L’uomo che fuggì dal futuro: perché dopo 50 anni stupisce ancora

di Claudio Gargano
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Prima di partire per una galassia lontana lontana, o di farci provare nostalgia per i favolosi fifties con American Graffiti (1973), George Lucas stupì tutti con il suo lungometraggio di esordio (distribuito in America nel 1971) L’uomo che fuggì dal futuro un piccolo film fantascientifico girato con pochi mezzi e molta inventiva che quest’anno compie 50 anni ma che, per la spericolatezza linguistica, per l’impianto squisitamente sperimentale, per la lungimiranza con cui costruì quel mondo distopico, ancora oggi rimane un caposaldo del genere.

La trama

In un imprecisato futuro il genere umano vive in una città sotterranea dove gli individui esistono solo in quanto lavoratori produttivi e consumatori. L’identità individuale è schiacciata a partire dalle sigle alfanumeriche con cui vengono identificate le persone fino agli abiti tutti uguali e all’assenza di capelli, mentre eventuali sentimenti di dissenso vengono stroncati sul nascere tramite l’uso coercitivo di droghe sintetiche che tranquillizzano gli animi e rendono più efficienti al lavoro. Quest’ultimo consiste in un alienante e ripetitivo assemblaggio dei pezzi di robot, gli stessi preposti alla repressione e al mantenimento dell’ordine costituito. Anche la privacy è costantemente violata da telecamere installate nelle abitazioni e le attività sessuali vengono rigidamente regolamentate. THX 1138 (Robert Duvall al suo primo ruolo da protagonista) cede al sentimento e all’istinto sessuale nei confronti di LUH 3417 (Maggie McOmie attrice teatrale di notevole intensità), la compagna che gli è stata assegnata, e verrà così internato in uno speciale reparto di ricondizionamento. Ma la voglia di scappare e trovare la libertà è troppo forte.

Voglia di sperimentare

George Lucas sul set

L’idea di THX 1138, questo il titolo originale, nasce dal cortometraggio Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB (dove EB stava per Earthborn, cioè nato sulla Terra) con cui Lucas si diplomò alla USC (University of Southern California) nel 1967 e che, per la spregiudicatezza e l’innovazione nell’uso del linguaggio audiovisivo, gli valse il premio annuale degli studenti nonché l’attenzione di Francis Ford Coppola che in quel periodo diede vita al suo sogno produttivo indipendente, l’American Zoetrope.
Il regista de Il padrino propose dunque a Lucas di ampliare la storia di THX, originariamente scritta da Walter Murch (qui anche montatore del suono) e Matthew Robbins, ma il creatore di Star Wars non fece mistero delle sue difficoltà in fase di scrittura e così, d’accordo con Coppola, chiamò Murch per farsi aiutare. La storia, marcatamente orwelliana, era una denuncia sociologica della società del 1970 e della direzione sempre più consumistica e alienante che stava prendendo. Ciò che Lucas volle farne, radicalizzando ciò che aveva già fatto con il corto Electronic Labyrinth, era qualcosa di astratto, stilizzato, che non spiegasse i retroscena di quel mondo ma che ne mostrasse semplicemente i rituali, lasciando al pubblico la facoltà di mettere insieme i pezzi. Nelle parole di Lucas il film doveva ispirarsi alla ritualità e alla ieraticità dei film giapponesi e infatti il cineasta voleva addirittura girare in Giappone ma, per questioni di budget, non fu possibile.
Il risultato non fu un film sul futuro ma piuttosto un film dal futuro, ovvero un artefatto dal futuro come perspicacemente evidenziò Walter Murch. Lo stesso Lucas infatti voleva girarlo come una sorta di documentario dal futuro ma senza l’utilizzo di macchina da presa a mano, tipica dello stile documentaristico. Coerente alla messa in scena ascetica che aveva in mente, Lucas preferì inquadrature fisse, spesso in teleobiettivo, con pochi movimenti di macchina. L’utilizzo di ottiche a focale lunga (tele) che schiacciavano le figure umane sullo sfondo enfatizzavano infatti la sensazione di alienazione dell’individuo all’interno della società massificata.
Sebbene la trama di THX rientrasse nel genere fantascientifico, nella sua declinazione distopica, già frequentata da pellicole come Fahrenheit 451 (1966) di Truffaut o Il pianeta delle scimmie (1968) di Schaffner, il modo in cui Lucas lo intese e lo realizzò era assolutamente anti-convenzionale e lontano dai canoni commerciali. Ispirandosi alle sperimentazioni della Nouvelle Vague francese (Godard in primis) Lucas diede luogo ad un incredibile connubio di film d’arte e di genere, sperimentazione audiovisiva e storia dal forte impatto emotivo, uso disinvolto del linguaggio cinematografico e forte tensione drammatica.

Le location

Un ambiente del Marin County Civic Center

Non potendo girare in Giappone Lucas trovò delle location già esistenti che facevano al caso suo, in particolare i locali ancora in costruzione della metropolitana di San Francisco (in cui venne girato l’emozionante inseguimento finale in auto) e gli spazi avveniristici del Marin County Civic Center progettato da Frank Lloyd Wright, in cui furono girate le scene degli spazi comuni della città sotterranea. Tramite l’utilizzo di location già esistenti e di angolazioni di ripresa stranianti, accentuate dall’uso del teleobiettivo di cui si diceva, Lucas riuscì a dare vita ad un intero mondo futuribile, complesso e credibile. L’unico ambiente ricostruito in studio fu un enorme stanzone (lungo 46 metri e largo 30), totalmente dipinto di bianco, in cui era ambientato il reparto di detenzione nel quale viene imprigionato THX. Qui gli individui, allontanandosi o avvicinandosi alla macchina da presa, scomparivano letteralmente nel bianco oppure ne emergevano quasi come spettri. L’effetto finale è più che meramente suggestivo perché destabilizza il senso di orientamento dello spettatore facendolo empatizzare con la condizione alienata dei personaggi.

I tunnel della metropolitana

Numeri e religione

Il confessionale

A partire dall’incipit, l’intero film è dominato dall’ossessione per i numeri: ripresi in primissimo piano, che scorrono sui monitor oppure sui contatori tenuti costantemente sotto controllo dagli addetti. Tutto deve essere quantizzabile, dagli stati emotivi degli individui in termini di variazioni chimiche organiche alla quantità di radiazioni presente nei luoghi di lavoro, dalle pillole assegnate alle persone alle probabilità di riuscita di un’azione repressiva in relazione al budget preventivato. Ogni aspetto della vita umana è riconducibile dunque a meri numeri, a delle quantità che vanno valutate per mantenere un equilibrio omeostatico oppure, in altri termini, uno status quo sociale e politico. Non poteva esserci metafora più chiara e inquietante dei pericoli a cui andiamo incontro in una società che riduce gli individui a consumatori e che reprime il dissenso in maniera violenta. E’ come se tramite la rappresentazione numerica, così preponderante a livello visivo, Lucas abbia messo a nudo i meccanismi di un regime totalitario repressivo.
Anche la religione subisce una bella stoccata nel mondo di THX. Non ci sono chiese ma solo dei confessionali in cui un’icona, che in qualche modo ricorda Cristo, risponde ai dubbi e alle angosce esistenziali delle persone con dei messaggi pre-registrati che esaltano il ruolo dell’individuo in quanto consumatore creato dalla massa. Ancora oggi questa geniale intuizione risuona come una radicale critica alle istituzioni religiose di stato.

I suoni di Walter Murch

La sala controllo

Tutto questo viene messo in evidenza tramite un incredibile lavoro sul suono realizzato da Walter Murch, vero e proprio vate del montaggio cinematografico mondiale (sia visivo che sonoro), autore tra l’altro di saggi fondamentali sulla materia (come il bellissimo In un batter d’occhi). In THX Murch ha costruito un tappeto sonoro in cui i suoni diventano musica e viceversa: le voci degli addetti ai controlli che si accavallano ripetutamente e ossessivamente, gli altoparlanti con gli inviti pubblicitari, i rumori delle apparecchiature, il vuoto degli ambienti asettici, tutti questi elementi creano una precisa atmosfera sonora che diventa espressione di un regime repressivo. Questo lavoro fece da apripista alle incredibili sperimentazioni su più piste sonore che di lì a poco Murch avrebbe realizzato con La conversazione (1974) di Coppola, per poi arrivare al montaggio visivo di Apocalypse now (1979).

L’importanza di THX 1138

La suggestiva inquadratura finale

L’uomo che fuggì dal futuro ebbe un’enorme influenza sul cinema successivo, sia per la peculiare asetticità del suo look, ripresa per esempio in chiave parodica da Woody Allen ne Il dormiglione (1973), sia per le tematiche distopiche. Queste furono richiamate da un altro classico del genere di quegli anni come La fuga di Logan (1976) ma senza l’inventiva e le folgoranti intuizioni del cult di Lucas. Anche Blade Runner ha “rubato” qualcosa da THX 1138: in una scena di quest’ultimo la voce dagli altoparlanti nelle aree comuni della città invita le persone a non perdere le incredibili offerte che potete trovare nel settore C, un mondo di sfavillanti opportunità vi aspetta. In effetti l’ossessiva pubblicità delle colonie extra-mondo in cui è possibile ricominciare in un eldorado di nuove occasioni nel capolavoro di Ridley Scott, sembra riecheggiare proprio nei tonitruanti slogan pubblicitari del film di Lucas. In Gattaca (1997) sono state addirittura usate le stesse location del Marin County Civic Center inaugurate cinematograficamente da L’uomo che fuggì dal futuro. Si può dire che ogni film distopico caratterizzato da ambienti asettici e regimi repressivi abbia risentito dell’influenza del film di esordio di Lucas.
Come molti sapranno, THX 1138 ha dato anche il nome al noto sistema di decodifica surround brevettato dalla Lucasfilm. In seguito ritroveremo questa sigla nel successivo American Graffiti come targa di un’auto dei protagonisti nonché in Star Wars Episodio I come numero di matricola di un droide da battaglia. Nel 2004 Lucas ne realizzò un director’s cut con inserti digitali di nuove inquadrature, per fortuna organiche allo stile del resto del film. Questo per dire quanto lo stesso Lucas fosse affezionato a quella sua prima creatura che, in embrione, conteneva già una tematica fondamentale per l’autore di Modesto (paesino californiano in cui è nato). Il mondo asettico e repressivo di THX è certamente una gabbia, le cui maglie in realtà non sono tanto strette visto che il protagonista riesce a fuggire grazie alla sua incrollabile determinazione. Anche i protagonisti di American Graffiti, se solo volessero, potrebbero lasciare l’angusta provincia americana in cui sono imprigionati. Così anche a Luke Skywalker sta molto stretto il pianeta desertico di Tatooine sul quale è cresciuto. Nel suggestivo tramonto binario che il giovane ragazzo delle stelle ammira in una delle scene più iconiche di Star Wars è impossibile non ravvisare l’affinità visiva con l’altrettanto bellissima inquadratura finale di THX 1138, in cui vediamo la sagoma in controluce del protagonista che si eleva dal sottosuolo per stagliarsi in controluce su un enorme sole che sta tramontando, ripreso con un teleobiettivo molto spinto. Ci piace pensare che i tramonti in quei due film rappresentino l’anelito di libertà di un giovane ragazzo di provincia che voleva emanciparsi e sognava le stelle di una galassia lontana lontana.

Il tramonto binario più famoso della storia del cinema

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