I migliori romanzi distopici: quando la fantascienza racconta la dittatura

di Stefano Lo Verme
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Il “secolo breve”, per prendere in prestito l’espressione coniata da Eric J. Hobsbawm, è stato soprattutto l’età delle dittature: un’epoca storica contrassegnata da incessanti conflitti fra i modelli democratici e i regimi autoritari o totalitari. Dalle due guerre mondiali alla Guerra Fredda, dai nazifascismi europei allo stalinismo sovietico, passando per le feroci dittature che avrebbero segnato ampie aree del Sud America, dell’Africa e dell’Asia, il ventesimo secolo ha dovuto fare i conti più e più volte con lo spettro della privazione della libertà. Un tema che, inevitabilmente, non poteva non influenzare l’arte, il cinema e la letteratura: e in quest’ultimo campo, è stato il genere della fantascienza che ha saputo esprimere in maniera esemplare l’angoscia derivante dalla prospettiva di una società dominata dalla tirannide.

Una rigida suddivisione sociale, il controllo sulla genetica e la manipolazione degli esseri umani erano già al cuore de Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932 dall’inglese Aldous Huxley: un’opera a sfondo filosofico che si sarebbe imposta come un capostipite della fantascienza distopica. Un filone che, tuttavia, avrebbe conosciuto una diffusione e una fortuna vastissime soprattutto a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando l’ascesa di Adolf Hitler e le atrocità dell’Olocausto avevano marchiato a fuoco le esistenze di quasi ogni abitante del pianeta. In che modo, dunque, la fantasia degli scrittori contemporanei ha reinventato il concetto di dittatura? Di seguito, vi proponiamo i sette migliori romanzi distopici che, prendendo spunto dalla realtà storica, hanno declinato la fantascienza in chiave di distopia totalitaria.

George Orwell, 1984

Banalmente, è impossibile non partire da qui: il romanzo distopico per antonomasia, la pietra angolare su cui sarebbe stato eretto un intero immaginario, valido tutt’oggi. Pubblicato nel 1949 ma ideato l’anno prima (da qui l’origine del titolo, che si limitava a invertire le ultime due cifre dell’annata in corso), 1984 adopera i codici della fantascienza per illustrare i meccanismi del totalitarismo, con una lucidità e un’acutezza che non cessano di sorprenderci. L’inglese George Orwell, che già ne La fattoria degli animali aveva denunciato, in chiave allegorica, la degenerazione del comunismo nell’Unione Sovietica di Iosif Stalin, in 1984 descrive un prossimo futuro devastato da una guerra atomica (Hiroshima e Nagasaki avevano già indotto nuovi incubi nella società del dopoguerra) che ha portato alla nascita di tre grandi totalitarismi, fra cui Oceania: una superpotenza contrassegnata dal rigido controllo di ogni forma di comunicazione e di pensiero, anche attraverso l’imposizione della cosiddetta “neolingua”, e dall’accentramento del potere nelle mani di un’autorità assoluta denominata Grande Fratello (Big Brother).

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Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Altra pietra miliare delle distopie sui totalitarismi, il cui impatto è stato paragonabile a quello del capolavoro orwelliano, è senz’altro Fahrenheit 451, firmato nel 1953 dall’americano Ray Bradbury, uno dei padri della fantascienza moderna. La massiccia presenza di schermi, già presente in 1984, ritorna in maniera ossessiva nel futuro dipinto da Bradbury, dove la ricezione ‘passiva’ dei programmi televisivi è contrapposta alla forma d’arte totalmente proibita, perché considerata pericolosa: i libri, oggetti in grado di stimolare il libero pensiero e i sentimenti degli esseri umani, e pertanto destinati a un’immediata distruzione mediante i pompieri, che anziché spegnere incendi hanno il compito di appiccarli (il titolo si riferisce infatti alla temperatura di accensione della carta). Il nucleo di Fahrenheit 451 risiede quindi nella cancellazione dell’arte e della cultura, sulla scia dei roghi di libri nella Germania nazista e della censura applicata dai regimi totalitari (e non solo) della prima metà del Novecento.

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Philip K. Dick, La svastica sul sole

Un parente prossimo della distopia è l’ucronia: una forma di fantascienza ambientata in un presente ‘alternativo’, all’interno di una cornice storica differente rispetto all’autentico corso degli eventi. Ad esempio, come sarebbe stato il mondo se le forze dell’Asse avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale? È l’agghiacciante scenario ideato nel 1962 da un altro gigante della letteratura fantascientifica, lo statunitense Philip K. Dick, nel romanzo L’uomo nell’alto castello, ripubblicato in seguito in Italia con un titolo diverso dall’originale ma decisamente suggestivo, ovvero La svastica sul sole. Nell’America immaginata da Dick, il mondo è ripartito fra l’Impero giapponese e il Reich tedesco, due superpotenze che si sono spartite anche gli Stati Uniti; e in varie località americane si dipana un complesso intreccio noir, in cui le vicende di un piccolo gruppo di personaggi si legano a un “romanzo nel romanzo”, La cavalletta non si alzerà più, in cui viene narrata un’altra ucronia, aggiungendo un ulteriore elemento di ambiguità alla storia. Uno spunto simile a quello de La svastica sul sole in merito agli equilibri della Seconda Guerra Mondiale sarà sfruttato anche nel 2004 da Philip Roth per uno dei suoi capolavori, Il complotto contro l’America.

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Alan Moore e David Lloyd, V per Vendetta

Nel canone della grande narrativa della seconda metà del Novecento non si può non considerare il romanzo a fumetti, di cui uno dei massimi esponenti è l’inglese Alan Moore, l’autore di Watchmen. E fra le più importanti opere di Alan Moore si annovera V per Vendetta, miniserie pubblicata a puntate fra il 1982 e il 1985 e in seguito in un volume unico, con illustrazioni di David Lloyd. Noto anche per la trasposizione cinematografica del 2006, V per Vendetta recupera il topos dello scenario post-atomico: sulle rovine di una guerra nucleare, la Gran Bretagna è caduta nelle mani di un governo totalitario di stampo nazifascista, ma contraddistinto anche da quell’idea di tecnocrazia per la quale i cittadini sono costantemente controllati nella loro esistenza quotidiana. A scagliarsi contro questo sistema oppressivo sarà il misterioso V, un anarchico che agisce nascosto dietro una maschera di Guy Fawkes (diventata un’immagine iconica proprio grazie alla graphic novel di Moore) e che progetta un piano ispirato non a caso alla “congiura delle polveri” dell’Inghilterra degli Stuart.

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Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella

L’apprezzatissima serie TV in onda dal 2017, interpretata da Elisabeth Moss, e la pubblicazione nel 2019 di un sequel intitolato I testamenti hanno riportato in auge un romanzo che già godeva dello statuto di classico della fantascienza degli ultimi decenni: Il racconto dell’ancella, best-seller del 1985 dell’autrice canadese Margaret Atwood. La Atwood immagina un’America che, alla fine del secolo, si è tramutata in un regime totalitario denominato Repubblica di Gilead: una spietata teocrazia in cui l’ultra-conservatorismo dell’età reaganiana viene rivisitato con tratti quanto mai estremi e in cui le donne, sulla base di un fondamentalismo religioso alla radice delle leggi dello Stato, sono state private dei loro diritti fondamentali. La protagonista e voce narrante de Il racconto dell’ancella è infatti Offred (in italiano Difred), ridotta in condizione di schiavitù per essere utilizzata come puro mezzo di procreazione.

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Koushun Takami, Battle Royale

Se autori come Margaret Atwood hanno usato la fantascienza come strumento di riflessione sulle possibili derive della cultura e della società negli ultimi decenni del secolo, nel 1999 il giovane scrittore giapponese Koushun Takami ha rielaborato il genere distopico in chiave spiccatamente pulp per la sua opera d’esordio: Battle Royale, un romanzo accolto da un enorme successo in patria e non solo e portato al cinema appena un anno dopo la sua pubblicazione. Il Giappone che fa da teatro al libro di Takami è uno Stato totalitario chiamato Repubblica della Grande Asia Orientale, in cui ogni anno si svolge un macabro rituale: il cosiddetto Programma, un sanguinario ‘gioco’ in cui un gruppo di compagni di classe sono costretti a sfidarsi in una disperata lotta per la sopravvivenza che potrà avere un solo vincitore. Se il modello narrativo può ricordare alla lontana Il signore delle mosche di William Golding, la natura da thriller è però il tratto distintivo di Battle Royale.

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Suzanne Collins, Hunger Games

E un ovvio ‘discendente’ del romanzo di Takami è ovviamente Hunger Games, il best-seller per eccellenza nell’ambito della narrativa distopica degli ultimi vent’anni. Pubblicato nel 2008 dall’americana Suzanne Collins, che al fenomeno di questo primo romanzo avrebbe fatto seguire altri due titoli (La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta), Hunger Games ci presenta un altro regime totalitario che ha soppiantato gli Stati Uniti: Panem, una nazione suddivisa in dodici distretti fra i quali, ogni anno, si svolge una competizione all’ultimo sangue trasmessa in diretta, gli Hunger Games, con giovanissimi partecipanti usati come carne da macello ad uso e consumo degli spettatori. La Collins, insomma, rinnova l’idea vincente di Battle Royale nell’ottica del voyeurismo televisivo di inizio millennio; e la sua trilogia, diventata un caposaldo della narrativa young adult, ha dato vita anche a una delle più popolari e imitate saghe cinematografiche degli ultimi anni.

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