Le 18 sculture più famose al mondo

di Beatrice Paris
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Il ratto di Proserpina

Conoscete il mito di Pigmalione? Secondo la versione più celebre, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, era un abilissimo scultore di Cipro che un giorno scolpì una statua d’avorio che rappresentasse il suo ideale di bellezza femminile. Purtroppo però, per quanto perfetta, quella rimaneva una statua. Allora Pigmalione levò le sue preghiere ad Afrodite implorandola di portare alla vita l’opera che lui stesso aveva scolpito e della quale, paradossalmente, si era innamorato. Ecco, il fatto che la scultura prese vita per poi sposare il suo creatore non è poi tanto importante. Quello che ci interessa è invece sottolineare come un pezzo di avorio, di marmo o di legno spogliato dei suoi eccessi, riesca ancora oggi a farci innamorare. È questo sentimento che ci porta ad ammirare le sculture che meglio di altre hanno saputo immortalare una bellezza senza tempo, diventando di diritto le più conosciute e chiacchierate di sempre. Quali sono? Vediamo insieme le 15 sculture più famose al mondo, cercando però di non cadere nella stessa trappola di Pigmalione perché in questo caso Afrodite non può aiutarci.

1. Doriforo (V secolo a.C.)

Uno dei più grandi scultori nella Grecia del V secolo a.C. è sicuramente Policleto. La sua opera più famosa è il Doriforo, “portatore di lancia” e di bellezza ideale, che ha ispirato gli artisti successivi fino al Rinascimento per il suo principio estetico basato sulle proporzioni. La scultura è infatti il manifesto di quello che noi conosciamo come il Canone di Policleto, probabilmente l’unica cosa che ricordiamo delle lezioni di storia dell’arte del liceo. Con essa lo scultore stabilì le giuste proporzioni per una realizzazione perfetta del corpo umano: il piede dev’essere 1/7 della lunghezza del corpo, la testa 1/8, il viso 1/10. Nei manuali di storia dell’arte viene inoltre menzionato per la sua ponderatio, ossia il principio per cui le parti del corpo sono disposte in contrapposizione così da bilanciarsi, differenziandosi dalle sculture stanti e simmetriche come colonne realizzate fino a quel momento. Realizzato in bronzo fra il 450 e il 445 a.C., anche se l’originale è andato perso conosciamo bene l’opera grazie alle numerose copie in marmo di età romana, la miglior delle quali proviene da una palestra di Pompei ed oggi conservata al Museo Archeologico di Napoli.

2. Bronzi di Riace (V secolo a.C.)

Il 16 agosto 1972 un appassionato di subacquea, immerso ad una profondità di circa 8 metri al largo della costa calabrese di Riace Marina, si imbatté per puro caso nelle due sculture che rappresentano il più importante ritrovamento archeologico nel secolo scorso, nonché simbolo della città di Reggio Calabria. Le ipotesi sulla loro provenienza, sulla datazione e sugli autori delle statue sono diverse, ma la più probabile le fa risalire alla metà del V sec. a.C. quando, si suppone, vennero gettate in mare durante una burrasca per alleggerire la nave che le trasportava. Queste due sculture sono i Bronzi di Riace, due atletici dei o eroi, alti circa due metri e in ottimo stato di conservazione, che giacevano dimenticati sul fondo del mar Ionio finché non vennero trovati e trasferiti nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Oggi i visitatori si recano ad ammirarli con ammirazione  e, forse, una punta d’invidia.

3. Laocoonte (II secolo a.C.)

Una monumentale scultura ellenistica che racconta la drammatica morte del sacerdote troiano Laocoonte assalito da due mostruosi serpenti marini insieme ai suoi figli. In seguito al ritrovamento nel 1506, Papa Giulio II ne rimase tanto ammaliato da volerlo collocare proprio nel Cortile delle Statue, progettato dall’iconico architetto rinascimentale Donato Bramante (antesignano delle archistar) per accogliere le antiche sculture di proprietà vaticana. Il cortile si trova all’interno del Giardino del Belvedere e rappresenta proprio il nucleo originale dei Musei Vaticani, oggi tra i più visitati del mondo. La scultura divenne subito la principale attrazione e nel periodo del Grand Tour di Italia (XVIII -XIX secolo) attirò molti nobili inglesi e nord-europei che acquistavano copie e ritratti dell’opera da riportare a casa come souvenir, mostrando ai loro famigliari ed amici la bellezza del loro viaggio. Anche in questo caso quella che conosciamo è una copia romana di un originale bronzeo realizzato da Agesandro, Atanodoro di Rodi e Polidoro nel II secolo a.C.

4. Nike di Samotracia (190 a.C.)

Viaggiatori di tutto il mondo si recano nel Museo del Louvre di Parigi solo per vederla, starle davanti qualche minuto e magari scattare qualche foto prima di proseguire con la loro visita del museo. La Nike di Samotracia ha ammaliato diverse generazioni di visitatori, un’icona che si erge maestosa in cima allo scalone progettato dall’architetto Hector Lefuel, anche se della sua storia non sappiamo poi molto. Quella che vediamo è una polena di una nave da guerra che sembra la dea della Vittoria giunta in volo sulla prua dell’imbarcazione, tanto che il vento ne anima l’abito e gonfia le piume delle ali. Secondo la mitologia greca Nike era infatti la giovane dea alata figlia del titano Pallante e della ninfa Stige, considerata la personificazione della vittoria nello sport e nella guerra. Per noi rappresenta un altro tipo di vittoria, quella dell’immortalità dell’arte contro l’oblio del tempo.

5. Venere di Milo (130 a.C.)

Tutti gli uomini guardano con invidia i Bronzi di Riace, ma tutte le donne o quasi vorrebbero essere la Venere di Milo. Archetipo di una bellezza immortale, magnetica e disarmante, anche una volta mutilata da un giovane Ercole (secondo il classico Disney). Quest’opera ha ispirato infatti schiere di artisti sin dal suo ritrovamento: ne sono un esempio le opere di Eugène Delacroix (La Libertà guida il popolo) e Salvador Dalì (La Venere di Milo con cassetti), ma anche le citazioni cinematografiche di David Lynch ne I Segreti di Twin Peaks e di Bernardo Bertolucci in The Dreamers. Conservata sempre nel Museo del Louvre, la scultura in marmo pario alta oltre 2 metri, venne scoperta nel 1820 sull’isola di Milo e attribuita ad Alessandro di Antiochia.

6. Pietà (1497)

Nel 1497 il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas commissionò a Michelangelo, emblema del Rinascimento italiano, una scultura della Vergine Maria con Cristo morto in braccio. Si stavano avvicinando le celebrazioni per il giubileo del 1500 e, in previsione della visita di molti pellegrini francesi, il cardinale volle fortemente questa scultura per poi posizionarla nella cappella di Santa Petronilla in Vaticano. Michelangelo aveva poco più di venti anni ma era già un esigente scultore e amante delle materie prime di grande qualità, tanto che impiegò nove mesi solo per scegliere il giusto blocco di marmo e trasportarlo dalle cave di Carrara a Roma, dove lo scolpì. Il risultato è una scultura talmente definita, morbida e levigata da sembrare una statua di cera. Tra le tante, la Pietà è l’unica opera firmata da Michelangelo (sulla fascia indossata dalla Vergine Maria) e, nonostante l’originaria collocazione, oggi è esposta a San Pietro in Vaticano nella prima navata a destra.

7. David (1501-1504)

Qualche anno dopo la Pietà, Michelangelo si dedicò alla realizzazione di quello che oggi è considerato da molti, studiosi e non, “l’opera più bella mai creata dall’umanità”. Commissionato dall’Opera del Duomo di Firenze, il David è qui ritratto come esaltazione delle virtù civiche della Repubblica fiorentina, simbolo del Bene supportato e aiutato da Dio, come Davide che sconfisse Golia grazie alla sua fede. Una volta conclusa la scultura, alta 5.17 m e ricavata da un blocco di marmo bianco, venne esposta difronte Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, più recentemente sostituita da una copia mentre l’originale è stata spostata nella Galleria dell’Accademia sempre a Firenze.

8. Ratto di Proserpina (1621-21)

La Galleria Borghese di Roma ospita due delle opere migliori di Gian Lorenzo Bernini. Una di queste è il Ratto di Proserpina. È incredibile che quando iniziò la realizzazione di questa scultura Bernini avesse solo ventitré anni, scegliendo di rappresentare il momento culminante del racconto inserito nelle Metamorfosi di Ovidio, il culmine più concitato e violento: il momento del rapimento. Ade, fiero, possente e muscoloso, ha braccato la ragazza che cerca di scappare e di divincolarsi dalla presa stretta del dio degli Inferi. La mano che affonda nella coscia di Proserpina, con le dita che esercitano la loro pressione sulla carne della giovane, è forse uno dei dettagli più famosi e celebrati di tutta la storia dell’arte. Solo questa scultura vale il prezzo del biglietto.

9. Apollo e Dafne (1622-1625)

L’altra opera conservata a Galleria Borghese è Apollo e Dafne, meraviglioso capolavoro barocco raffigurante la metamorfosi in alloro della ninfa trasformata da suo padre Zeus per sfuggire all’aggressione del dio. Lo scultore iniziò l’opera subito dopo il Ratto di Proserpina e, come tutte le opere di Bernini, crea un movimento vorticoso con le posture dinamiche dei due protagonisti. Apollo e Dafne corrono proiettandosi in avanti, le loro espressioni sono intense e i muscoli del dio sono in evidenza per rappresentare lo sforzo nella corsa per raggiungere ed afferrare la ragazza. Il corpo di Dafne invece si sta trasformando in un albero e le sue linee sono morbide ed eleganti. Trasformata in alloro, Apollo ne face il suo albero sacro, tenendo l’amata sempre vicino a sé.

Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o Alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra.

10. Amore e Psiche (1818-1820)

Antonio Canova è uno scultore neoclassico vissuto tra il ‘700 e l’800, le cui opere hanno riportato i suoi contemporanei agli splendori delle antiche statue romane e greche e, proprio per questo, venne soprannominato “il nuovo Fidia”. Forse non la sua opera migliore, ma sicuramente la più famosa è Amore e Psiche, ispirata da uno dei momenti più intensi della favola narrata nell’Asino d’oro da Lucio Apuleio nel II secolo D.C. A commissionarlo fu il barone John Campbell, suo amico e primo mecenate britannico. Canova per ispirarsi prese ad esempio diverse fonti iconografiche: dipinti, incisioni, porcellane e soprattutto una famosa pittura murale di Ercolano raffigurante un Fauno con Baccante. A determinare il carattere appassionato dell’opera però fu un’osservazione di un vecchio cliente, il conte di Bristol Fredrick Augustus Harvey, che esortò l’artista a “scaldare” l’atmosfera delle sue sculture. Detto fatto. Ci vollero cinque anni perché il capolavoro fosse pronto ma, poiché Campbell non riuscì a completare i pagamenti, l’opera fu venduta a Gioacchino Murat, cognato di Napoleone. L’imperatore ebbe modo di apprezzare il gruppo che fu così trasferito al Museo del Louvre.

11. Manneken Pis (1830)

A Bruxelles, all’angolo di Rue de l’Étuve e Rue du Chêne, c’è un bambino di bronzo, alto appena cinquanta centimetri, che urina spregiudicato in una fontana. Simbolo ironico e scherzoso della città, i cui abitanti si divertono spesso a vestirlo per le grandi occasioni. Lo chiamano Manneken Pis, un “ragazzetto che fa la pipì“. Non si sa molto delle sue origini, probabilmente nacque per la volontà degli arciduchi Alberto e Isabella d’Asburgo di dare acqua potabile al regno, ma esistono diverse leggende sulla storia di quel bambino. La più curiosa racconta che racconta che, grazie a quel suo gesto naturale di fare pipì, egli abbia spento la miccia accesa di una bomba destinata alla Grand Place. In forma di ringraziamento gli abitanti della città decisero di immortalato nel suo eroico gesto.

12. Il Pensatore (1880-1902)

Questa scultura in bronzo è la più famosa di Auguste Rodin, conservata nel museo a lui dedicato a Parigi. Esposta per la prima volta nel 1886 con il titolo “Il Poeta” e solo a partire dal 1889 indicata come “Il Pensatore”, l’opera venne inizialmente concepita come parte della decorazione di una grande porta in bronzo per il Musée des Arts Décoratifs, ma il progetto, sfortunatamente, non andò mai in porto. Così la figura cambia la sua destinazione e assume una nuova immagine carica di un significato simbolico: da emblema dantesco si trasforma in un pensatore moderno, simbolo dell’essere umano che medita sul suo destino. La sua nudità richiama le figure eroiche tipiche di Michelangelo, in particolare quella del Pensieroso scolpito sulla tomba di Lorenzo de’ Medici Duca di Urbino, posta nella Basilica di San Lorenzo a Firenze. Con quest’opera Rodin voleva rappresentare contemporaneamente poesia e intelletto, l’espressione del pensiero visto come sforzo muscolare la cui tensione è scaricata sul capo. L’intento dell’artista non solo venne compreso, ma ebbe anche un successo tale che negli anni sono state realizzate ben venti copie del Pensatore, di cui alcune anche ingrandite rispetto l’originale.

13. La sirenetta (1913)

Copenaghen d’inverno sembra una città fiabesca, con i suoi tetti aguzzi, le case colorate e le tante luci che scaldano la notte nordica. Forse per questo non risulta poi così strano trovare sul lungomare della città la scultura di una sirena ispirata al racconto di Hans Christian Andersen. Realizzata da Edvard Eriksen nel 1913, fu fortemente voluta dal produttore di birra Carl Jacobsen, figlio del fondatore del Birrificio Carlsberg, che la donò alla città. La Lille Havfrue (il suo nome in danese) è qui seduta su uno scoglio nel momento della sua metamorfosi, quando dalla coda di pesce si apprestano a spuntare le gambe. La sua malinconica bellezza mentre guarda l’infinito l’ha resa il simbolo della città e dell’attaccamento dei danesi al mare, forse più consapevoli della giovane sirena che il mondo degli umani, dopo tutto, è veramente un pasticcio e che la vita in mare è decisamente meglio.

14. Libertà che illumina il mondo (1922)

La Statua della Libertà non ha bisogno di presentazioni. Costruita sulla Liberty Island di New York, risulta perfettamente visibile fino a 40 chilometri di distanza grazie ai suoi 93 metri d’altezza (incluso il basamento). Una donna che indossa una lunga toga e sorregge fieramente nella mano destra una fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà, mentre nell’altra tiene una tavola recante la data del giorno dell’Indipendenza americana: il 4 luglio 1776. Ai suoi piedi vi sono delle catene spezzate come simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico. in testa vi è una corona le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti. Il titolo integrale dell’opera è Liberty Enlighting the World (La libertà guida il mondo), ma per gli americani è semplicemente Lady Liberty. Dal 1984 fa parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco e ogni anno è visitata da circa 11 milioni persone.

15. Cristo redentore (1931)

Statua monumentale di 38 metri in stile Art Déco, nel 1931 venne erta sul Monte Corcovado (Brasile) dominando la città di Rio de Janeiro a 710 metri di altitudine. Il progetto del monumento venne affidato allo scultore francese Paul Landowski coadiuvato dall’ingegnere Heictor da Silva Costa e dallo scultore rumeno Gheorghe Leonida che ne realizzò il volto. Il risultato della combinazione di questi talenti è quella che nel 2007 è entrata a far parte delle 7 meraviglie del mondo contemporaneo ed uno dei simboli più importanti del cristianesimo.

16. Maman (1999)

Potrebbe sembrare un incubo di Ron Weasley, invece è il simbolo che l’artista francese Louise Bourgeois ha scelto per rappresentare la maternità: un gigantesco ragno di bronzo alto dieci metri e largo altrettanto. Un’associazione non proprio immediata, ma sintesi perfetta dal linguaggio sperimentale che ha sempre caratterizzato l’opera della Bourgeois, capace di rinchiudere le emozioni più intime e profonde in figure che tutti noi conosciamo.

In questo caso l’artista scelse l’immagine potente di un ragno, capace di rievocare gli antichi mestieri femminili come quello della tessitura, come chiaro omaggio a sua madre che proveniva da una famiglia di tessitori e realizzava arazzi. Nel 1999 iniziò una serie di statue raffiguranti questi enormi ragni, poi collocate in ben otto parti del mondo. Possiamo trovare una versione di Maman in Russia, davanti l’Ermitage a San Pietroburgo; in Giappone, nel quartiere di Roppongi Hillsa Tokyo; a Ottawa in Canada, di fronte al Museo delle Belle Arti; in America a Kansas City e in Iowa; a Londra davanti la Tate Modern; in Qatar, nel Museo Nazionale. La copia più rinomata è però quella che si trova però difronte al famoso Guggenheim di Bilbao, il più importante museo di arte contemporanea in Spagna.

17. Clouds Gate (2006)

Un’opera di Anish Kapoor, artista britannico famoso per il suo “nero più nero del mondo” ma che nel 2006 ha realizzato una vera e propria ode alla luce. Con le sue 110 tonnellate di acciaio inossidabile, la Cloud Gate riflette il famoso skyline di Michigan Avenue e le sue nuvole sovrastanti. Un’opera in continuo movimento, che cambia in base alle condizioni climatiche e alla prospettiva dell’osservatore, che può liberamente muoversi intorno e all’interno di essa. La forza di quest’opera sta proprio in questo suo rapporto con la città, il suo panorama e i suoi abitanti, che per la sua caratteristica forma l’hanno affettuosamente soprannominata The Bean, il fagiolo più grande del mondo, alto circa 10 metri e lungo oltre 20 metri. È un vero landmark di Chicago ed un’attrazione turistica significativa. Probabilmente, è anche il luogo dove si scattano più selfie di tutta la città.

18. L.O.V.E. (2010)

Se c’è un’artista italiano diventato famoso in tutto il mondo per le sue provocazioni, quello è proprio Maurizio Cattelan (alle cui opere più famose abbiamo dedicato un articolo). Dopo “Comedian”, la famosa banana esposta al Guggenheim Museum di Manhattan e venduta per 150mila dollari, la sua opera più nota probabilmente è L.O.V.E., il cosiddetto “dito medio” in Piazza degli Affari. Una scultura in marmo di Carrara che nel 2010 suscitò forse più scalpore della Spigolatrice di Sutri. Un dito medio che si nota subito in tutta la sua sfacciataggine, ma che distoglie lo sguardo dalle altre dita della mano che però non sono chiuse a pugno, come potrebbe sembrare, bensì mozzate. Un saluto fascista che, eroso dal tempo, resta senza dita tranne una. Un messaggio chiaro e sintetizzato dal titolo dell’opera, acronimo che sta per libertà, odio, vendetta, eternità. Anche la posizione scelta dall’autore per la collocazione della sua opera non è casuale, la scultura infatti si trova proprio difronte a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano, ma anche uno dei maggiori simboli del ventennio fascista nella città.

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