Una terra promessa: in viaggio nell’America di Barack Obama

di Stefano Lo Verme
0 commento

L’autobiografia presidenziale costituisce una tradizione che tutti gli (ex) inquilini della Casa Bianca hanno mantenuto fin dai tempi di Calvin Coolidge, e che pertanto prosegue senza interruzioni da quasi un secolo. Una tradizione rispettata da Barack Obama nell’autunno del 2020, a quasi quattro anni dalla conclusione del suo secondo mandato, con Una terra promessa: un titolo ricollegabile all’elogio dell’unità e della speranza abilmente sintetizzato, fin dalla campagna elettorale del 2008, nel celeberrimo slogan Yes, we can. Certo, quell’A Promised Land stampato in copertina sopra un sorridente primo piano di Obama potrebbe indurre a immaginarsi un libro legato alla retorica inossidabile del “sogno americano”. Ma la fiducia rispetto alla possibilità di realizzare il “diritto alla felicità” sancito dalla Costituzione degli Stati Uniti è solo una delle componenti delle ottocento, fittissime pagine di Una terra promessa, edito in Italia da Garzanti: ottocento pagine che ci dipingono un ritratto minuzioso non solo dell’America nel pieno della crisi economica del 2008, ma di scenari geopolitici che vanno dalla Russia di Dmitrij Medvedev ai paesi travolti dalla Primavera Araba.

 

Il mestiere del Presidente

Cosa ci si attende, del resto, da un’autobiografia presidenziale? Senza dubbio l’emergere della dimensione individuale, quella in grado di raccontare l’essere umano dietro il Presidente, e Una terra promessa tiene in necessaria considerazione tale aspetto: le prime cento pagine, la sezione intitolata La scommessa, ripercorrono il background familiare di Barack Obama, la sua formazione professionale, l’incontro con Michelle e l’inizio della carriera politica, per arrivare all’elezione nel Senato federale e alla scelta di concorrere alle primarie del Partito Democratico. Elementi più intimi e personali si rintracciano anche nel resto del volume, ma fungono più che altro da corredo a un testo che, dalla campagna elettorale in poi, non si dilunga più di tanto in quadretti della First Family e pennellate sentimentali, ma affronta di petto temi e problemi dell’America a cavallo fra l’epoca della crisi e l’inizio degli anni Dieci, con una scrupolosa cura nel restituire al lettore un’analisi delle grandi questioni del primo mandato della Presidenza Obama, dall’economia alla politica estera alla riforma sanitaria.

Ecco, il motivo di maggior interesse di Una terra promessa in fondo è questo: dare accesso a una prospettiva interna sul mestiere di chi è a capo del Governo federale della maggiore potenza del pianeta. Una prospettiva caratterizzata dal coinvolgimento diretto dell’autore, come per ogni autobiografia, ma pure da un rigore, una precisione e una ricchezza di informazioni davvero preziosi, soprattutto per chi volesse approfondire la complessità della politica americana e dei suoi legami con lo scacchiere internazionale. Le centoquaranta pagine della sezione Renegade, ad esempio, illustrano origini, fenomenologia, conseguenze e soluzioni del crack finanziario di quegli anni, con chiarezza espositiva ma senza lesinare i dettagli relativi al funzionamento della macro-economia, al ruolo del Governo nella gestione della crisi e agli effetti delle manovre varate dal Congresso. E non a caso, il principale organo legislativo degli Stati Uniti è spesso l’oggetto privilegiato d’attenzione del libro: come si muovono gli ingranaggi del Parlamento americano, al di là della consueta dialettica del bipolarismo, e in che modo limitano o influenzano il potere esecutivo, in un’incessante ricerca del compromesso fra idealismo e pragmatismo.

 

L’America di ieri e le ombre di domani

Per Barack Obama, è pure l’occasione di togliersi diversi sassolini dalla scarpa: se infatti l’ex Presidente non è avaro di encomi nei confronti di colleghi, collaboratori e personalità di vario tipo, non mancano in compenso gli strali all’indirizzo di chi, specialmente tre le file del Partito Repubblicano, ha scelto la via dell’ostruzionismo tout court, sempre e comunque, in particolare nel tentativo di boicottaggio dell’Obamacare. Ma al di là della storia politica americana del periodo 2008-2011 (un successivo volume, già annunciato, coprirà invece gli anni fino al 2016), l’autobiografia di Obama si apre anche al resto del mondo, con un approccio divulgativo che potrebbe risultare utilissimo ai lettori meno esperti in materia di geopolitica: dalle relazioni con i maggiori leader europei (la solidità teutonica di Angela Merkel, l’eccentricità narcisistica di Nicolas Sarkozy) a quelle più ambigue con la Russia, dalle tensioni con l’Iran alla questione israelo-palestinese, per culminare con la Primavera Araba e lo scoppio della guerra civile nella Libia di Mu’ammar Gheddafi.

La conclusione di Una terra promessa, in attesa della seconda parte del memoriale di Barack Obama, giunge su uno dei momenti cruciali della sua Presidenza: l’individuazione e l’uccisione di Osama bin Laden, episodio rievocato con un’intensità narrativa che però, sapientemente, riesce a frenarsi un attimo prima di scivolare nel mero trionfalismo. Anche perché, proprio nelle ultime pagine del libro, un altro spettro comincia a prendere forma nell’America obamiana: quello dell’informazione spettacolarizzata, della reiterazione delle fake news, dello scontro politico che diventa frenetica aggressione dell’avversario. Un meccanismo a cui Obama già alludeva a chiare lettere attraverso la parabola (fortunatamente effimera) di Sarah Palin, ma che ritorna nel finale, ancor più robusto e temibile, nelle sembianze di Donald Trump. Ma il volume, dicevamo, si chiude nel 2011: una “terra promessa” è (era) ancora possibile, mentre l’impresa trumpiana appare solo una bislacca distopia…

Lascia un commento

* Usando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei dati in questo sito web. Per approfondire: Cookie Policy