I 20 migliori piloti di Formula 1 di tutti i tempi

di Giuseppe Causarano
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Michael-Schumacher

La storia dell’automobilismo ha scritto pagine indimenticabili, contraddistinte dalle imprese di piloti che, attraverso il proprio talento e la propria dedizione, si sono spinti oltre il limite, raggiungendo vittorie e trofei.
La Formula 1, la più importante categoria del motorsport, ha raccontato le gesta dei più grandi piloti di sempre e delle scuderie più ammirate, come Ferrari, McLaren, Williams, Mercedes, Lotus e non solo. In oltre settant’anni, tantissimi campioni hanno infranto record e sono entrati nell’immaginario collettivo di milioni di appassionati in tutto il mondo, consegnandosi alla leggenda dell’automobilismo.
Di seguito, vogliamo rendere omaggio ai 20 migliori piloti di Formula 1 di tutti i tempi. Andiamo a scoprirli insieme.

1. Alberto Ascari

Primo campione del mondo di Formula 1 con la scuderia di Maranello e ultimo italiano a riuscirvi al volante di una Rossa. Alberto Ascari vinse con la Ferrari 500 nel 1952 e nel 1953, una magica doppietta che ottenne battendo i suoi rivali più forti, Nino Farina (campione 1950 con l’Alfa Romeo) e Juan Manuel Fangio (iridato nel 1951 sempre con la scuderia milanese). Pilota completo, dotato di una guida estremamente pulita ed efficace, e di una grande strategia di gara, Ascari partecipò anche a moltissime altre corse, tra cui la 24 Ore di Le Mans, la Mille Miglia e la 1.000 km del Nürburgring.

In F1, detiene il record di percentuale di vittorie in una singola stagione: nel ’52 vinse ben sei gran premi sugli otto in calendario. Ascari morì tragicamente nel 1955 sul circuito di Monza, durante una sessione di allenamento, a bordo di una Ferrari 750, in circostanze mai del tutto chiarite. Oggi, una delle chicane del circuito porta il suo nome.

2. Juan Manuel Fangio


Per quasi cinquant’anni ha detenuto il record di mondiali di F1 ottenuti, prima che Michael Schumacher lo superasse. Il campione argentino Juan Manuel Fangio è stato per cinque volte iridato: nel 1951 con Alfa Romeo, nel 1954 e nel 1955 con Mercedes-Benz, nel 1956 con il Cavallino (a bordo di una Ferrari-Lancia D50) e nel 1957 con Maserati (con cui aveva anche disputato le prime due gare della stagione ’54). Prese parte a numerose altre gare, fino al ritiro dalle corse nel 1958.

Dotato di grandissima velocità e di profonda conoscenza della meccanica, per lungo tempo Fangio è stato il prototipo del pilota, efficace e concreto, ancor prima che amante della guida spettacolare fine a sé stessa. Detiene tutt’ora il record di percentuale di pole position in base al numero di gran premi disputati: il 55,8%. Semplicemente insuperabile, anche per il numero molto più ampio di gare dell’era moderna (in cui quel dato è stato avvicinato prima da Ayrton Senna, poi da Lewis Hamilton).

3. Jack Brabham


Pilota ma anche costruttore: in sedici stagioni di Formula 1, l’australiano Jack Brabham vinse il mondiale nel 1959 e nel 1960 con il team britannico Cooper, per poi mettersi in proprio nel 1962 fondando una squadra con il proprio nome insieme a Ron Tauranac, e ottenere il terzo titolo nel 1966. Successivamente, Brabham avrebbe lasciato la scuderia in altre mani.

La grandissima determinazione era probabilmente la sua miglior dote: visse alti e bassi durante la propria carriera, cogliendo i massimi risultati in stagioni nelle quali il potenziale della vettura lo pose in condizione di poter vincere.

4. Graham Hill

Un virtuoso del volante, capace di abbinare velocità e precisione di guida, e dotato di grande visione di gara: Graham Hill è stato due volte iridato in Formula 1 (con la BRM nel 1962 e con la Lotus nel 1968) ed è stato, nella storia del motorsport, il primo e finora unico pilota a realizzare la Triple Crown. Un primato straordinario, che consiste nel vincere il Gran Premio di Monaco, la 500 Miglia di Indianapolis e la 24 Ore di Le Mans. Sul circuito monegasco, Hill trionfò cinque volte tra il 1963 e il 1969; in America, il successo giunse nel 1972; in Francia nel 1966.

Il britannico morì in un incidente aereo su un ultraleggero, nel quale perirono con lui altre cinque persone, tutti parte della Embassy Hill, la scuderia di F1 che il pilota aveva fondato nel 1973. Il figlio Damon porterà avanti la tradizione di famiglia nel mondo delle corse, giungendo al titolo mondiale con la Williams-Renault nel 1996.

5. Jim Clark

Lo Scozzese Volante: questo era il suo soprannome più utilizzato. James Clark Jr., per tutti Jim, è ritenuto da molti uno dei piloti più forti di ogni tempo. Campione del mondo in Formula 1 con la Lotus nel 1963 e nel 1965, sfiorò almeno altri tre campionati, mantenendo un’alta percentuale di gran premi vinti in base alle partecipazioni. Detiene tutt’ora il record di Grand Chelem, ben otto, ovvero l’ottenimento della pole position, del giro veloce in gara e la vittoria della corsa mantenendo ininterrottamente la posizione di testa dalla partenza al traguardo.

Velocissimo e furente in pista, spingeva al massimo già dalla prima curva, portando il mezzo meccanico spesso oltre il limite. Clark morì in un incidente sul circuito di Hockenheim, in Germania, durante una gara di Formula 2, disputata nell’aprile 1968, durante il periodo di sosta della F1 (all’epoca il campionato osservava spesso lunghe sospensioni). La curva dove perì divenne una variante, ribattezzata con il nome del campione britannico.

6. John Surtees

Un altro uomo dei record: John Surtees è l’unico pilota ad aver vinto il campionato nel mondo tanto nel motociclismo quanto nell’automobilismo. Per sette volte ha trionfato sulle due ruote tra il 1956 e il 1960; l’iride in Formula 1 giunse invece nel 1964, a bordo di una vettura del North American Racing Team, prima di passare al volante della Ferrari, con la quale non ottenne però i risultati sperati.

7. Jackie Stewart

John Young Stewart, per tutti Jackie, è un altro asso scozzese del volante. In appena 99 GP disputati (un numero abbastanza contenuto rispetto ad altri colleghi), vinse 27 volte e conquistò tre titoli iridati nella scuderia di Ken Tyrrell, nel 1969, 1971 e 1973. Estrema precisione di guida e molta razionalità lo caratterizzarono come uno dei piloti più moderni della sua epoca.

Tale visione di gara si rifletté molto nella sua attività da consulente, manager e uomo d’immagine per molte aziende, dopo il ritiro dalle corse. Stewart è stato infatti tra gli ex piloti più attivi in tema di aumento delle misure di sicurezza nell’automobilismo, e in particolare in Formula 1, dopo che egli stesso aveva rischiato la vita in più circostanze e molti suoi amici avevano perso la vita in pista. È tutt’ora testimonial delle istituzioni automobilistiche internazionali.

8. Emerson Fittipaldi

Campione del mondo con la Lotus (1972) e con la McLaren (1975), il brasiliano Emerson Fittipaldi si potrebbe definire un vero innamorato delle corse, tanto che, dopo il ritiro dalla Formula 1 nel 1980 (e aver corso con una scuderia fondata insieme al fratello Wilson) tornò in America, correndo per molti altri anni in Champ Car (diventando campione nel 1989) e nella prestigiosa 500 Miglia di Indianapolis, vinta in due occasioni.

9. Niki Lauda

Niki Lauda Ferrari

Un mito del motorsport, un esempio di coraggio e determinazione. Niki Lauda è stato un pilota straordinario e un uomo ammirevole. Scomparso nel 2019 all’età di 70 anni, ha lasciato un segno indelebile nella storia della Formula 1. Sia per i successi, che per essere riuscito a tornare a gareggiare dopo il terribile incidente del 1° agosto 1976 quando, sul circuito del Nürburgring, uscì di pista e sbatté contro una roccia: l’impatto provocò un incendio, che avvolse totalmente la sua Ferrari e ustionò gravemente Lauda, portandolo quasi alla morte. Appena un mese e mezzo dopo, invece, Niki riuscì a riprendersi e, pur ancora pesantemente ferito, indossò casco e tuta e si presentò in pista per il Gran Premio d’Italia a Monza, al termine del quale giunse quarto, riuscendo a tenere aperta la lotta al mondiale fino all’ultimo Gran Premio in Giappone, sul circuito del Fuji. Ma non terminò la gara, consegnando il titolo a James Hunt su McLaren, e mettendo la parola fine a uno dei campionati più affascinanti e drammatici di sempre (raccontato nel 2013 dal film Rush, diretto da Ron Howard).

Niki Lauda si laureò campione del mondo nel 1975 e nel 1977 con la Ferrari, e nel 1984 con la McLaren, dopo essere tornato a gareggiare in seguito a un primo ritiro durato tre stagioni (tra il 1980 e il 1982). Nel frattempo, si era dedicato alla sua grande passione, gli aerei: fondò, nell’arco di trent’anni, tre compagnie di aviazione civile. Pilota di estrema precisione alla guida, grande intelligenza sulla strategia di gara e di sapienza sulla gestione della vettura, Lauda fu anche prezioso consulente per la Ferrari e per l’associazione piloti sulle tematiche della sicurezza e, in seguito, soprattutto per la Mercedes, dopo il ritorno in Formula 1 come costruttore nel 2009; del team anglo-tedesco fu anche presidente onorario. Lewis Hamilton, oggi sei volte campione con la squadra di Brackley, venne ingaggiato proprio da Lauda, che lo sostenne fin dal suo approdo nella Casa della Stella.

10. Gilles Villeneuve

Gilles Villeneuve Ferrari
Fino ad ora abbiamo citato dei campioni del mondo di Formula 1. Ma c’è un pilota che, pur non avendo mai vinto l’iride, ha scritto pagine straordinarie della categoria regina dell’automobilismo ed è ancora adesso ricordato come uno dei talenti più grandi di sempre: parliamo, naturalmente, di Gilles Villeneuve.

L’Aviatore canadese esordì in F1 nel 1977 con la McLaren, ma sarebbe divenuto grande con la Scuderia di Maranello, scelto da Enzo Ferrari in sostituzione di Lauda proprio negli ultimi due appuntamenti di quella stessa stagione. Veloce, imprevedibile, coraggioso, lucidamente folle: in pista Villeneuve era decisamente unico, in grado di lottare anche oltre le difficoltà del mezzo e contro qualunque avversario. Nel 1979 concluse il campionato al secondo posto dietro il compagno Jody Scheckter, e non fu poco il rammarico; ma fu addirittura peggiore la delusione del 1982 quando, in una stagione che lo vedeva nuovamente lottare per il vertice, durante il Gran Premio di San Marino, a Imola, venne superato da Didier Peroni nella seconda metà di gara, nonostante le indicazioni contrarie giunte dal muretto. Quella bruciante sconfitta lasciò il segno all’interno della squadra, ma il destino non concesse a Gilles la possibilità della rivincita, poiché nella corsa successiva a Zolder, in Belgio, Villeneuve morì in un tragico incidente durante le qualifiche. Era l’8 maggio del 1982.

Sei vittorie e tredici podi in 68 GP disputati: tanto fu sufficiente per consegnare Gilles alla leggenda. Il figlio Jacques diverrà campione del mondo con la Williams-Renault nel 1997, battendo all’ultima gara proprio la Ferrari di Michael Schumacher.

11. Nelson Piquet

Nelson Piquet
Un pilota spesso meno considerato rispetto ad altri colleghi, ma che durante gli anni Ottanta fu un avversario arcigno per tutti coloro che si trovarono ad affrontarlo. Nelson Piquet esordì in F1 nel 1979 per poi ritirarsi nel 1991, e si confrontò con i campioni degli anni Settanta (ormai più avanti con gli anni) e con i migliori talenti emergenti del proprio decennio, che fino a metà anni Novanta sarebbero stati protagonisti.

Dapprima contro Niki Lauda, Carlos Reutemann e Keke Rosberg, poi contro Alain Prost, Ayrton Senna e Nigel Mansell: Piquet, con il suo stile di guida estremamente preciso e ragionato, riuscì spesso a adattarsi alle difficoltà delle vetture che ebbe tra le mani e ad essere molto più concreto dei competitors, vincendo per tre volte il campionato di F1: nel 1981 e nel 1983 con la Brabham e nel 1987 con la Williams-Honda, prima di lasciare il sedile al connazionale Ayrton.

12. Michele Alboreto

Nella lunga lista di campioni abbiamo voluto dedicare spazio anche a un pilota italiano che non vinse il mondiale di Formula 1, ma che riuscì a farsi apprezzare per le proprie capacità e per le straordinarie qualità umane: Michele Alboreto.

Il pilota milanese esordì nella massima categoria nel 1980 con la Tyrrell, prima di passare alla Ferrari nel 1984. Rimase nella Scuderia di Maranello per cinque stagioni, lottando per il titolo iridato nel 1985: punto su punto contro la McLaren di Alain Prost fino a cinque gare dal termine, ma una serie di ritiri a causa di problemi meccanici gli costarono la corsa al campionato, che gli sfuggì solo per tali sfortunatissime circostanze. Alboreto rimase in F1 fino alla conclusione della stagione 1994, prima di dedicarsi alle competizioni a ruote coperte, mostrando ulteriormente le proprie straordinarie conoscenze delle vetture, che gli permettevano di adattarsi rapidamente, e una guida sempre aggressiva ma corretta: nel 1997 trionfò alla 24 Ore di Le Mans. Il 25 aprile 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, un grave incidente durante il collaudo di un’Audi R8 Sport gli costò la vita.

13. Nigel Mansell

Nigel Mansell

Un Leone indomabile: Nigel Mansell ha vinto in carriera trentuno gare su 191 GP disputati, ottenendo anche 32 pole position. In realtà, i numeri non sono sufficienti a raccontare il talento cristallino del pilota britannico, che spesso ha dovuto arrendersi ai problemi tecnici delle proprie vetture, avendo avuto la possibilità di correre in scuderie innovative e che portavano al limite le proprie componenti meccaniche, su tutte il motore.

Dopo aver esordito nel 1980 in Lotus, con la quale corse fino al 1984, Mansell passò alla Williams nel 1985, rimanendo a Grove fino al 1988 ma raccogliendo tante delusioni nella corsa al titolo, nonostante straordinarie prestazioni in pista. Dopo due stagioni in Ferrari (1989 e 1990), durante le quali vinse tre gare, Nigel tornò in Williams, adesso spinta dal propulsore Renault e dotata di soluzioni tecniche sensazionali, tanto sul piano aerodinamico quanto elettronico. Finalmente, nel 1992, Mansell riuscì a vincere il titolo piloti, ottenendo nove affermazioni e il campionato costruttori insieme al compagno di squadra Riccardo Patrese. Dopo il passaggio in Indy Car, Mansell avrebbe corso qualche gara in F1 anche tra il 1994 e il 1995, ottenendo l’ultima a vittoria a Adelaide nel giorno del primo titolo di Michael Schumacher.

14. Alain Prost

Alain Prost

Alain Prost è sempre stato un pilota divisivo: o lo si apprezza o lo si detesta. Il Professore venne ribattezzato così perché non c’era nessuno più preciso, attento ai dettagli e capace di settare una vettura di Formula 1 come lui. Un calcolatore al millesimo anche nella gestione degli pneumatici e delle varie componenti della macchina durante la gara, glaciale e implacabile nei duelli contro gli avversari: forse non era il più veloce, ma certamente il più concreto negli anni più competitivi della storia della F1, quando si concentrarono nelle stesse stagioni una quantità di campioni probabilmente irripetibile.

Prost esordì nella massima categoria nel 1980 con la McLaren, prima di passare alla Renault per le tre stagioni seguenti (che gli furono molto utili per accumulare esperienza, proprio nel periodo in cui il team francese e la Ferrari aprirono una lotta politica contro le squadre britanniche) e tornare in McLaren nel 1984, quando la scuderia di Woking, spinta dal propulsore turbocompresso TAG Porsche, fu nuovamente competitiva per il vertice. Prost perse il confronto con Lauda nella prima stagione, per poi trionfare nel 1985 e nel 1986 (battendo le Williams-Honda di Mansell e Piquet nell’incredibile finale di campionato). Dopo un 1987 complicato e dominato dal team di Grove, in McLaren venne ingaggiato Ayrton Senna, asso brasiliano che aveva concluso quella stagione davanti in classifica proprio a Prost, al volante della Lotus motorizzata Honda. Nel 1988 il potente propulsore nipponico (ultimo turbo prima del passaggio agli aspirati a partire dal 1989) venne acquisito anche dalla McLaren, e il connubio tra telaio e motore fu straordinario. Ma a trarne vantaggio fu il più giovane Senna, che riuscì a spuntarla nel confronto con il Professore, dando avvio a una rivalità storica. Tra mille polemiche e dispetti, Prost ottenne la rivincita nella stagione seguente con lo scontro finale a Suzuka, ma il clima in squadra era divenuto irrespirabile. Così, Prost passò alla Ferrari, con la quale lottò per il campionato 1990, ma dovette incassare la vendetta di Ayrton ancora una volta in Giappone.

Demotivato e poco convinto del progetto tecnico in un team che stava rifondandosi totalmente, Prost lasciò Maranello prima del termine della stagione 1991 e decise di ritirarsi, per poi tornare nel 1993 in Williams-Renault, vincendo il quarto titolo (e cinquantuno gare complessivamente) prima di chiudere definitivamente la carriera, trovando anche una riappacificazione con il vecchio nemico Senna.

15. Ayrton Senna

Ayrton Senna

Il più amato, venerato dal popolo brasiliano e adorato dai tifosi di tutto il mondo: Ayrton Senna, il 1° maggio del 1994, da idolo divenne una leggenda, consegnandosi all’immortalità del motorsport.

Il maledetto settimo giro del Gran Premio di San Marino, sul circuito di Imola, lo portò via tragicamente, in un incidente le cui conseguenze, sebbene estremamente sfortunate e dagli esiti molto casuali (non fu l’impatto a causare la morte di Ayrton, ma un pezzo di carbonio che gli si conficcò come un fendente nel casco, per una questione di centimetri), si sarebbero potute evitare. Non solo per le negligenze del team Williams, appurate in sede processuale, ma per la mancanza di sicurezza complessiva nella Formula del 1994, che in quell’appuntamento imolese raggiunse il punto di non ritorno, aggravato dagli incidenti occorsi a Barrichello durante le prove libere e a Ratzenberger durante le qualifiche (fatale anche in quell’occasione). La scomparsa di Ayrton spinse il mondo della F1 a cambiare profondamente, raggiungendo i risultati che in seguito è stato possibile apprezzare.

Senna è stato il pilota più talentuoso e veloce di sempre, riuscendo ad ottenere tre titoli iridati, quarantuno vittorie e sessantacinque pole position, su un totale di 162 GP disputati. Numeri straordinari che restituiscono una parte di quello che Ayrton riuscì a realizzare in pista, tra imprese uniche e sorpassi memorabili. Dopo l’esordio in Toleman nel 1984, Senna passò alla Lotus, per restarvi tre stagioni. L’arrivo in McLaren gli diede l’opportunità di battagliare per il campionato alla pari con Alain Prost, ma i tre anni nei quali condivisero il muretto furono estremamente difficili per entrambi, data la rivalità che crebbe durante il 1988 (terminata con la vittoria del titolo dopo una gara capolavoro a Suzuka) ed esplose al GP di Imola del 1989, dopo alcune scintille in pista che la squadra non riuscì ad evitare. L’appuntamento di Suzuka di quella stagione fu per il brasiliano certamente meno positivo dell’anno precedente, con lo scontro tra Ayrton e Alain Prost che si concluse alla chicane prima del traguardo, dopo un tentativo di sorpasso del brasiliano. Nonostante Senna riuscì a vincere, venne ingiustamente squalificato per la ripartenza favorita dai commissari di pista, e quella decisione decretò la sua sconfitta nel mondiale. Le accuse contro la federazione internazionale non portarono ad alcunché, ma Ayrton serbò la vendetta per tutto il 1990, ottenendola ancora una volta a Suzuka, speronando apertamente la Ferrari del francese dopo la partenza e portando entrambi a concludere il gran premio: il vantaggio in classifica era ormai non colmabile a un solo appuntamento dal termine.

Nel 1991 Senna vinse il terzo e ultimo mondiale, ancora una volta con la McLaren, pur non avendo più il vantaggio tecnico delle stagioni precedenti. La Williams-Renault aveva operato il sorpasso, costringendo Ayrton a inseguire nel 1992 e nel 1993. Così, Senna decise che era giunto il momento di passare al team di Grove nel 1994, ma l’unione tra il brasiliano e quella vettura non sbocciò mai. Battuto dall’emergente Schumacher in Brasile e in Giappone, al terzo appuntamento Senna era già obbligato a vincere per continuare la corsa al quarto titolo, ma la scalata si fermò drammaticamente alla curva del Tamburello.

16. Mika Häkkinen

Gli anni Novanta della Formula 1 hanno proposto un gran numero di talenti, ma solo pochi di loro sono diventati dei campioni. Uno di questi è senza dubbio il finlandese Mika Häkkinen, campione del mondo nel 1998 e nel 1999 al volante della McLaren motorizzata Mercedes. Dopo gli esordi in Lotus nel ’91 e nel ’92, Ron Dennis lo scelse come collaudatore e terza guida della scuderia di Woking, dato che i titolari sarebbero stati Ayrton Senna e Michael Andretti. L’occasione giunse nelle ultime tre gare della stagione: Häkkinen affiancò Senna in Portogallo, Giappone e Australia, cogliendo anche un podio a Suzuka e mostrando di non avere alcun timore reverenziale nei confronti dell’asso brasiliano, ormai sul piede di partenza in direzione Grove.

Dopo la fine del rapporto con Honda, la McLaren dovette cambiare più volte propulsore, non essendo essa stessa costruttrice; dopo gli alterni risultati ottenuti con il Ford-Cosworth, la fornitura Peugeot migliorò lentamente il proprio livello durante la stagione 1994, durante la quale Häkkinen ottenne sei podi e il compagno di squadra Brundle ne raccolse due. Il 1995 fu l’anno della svolta, poiché McLaren strinse un importante accordo con Mercedes, che tornò nella massima categoria dopo una lunghissima assenza fornendo i motori alla scuderia britannica (e lo avrebbe fatto ininterrottamente fino al 2014, per poi riprendere dal 2021). Le stagioni seguenti furono abbastanza interessanti, pur senza spiccare, ma la guida di Mika, precisa e corretta, garantiva di giungere spesso a punti. Nel weekend di Alelaide, ultimo appuntamento del 1995, il finlandese fu però vittima di un grave incidente, che gli causò serie conseguenze, ma riuscì a recuperare velocemente e con grande forza di volontà, tanto da ripresentarsi puntualmente al via nella stagione 1996. Nel ’97, la McLaren non fu in grado di lottare contro Williams e Ferrari, ma Häkkinen vinse nell’ultimo appuntamento di Jerez, precedendo sul podio il compagno di squadra Coulthard e il neocampione Villeneuve (in un finale rocambolesco e mai del tutto chiarito nello svolgimento).


Come detto in precedenza, il ’98 e il ’99 furono le stagioni dei trionfi e delle lotte contro la ritrovata Ferrari, guidata a nuovi successi da Michael Schumacher, già due volte iridato con Benetton. Nella prima stagione la superiorità tecnica della vettura fu netta ma il tedesco riuscì a tenere aperto il confronto fino all’ultima gara; nella stagione seguente, Michael fu invece costretto ad abdicare a Silverstone dopo un incidente e diverse fratture a una gamba. Ma per Häkkinen fu tutt’altro che semplice: tra gli errori di Coulthard e la rimonta della Ferrari con Irvine e Salo, il finlandese dovette difendersi ancora una volta fino a Suzuka, dove vinse il GP e conquistò il secondo titolo.

Quella del 2000 fu un’altra stagione estremamente combattuta, ma la Ferrari aveva ormai completato il sorpasso tecnico sulla McLaren, battendola spesso anche sul piano strategico. La battaglia tra Häkkinen e Schumacher fu epica, con momenti straordinari (come la gara di Spa-Francorchamps), ma a spuntarla fu il tedesco, che riportò il titolo piloti a Maranello dopo 21 anni. Molto provato da una stagione difficile, nel 2001 Mika fu perseguitato da diversi problemi meccanici, ottenendo appena due vittorie e alcuni piazzamenti. Decise di ritirarsi dalla F1, lasciando però un grandissimo ricordo e ricevendo attestati di stima unanimi da amici e avversari.

17. Michael Schumacher

Michael Schumacher 1996
L’erede dei campionissimi del passato, il rivale mancato di Prost e Mansell, l’ultimo avversario di Senna: Michael Schumacher, soprannominato il Kaiser, è una leggenda della Formula 1, in grado di frantumare ogni record raggiungibile e di riscrivere la storia della Scuderia Ferrari con i suoi cinque titoli iridati consecutivi, tra il 2000 e il 2004.

Dopo l’esordio nel 1991, il passaggio alla Benetton fu determinante per la sua crescita all’interno della categoria regina. Ottenne la prima vittoria a Spa nel 1992 e la successiva all’Estoril nel 1993; nel 1994, la vettura anglo-italiana motorizzata Ford si presentò ai nastri di partenza come la possibile sorpresa della stagione, e così fu, conquistando quattro vittorie nei primi quattro appuntamenti, incluso il tragico GP di Imola. Nonostante la Williams-Renault fosse complessivamente la vettura migliore, il lavoro del team di Flavio Briatore fu certamente straordinario, tanto sul piano strategico che tecnico, nonostante ripetute accuse di irregolarità sulla macchina da parte degli avversari. Dopo la scomparsa di Senna, fu Damon Hill ad assumere il ruolo di prima guida, e la rimonta da metà stagione in avanti, resa possibile da due GP nei quali la Benetton di Schumi venne squalificata (Silverstone e Spa) e da altri due di condanna (Monza e Estoril) tennero aperta la sfida fino ad Adelaide. Al 35° giro, un tentativo di sorpasso di Hill dopo un errore del tedesco causò la reazione di Schumacher, che chiuse l’avversario in una delle curve più strette del circuito cittadino australiano. Un episodio del quale si discute tutt’ora, ma che consegnò il primo mondiale al Kaiser. Il quale si ripeté anche nel 1995, stagione nella quale la Benetton vinse il campionato costruttori grazie a un margine tecnico stavolta netto sulla Williams. Era però giunto il momento della consacrazione, così Schumacher accettò la proposta di Luca Cordero di Montezemolo e di Jean Todt: il suo passaggio alla Ferrari, la scuderia più grande ma da troppo tempo a secco di successi, fu la scelta che gli avrebbe cambiato la carriera.


Nel 1996 Schumacher ottenne tre vittorie (Barcellona, Spa e Monza) e il terzo posto in campionato; il lavoro straordinario del team di Maranello portò presto a una vettura competitiva per il titolo, e il 1997 fu caratterizzato dalla sfida contro la Williams-Renault di Jacques Villeneuve, persa a Jerez. Michael, in testa alla gara, al 47° giro venne attaccato dal canadese alla curva Dry Sac, e tentò di chiuderlo spingendolo all’esterno, in una manovra sbagliata e scorretta, che gli causò la rottura di una sospensione e il ritiro, più una pesante sanzione da parte della FIA. Il 1998 fu la stagione della ripartenza: sei vittorie e tanti piazzamenti, ma i ritiri a Spa e a Suzuka consegnarono il titolo a Häkkinen. Nel 1999, pur disponendo di una vettura velocissima, alcuni errori lo costrinsero a inseguire in classifica e, quando l’inerzia sembrava nuovamente dalla parte della Ferrari, un grave incidente al primo giro del GP di Gran Bretagna gli causò diverse fratture a una gamba, che lo tennero fuori per sei gare, prima di tornare in Malesia dove dominò la corsa lasciando la vittoria al compagno Irvine, che però non andò oltre il terzo posto nell’atto conclusivo in Giappone.

GP Giappone
Nel 2000, giunse l’iride tanto atteso e vanamente inseguito per tre stagioni: avvio roboante con cinque vittorie nelle prime otto gare, poi tre ritiri consecutivi, ma con due podi e quattro successi di fila nella parte conclusiva Schumacher chiuse la lotta a Suzuka nella penultima gara, che gli consegnò il terzo titolo in carriera, il primo con il Cavallino.

Altri nove gran premi vinti nel 2001, insieme al quarto mondiale; undici le vittorie del 2002, la stagione dei record, che vide il quinto iride arrivare a sei gare dalla conclusione del campionato; fu invece decisamente più combattuto il 2003, complice un progetto iniziale non perfetto della Ferrari, poi aggiustato in corsa, ma questo non impedì a Schumacher e alla scuderia italiana di ottenere il titolo in entrambi i campionati; irripetibile, infine, il 2004, a bordo della Ferrari più bella e veloce di sempre, con tredici vittorie per Schumi, due per il compagno Barrichello e le briciole lasciate agli avversari.

Alcuni cambi di regolamento mirati a interrompere il dominio della Ferrari danneggiarono apertamente il Cavallino, che ottenne appena una vittoria nel 2005; tornò però competitivo nel 2006, ma alcuni problemi tecnici durante la stagione e la rottura del motore a Suzuka nel penultimo appuntamento spezzarono il sogno dell’ottavo titolo per Schumacher, che decise di ritirarsi a fine anno. Tornerà con la Mercedes nel 2009, in concomitanza con il rientro da costruttore della casa di Stoccarda, provocando la delusione di molti tifosi ferraristi e ottenendo risultati deficitari in tre stagioni, anche per la scarsa competitività della vettura anglo-tedesca. Ma nulla che possa mettere in discussione la stella del campione tedesco: 91 gare, 65 pole position, sette titoli piloti e una guida furiosa e implacabile. Unico.

18. Fernando Alonso


Fernando Alonso esordì in Minardi nel 2001, per poi passare al team Renault, che era rientrato in F1 da costruttore dopo i tanti trionfi da motorista negli anni Novanta. Il primo successo giunse in Ungheria nel 2003; la stagione seguente affinò la propria guida aggressiva, mostrando una consistenza straordinaria nel riuscire a trarre il massimo dal proprio mezzo. Una caratteristica che si sarebbe rivelata fondamentale nel 2005, quando lottò per il campionato contro la McLaren di Kimi Räikkönen. Dopo un avvio straordinario con sei vittorie e vari piazzamenti, il finlandese fu autore di una grande rimonta nella seconda parte di stagione, ma Alonso si difese strenuamente, cogliendo cinque podi e una vittoria.

Ancora più difficile fu la battaglia nel 2006, che vide il ritorno di una Ferrari competitiva. Sette vittorie e altri sette podi bastarono per spuntarla sul campione tedesco, e regalare alla Renault un’altra doppietta piloti/costruttori. Nel 2007, Alonso accettò l’offerta della McLaren, in cerca di rilancio: accanto a lui venne scelto un giovane esordiente, l’anglo-caraibico Lewis Hamilton, gioiello del programma giovani della scuderia di Woking. Quest’ultimo si rivelò da subito un avversario temibile per l’esperto Alonso, che sentiva di non essere il preferito all’interno della squadra. Il campionato fu caratterizzato da continue tensioni, non ultima la squalifica del team dal campionato costruttori (abbinato a una multa da 100 milioni di dollari) dopo la condanna per furto di proprietà industriale ai danni della Ferrari. Quattro vittorie e tanti piazzamenti portano Alonso a concludere il campionato a pari punti con Hamilton: entrambi vennero superati nella gara finale in Brasile da Kimi Räikkönen, che consegnò il mondiale piloti al Cavallino.
Tornato in Renault nelle successive due stagioni, Alonso ottenne un paio di vittorie, prima di approdare in Ferrari nel 2010. Lottò per due volte fino all’ultima gara nel campionato contro la Red Bull-Renault di Sebastian Vettel, ma una serie di circostanze sfortunate e una maggiore competitività della vettura austro-inglese non diedero a Fernando la possibilità di vincere il terzo iride. Nel 2015 tornò in McLaren, ma il binomio con la Honda non portò ad alcun risultato. Frustato e innervosito, Alonso abbandonò il team, passando alla Toyota nel prestigioso campionato mondiale endurance, e trionfando nel 2018 e nel 2019 alla 24 Ore di Le Mans. Nel 2021 è divenuto realtà il ritorno in F1 con Alpine, nuovo team Renault dell’era turbo-ibrida, con il podio in Qatar a testimoniare quanto ancora adesso Fernando Alonso sia tra i migliori piloti del panorama internazionale.

19. Sebastian Vettel


Il 14 settembre 2008, sul circuito di Monza, il giovane Sebastian Vettel regala alla scuderia italo-austriaca della Toro Rosso un insperato successo, sfruttando le condizioni di pista bagnata. Nel luglio di dieci anni dopo, a Hockenheim, sotto la pioggia e pur trovandosi in testa alla gara e al campionato con la Ferrari, Vettel va fuori di pista, lasciando spazio da lì in avanti alla rimonta di Lewis Hamilton, che vincerà il titolo a fine stagione.

In questo arco di tempo, il pilota tedesco ha dimostrato una velocità straordinaria e una precisione di guida quasi unica, ma anche parecchi limiti quando il pacchetto a propria disposizione non era ideale, come accaduto nel quadriennio dei successi in Red Bull. Dopo aver sfiorato il titolo già nel 2009 con una straordinaria seconda parte di stagione, la vettura che Adrian Newey gli consegnò tra le mani nel 2010 fu assolutamente incredibile, frutto di scelte aerodinamiche estreme (e spesso al limite dei regolamenti) e di una gestione ottimale della potenza del propulsore Renault. Così, in quattro stagioni Vettel superò tanto la Ferrari di Alonso quanto la McLaren di Hamilton, difendendosi dal compagno di squadra Webber (con cui si scontrò spesso) e vincendo quattro titoli consecutivi, con 35 successi e una miriade di pole position.


Il cambio regolamentare del 2014 sconvolse gli equilibri in Formula 1, dando il largo al dominio Mercedes e danneggiando chi non riuscì a interpretare subito le novità portate dalle nuove power unit ibride. La Red Bull vinse tre gare ma tutte con Daniel Ricciardo, emergente australiano che riuscì a prevalere nello scontro interno con Vettel e spinse il tedesco ad accettare l’offerta della Ferrari. In sei stagioni con il Cavallino, Sebastian ha vinto quattordici gare e regalato parecchie imprese al Cavallino pur partendo da oppositori della sempre favorita Mercedes, ma gli errori del 2018 spezzarono l’idillio, giungendo a un polemico divorzio al termine della stagione 2020, peraltro molto complicata per la scuderia italiana. Nel 2021 il passaggio all’Aston Martin è stato foriero di pochi risultati, e il talento cristallino di Vettel non è più emerso come ci si sarebbe atteso. Ma un vero campione può sempre tornare a esserlo.

20. Lewis Hamilton

Quando Michael Schumacher impose i suoi record in Ferrari, si pensava che nessuno avrebbe mai potuto eguagliarlo. Finché l’era dominante della Mercedes dal 2014 in avanti – la più lunga della storia della Formula 1 – e il talento straordinario di Lewis Hamilton iniziarono a riscrivere il corso degli eventi.

Dopo l’esordio nel 2007 e un campionato da protagonista, perso a causa del fatale errore in Cina nel penultimo appuntamento, Hamilton vinse il primo titolo nel 2008, beffando all’ultima gara Felipe Massa e la Ferrari (che si consolò in parte con il titolo costruttori) in un convulso finale e al termine di una stagione molto complicata, ma che mise in evidenza una velocità incredibile da parte del britannico. Le stagioni seguenti regalarono però ben poche gioie a Hamilton, che raccolse dodici vittorie tra il 2009 e il 2012 ma non ebbe mai la concreta possibilità di lottare per il titolo, anche a causa di numerosi problemi tecnici che condizionarono la scuderia McLaren.


Così, nel 2013 Lewis passò alla Mercedes, che gli illustrò i progetti per l’immediato futuro. Dopo una stagione di adattamento con un successo in Ungheria e diversi piazzamenti, l’avvio dell’era turbo-ibrida spianò la strada al team di Brackley: la lotta al titolo piloti divenne una questione esclusiva tra Hamilton e il compagno di squadra e amico Nico Rosberg, con Lewis che riuscì a prevalere agevolmente nel 2014 e nel 2015. La stagione successiva, però, Rosberg affilò le armi e dichiarò guerra a Lewis, che rimase sorpreso dall’avvio straordinario di Nico e fu costretto a inseguire. Dopo lo scontro in Spagna, con la collisione al primo giro tra i due, la lotta divenne equilibrata, ma Rosberg, anche grazie a un miglior adattamento alla vettura e all’utilizzo più preciso degli pneumatici Pirelli, riuscì a mantenere il controllo della situazione anche nella parte centrale del campionato. L’amicizia tra Nico e Lewis finì, ogni gara divenne una sfida all’ultimo dispetto, e il ritiro in Malesia per la rottura del motore sembrò porre la parola fine sulla corsa al titolo. Ma Hamilton reagì da campione, vincendo le ultime quattro gare: gli altrettanti secondi posti di Rosberg, però, consegnarono al tedesco l’iride.

Uno smacco clamoroso per Hamilton che si ripresentò sottotono nel 2017, anche per merito di una Ferrari rinata, che fu grande protagonista fino a metà stagione, prima del ritorno in grande stile del britannico e dei miglioramenti tecnici della Mercedes, estremamente veloce nella seconda parte di campionato. Conquistato il quarto mondiale, Hamilton dovette faticare parecchio per imporsi nel 2018, ma fu il suo continuo miglioramento che gli permise di conseguire l’ennesimo titolo: comprese sempre di più come sfruttare le gomme, dare le giuste indicazioni ai tecnici e, soprattutto, non commise più errori. Punti di forza che l’hanno portato a vincere anche i campionati 2019 e 2020, sfruttando una superiorità tecnica persino eccessiva della propria vettura.

Hamilton Verstappen
Il 2021 ha però interrotto il dominio, grazie alla caparbietà di Max Verstappen e della Red Bull-Honda, che ha raggranellato successi a ripetizione nella parte iniziale di stagione e ha difeso, sebbene a fatica, il vantaggio nella parte finale, quando Hamilton e Mercedes sono tornati all’assalto. Tra polemiche e sospetti, l’atto finale ad Abu Dhabi ha consegnato il titolo piloti a Verstappen e quello costruttori al team di Brackley, ma per Lewis è stata la terza sconfitta in carriera e, certamente, la più bruciante. 103 vittorie e 103 pole position, comunque, raccontano pienamente quanto importante, e per certi versi unica, sia stata finora la carriera di Hamilton, che vuole ancora dimostrare di essere il punto di riferimento della Formula 1.

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