe di gotico, trae la sua forza dall’intelligente utilizzo di un semplice sottopassaggio, un tunnel che diventa anche qui, come in Oculus, ma con forza ancor più dirompente, una soglia verso qualcos’altro. L’elaborazione del lutto della protagonista, Kelly, a 7 anni dalla scomparsa inspiegabile del marito Daniel, sembra trovare finalmente una conclusione con la firma del certificato di morte presunta e la necessaria nonché sollevante accettazione dell’evento. L’arrivo della sorella risveglierà però qualcosa che forse ha a che fare con la scomparsa di Daniel.
Atmosfere indie, con momenti di rarefazione del racconto inconsueti per il genere, utilizzo geniale dei pochi mezzi a disposizione, con un minimo di effetti speciali Flanagan riesce a spaventarci davvero con nulla, solo con il buio e il fuoricampo. L’utilizzo di alcuni elementi del folklore e della mitologia fornisce solide basi a questo horror che non ha nulla da invidiare alle grosse produzioni.
Flanagan si avvicina a King già con questa prima opera, sia grazie all’operazione di attualizzazione di una certa mitologia, sia nella scoperta, tramite indagini di archivio da parte di un personaggio, della ripetizione, nel corso di un secolo o forse di più, della scomparsa di numerose persone, proprio come succedeva in It con i massacri di Pennywise. Flanagan non cita però King in modo pedissequo, bensì ne abbraccia alcune modalità narrative, facendole sue. Inoltre lo scavo nei personaggi e nelle loro relazioni è approfondito e fortemente interconnesso alla trama, proprio come succede nei romanzi del Re.
Un esordio davvero eccellente che, per l’intelligenza e la scaltrezza con cui Flanagan padroneggia i pochi mezzi a disposizione, merita una posizione elevata nella nostra classifica. È dunque comprensibile che dopo Absentia Jason Blum gli abbia prodotto il film successivo, cioè Oculus.

4. Il gioco di Gerald (2017)

C’era chi considerava il romanzo omonimo del 1992 di Stephen King difficilmente filmabile per via della peculiarità della sua trama: una donna rimasta ammanettata ad un letto dopo che il marito, durante un gioco erotico non proprio consensuale, ha avuto un malore ed è morto, lasciandola in balia delle sue allucinazioni e deliri, nonché di un cane randagio. Non ultimo il dettaglio che Jessie, la protagonista, si trova in una villa isolata in un luogo di villeggiatura deserto dove nessuno può sentirla.
Le soluzioni adottate da Flanagan per tradurre in immagini una situazione in cui per gran parte del tempo succede poco, se non nella testa della protagonista, sono davvero efficaci. L’incarnazione e la concretizzazione delle proiezioni mentali di Jessie costituiscono il piatto forte di questo film: ovvero lo scavo nelle ipocrisie della coppia ma anche dentro gli alibi psicologici che la donna ha eretto inconsapevolmente dentro di sé per non vedere in faccia la realtà di un marito apparentemente docile ma in realtà aggressivo e predominante. La stanza in cui Jessie è imprigionata diventa dunque, così come le magioni delle successive The haunting of, una vera e propria concretizzazione del suo inconscio in cui confrontarsi con i traumi e i fantasmi (che sono un po’ la stessa cosa) del suo passato, tra cui un terribile fatto accaduto durante un’eclissi, evento astronomico presente anche in un’altra famosa opera di King, Dolores Claiborne.
Nonostante il Gioco di Gerald sia ambientato per lo più nella psiche della protagonista, il ritmo non perde un colpo e lo spettatore viene avvinto fino alla fine nelle spire dell’inconscio di Jessie e nella trepidazione per la sua sorte. Per la claustrofobia della situazione e la condizione di cattività, sia il film che il romanzo sono stati paragonati comprensibilmente a Misery, ma la spregiudicata visionarietà di Flanagan è ben distante dalla concretezza di Reiner.

3. The Haunting of Bly Manor (2020)

Con la seconda stagione di questa serie antologica Flanagan prende spunto da un altro romanzo gotico, scritto alla fine del XIX secolo e pubblicato per l’appunto nel 1898, un classico del genere e cioè Il giro di vite di Henry James. Così come per Hill House, la vicenda viene trasposta in tempi più vicini a noi, anche se non proprio attuali, e cioè il 1987, con un prologo e un epilogo ambientati nel 2007.
La storia dell’istitutrice Danielle Clayton, assunta dall’enigmatico Henry Wingrave per prendersi cura dei suoi due nipotini, rimasti da poco senza genitori nella spettrale Bly Manor, diventa lo spunto per uno studio psicologico su dei personaggi che si trovano a vivere in una situazione limite, anzi in una zona liminare. Parliamo di quella particolare sfera che si trova a metà tra la vita e la morte e che nella serie diventa un pretesto per affondare, letteralmente, nell’inconscio dei personaggi, nelle loro paure, nei ricordi, dai più dolorosi ai più felici, oppure nelle loro colpe, che imperversano nel loro mondo interiore.
La magione del titolo diventa teatro di una sorta di flusso di coscienza joyciano che coinvolge i vivi e i morti, mettendoli tutti sullo stesso piano. Il racconto si frammenta così in tanti rivoli di ricordi che alcuni personaggi sono costantemente costretti a rivivere, come in un eterno loop temprale, o un limbo dal quale sembra impossibile uscire. La riflessione sullo scorrere del tempo e sul ripetersi implacabile degli eventi, già esplorata in Hill House, viene qui ulteriormente approfondita.
Anche se non mancano momenti spaventosi, le atmosfere horror sono qui maggiormente diluite rispetto all’incalzare più serrato di Hill House. Più che soffermarsi sul meccanismo narrativo e sul ricostruire la temporalità precisa dei vari episodi, consigliamo invece di lasciarsi andare al turbinio di flashback di cui sono composte le puntate e nelle quali sembra difficile stabilire con certezza chi è realmente vivo e chi è morto, perché alla fine si verrà ricompensati. Nel senso che una ricostruzione e una motivazione, per quanto soprannaturale, di quello che succede, ci sono e vengono forniti con precisione nel penultimo episodio, prima dello scioglimento finale.

2. The Haunting of Hill House (2018)

Versione attualizzata, anzi sarebbe meglio dire espansione del capolavoro omonimo del 1959 di Shirley Jackson (pubblicato in Italia per molti anni col titolo La casa degli invasati e poi come L’incubo di Hill House), del romanzo che traghettò il gotico nell’era moderna, già portato due volte sul grande schermo, nel 1963 con il riuscito e suggestivo adattamento di Robert Wise e nel 1999, con la versione scialba e anonima di Jan de Bont.
Flanagan ne prende lo spunto iniziale, una casa infestata che è anche un vero e proprio organismo vivente votato al male e, omettendo l’indagine parapsicologica promossa dal professor Montague (anche lui tagliato) presente nel libro, mantiene gli altri protagonisti e ne esplora le vite, meglio, ce le squaderna impietosamente. La fragile Nell (Eleanor Vance), l’apparentemente scaltra Theo (l’immancabile Kate Siegel) e il tormentato Luke vengono infatti prelevati dal romanzo e inseriti in una saga familiare, quella dei Crain, in cui mantengono le stesse caratteristiche del romanzo, ma sviluppate in un quadro, anche temporale, più ampio. Il destino dei Crain si salda indissolubilmente a quello della casa maledetta che diventa luogo di incubazione (in tutti i sensi) del rimosso psicologico dei personaggi, nel quale, volenti o nolenti, dovranno tornare per fare i conti con sé stessi.
Hill House costituisce anche una notevole riflessione sullo scorrere del tempo e sull’inevitabilità di alcuni ritorni o, in termini psicologici, su una sorta di coazione a ripetere che a volte sembra dominare il destino di noi tutti. Riflessione esemplarmente tradotta in immagini nell’incredibile quinto episodio, di cui non diciamo nulla per evitare spoiler.
Caratteristica di questa prima stagione, come pure della seconda (Bly Manor), la presenza di veri e propri inserti subliminali con cui Flanagan condisce le sue inquadrature, ovvero sagome spettrali inquietanti, quasi sempre non viste dai protagonisti, ma visibili agli spettatori più attenti.
In Hill house avviene secondo noi la perfetta fusione tra spaventi, con un intelligente uso dei jump scare, e approfondimento psicologico, il tutto in una confezione visiva davvero fantastica. Si intuisce che la forma seriale è quella più congeniale per il nostro Flanagan, permettendogli quell’approfondimento e ampliamento del materiale narrativo, difficilmente ottenibile nel lungometraggio.

1. Midnight Mass (2021)

Al primo posto della nostra classifica non potevamo esimerci dall’inserire l’ultimo clamoroso lavoro di Flanagan, la serie Netflix più personale dell’autore, un horror che decostruisce i canoni del genere, verboso, strabordante eppure che centra perfettamente l’obiettivo. Dopo i primi episodi in cui vengono poste le basi e sembra che apparentemente la storia proceda tramite dialoghi logorroici e sermoni (da parte del prete protagonista), l’inquietudine sale e prende al collo lo spettatore man mano che ci si rende conto del piano diabolico in cui viene coinvolta la piccola comunità di Crockett Island, nonché dell’inesorabile tela narrativa in cui Flanagan ci ha accalappiato senza che ce ne accorgessimo. Il parlare bulimico di alcuni personaggi potrebbe sembrare eccessivo per una storia di spaventi gotici, ma in questo caso rientra perfettamente nel quadro d’insieme costruito da Flanagan e in un discorso sul senso della fede e della spiritualità che costituisce l’ossatura filosofica della serie. Senza per questo snaturare una storia di genere che deve far paura: momenti spaventosi per i personaggi e per lo spettatore ce ne sono eccome.
L’arrivo del nuovo parroco Paul Hill (uno strepitoso Hamish Linklater) sull’isola di Crockett, al posto dell’anziano Padre Pruitt latitante per ragioni di salute, sembra portare nella comunità una ventata di miracoli e di conseguente spiritualità. Quest’ultima provocata però più dall’abbaglio che tali miracoli inducono piuttosto che da un sincero sentire religioso. Il ritorno del figliol prodigo Riley Finn, uscito da poco di prigione, costituirà l’altro polo narrativo della serie, destinato a incrociarsi con quello di Padre Hill, ansioso di redimere anime. Non manca una vecchia fiamma di Riley, Erin Greene, interpretata da Kate Siegel, nonché un personaggio decisamente kinghiano, Bev Keane (incarnata dalla bravissima Samantha Sloyan), una fanatica religiosa che non perderà tempo a cavalcare la nefasta piega degli eventi di Crockett Island. Nella figura della bigotta pericolosa e manipolatrice è difficile non scorgere personaggi kinghiani come per esempio la signora Carmody di The Mist. Echi del Re sono riconoscibili inoltre nella meticolosa e accurata ricostruzione di una piccola comunità con le sue ipocrisie e la sua cecità di fronte al male, ma anche nel coraggio di alcune persone di guardarsi dentro e riconoscerlo primi dentro sé.
Anche qui Flanagan opera un originale recupero di una figura-chiave tra gli archetipi del gotico, non diremo quale per non guastare la sorpresa. Aggiungiamo che da quest’opera si evince come il tema della contrapposizione tra spiritualità (intima e autentica) e della religione (istituzionalizzata nonché fuorviante e oppressiva) sia fondante per Flanagan, che evidentemente ha riversato in quest’opera molti suoi fantasmi interiori. Soprattutto il modo in cui la religione può essere totalmente travisata e piegata a fini malvagi deflagra in termini davvero originali e, oseremmo dire, disturbanti per chi è un fervente credente.
Anche qui è presente un interessante easter-egg e cioè lo specchio di Oculus in persona (si fa per dire), presente sullo sfondo durante i colloqui tra Riley e Padre Paul.

Lascia un commento

* Usando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei dati in questo sito web. Per approfondire: Cookie Policy