Soundgarden: 10 canzoni per iniziare a conoscerli meglio

di Claudio Lancia
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Un immagine dei Soundgarden

Chris Cornell nasce a Seattle il 20 luglio del 1964, inconsapevole del posto che la sua città sarà destinata ad occupare nell’immaginario musicale. Divenuto icona assoluta, grazie soprattutto a una voce che lo ha fatto paragonare (nonostante peculiarità assolutamente personali) tanto a Robert Plant dei Led Zeppelin quanto a Ian Gillan dei Deep Purple, Cornell ha legato il suo nome a quello della band della quale è stato leader, cantante, chitarrista e principale compositore: i Soundgarden. Scopriamo quindi assieme 10 canzoni dei Soundgarden per iniziare a conoscerli meglio…

1 – Nothing To Say (da “Screaming Life”, 1987)

A metà degli anni 80 qualcosa di unico accadde a Seattle: iniziarono a suonare assieme e a pubblicare i primi album coloro che di lì a poco diventeranno i protagonisti di una scena destinata a diventare la più importante del decennio successivo. I Soundgarden furono fra i primi ad ottenere una certa visibilità, nonostante agli inizi si dimostrassero acerbi e ancora privi di una direzione precisa. In molti, per comodità, li accostarono alla scena metal/hard-rock del periodo, dalla quale velocemente riuscirono a svincolarsi per aprirsi verso una proposta meno derivativa.

I Soundgarden utilizzarono la tecnica del metal (che senz’altro possedevano) per esprimere stati d’animo vicini allo spirito del punk, anche in virtù delle tematiche trattate nei testi, lontane da quelle stereotipate della maggior parte dei gruppi heavy americani dell’epoca. Nelle loro composizioni è inoltre evidente l’influenza più “scura” di alcuni gruppi darkwave, oltre agli evidentissimi richiami a Black Sabbath e Led Zeppelin.

2 – Swallow My Pride (da “Fopp”, 1988)

Prima dei Soundgarden, a Seattle c’erano i Green River, band seminale dalla quale fioriranno i Mother Love Bone (con dentro due futuri membri dei Pearl Jam) e i Mudhoney, per un breve periodo la formazione di riferimento del circuito grunge. Proprio un brano originariamente inciso dai Green River, Swallow My Pride, venne proposto come cover dai Soundgarden nel loro secondo EP Fopp, distribuito nel 1988, che seguì di un anno l’esordio Screaming Life.

I due Ep saranno successivamente riuniti dall’etichetta Sub Pop in un unico disco, il quale raccoglierà così le prime incisioni della band. Anche se non riusciranno mai a raggiungere il successo di vastissime dimensioni riscosso da Nirvana e Pearl Jam, con il passare del tempo i Soundgarden consolideranno una fama sempre più solida.

3 – Flower (da “Ultramega OK”, 1989)

Dopo essere stati messi sotto contratto dalla SST, all’epoca una delle label di riferimento del panorama indipendente, Chris Cornell e compagnia pubblicano il primo vero album, Ultramega OK, che mostra un lieve spostamento verso produzioni più rifinite, ma soprattutto distribuite più capillarmente sul vasto territorio americano.

A quei tempi Cornell era amico fraterno di Andrew Wood, il cantante dei Mother Love Bone, band che sembrava in procinto di fare il grande salto, ma che dovette interrompere il proprio percorso a causa della prematura scomparsa di Wood. Fu soltanto il primo di una lunga serie di eventi drammatici destinati a colpire alcuni dei maggiori protagonisti della scena grunge. Seguiranno infatti i dolorosi addii di Kurt Cobain, Layne Staley, Scott Weiland, e dello stesso Cornell. Ma di questo parleremo più avanti…

4 – Power Trip (da “Louder Than Love”, 1990)

I Sondgarden nel frattempo sono divenuti uno dei fari più luminosi della nascente epopea di Seattle, e molte major corteggiano da tempo il quartetto, finora fermamente convinto a mantenere uno status “indipendente”. A battere la concorrenza, e a convincere il gruppo, sarà la A&M, che pubblicherà nel 1990 Louder Than Love, album che conferma la prossimità vocale di Chris Cornell e Robert Plant, specie in brani quali Get On The Snake e Power Trip.

Dopo vari cambi di formazione, prima di entrare in studio per le registrazioni del lavoro successivo, la band troverà finalmente stabilità in una line up nella quale, accanto a Cornell, figurano il chitarrista Kim Thayil, il bassista Ben Shepherd e il batterista Matt Cameron. Con questa formazione incideranno i loro due dischi più importanti e riusciti.

5 – Rusty Cage (da “Badmotorfinger”, 1991)

Nel 1991, grazie al granitico Badmotorfinger, i Soundgarden valicano il confine di band di culto, per lanciarsi verso un successo di dimensioni sempre più grandi. E’ il disco della svolta, che li avvicina a un pubblico nuovo senza tradire i fan della prima ora, grazie alla preservazione di un sound che resta senz’altro di matrice “hard”.

Rusty Cage, la traccia che apre Badmotorfinger, diventerà un grande successo anche nella versione incisa nel 1996 da Johnny Cash, che la incluse in Unchain, disco che in quell’anno si aggiudicherà il prestigioso Grammy Award nella categoria “Best Country Album”.

6 – Jesus Christ Pose (da “Badmotorfinger”, 1991)

Ma se c’è una traccia in particolare che caratterizzò i Soundgarden fino a quel momento, questa non può che essere Jesus Christ Pose, accompagnata da un videoclip a quei tempi criticato per la presenza di presunti simboli anticristiani. I risultati ottenuti da Badmotorfinger procurarono alla band l’opportunità di aprire le date del Use Your Illusion Tour dei Guns’n’Roses, potendosi così esibire davanti a platee vastissime, amplificando il proprio livello di notorietà.

A seguire, vennero reclutati per prendere parte al Lollapalooza, il celebre tour itinerante americano, assieme a Pearl Jam e Red Hot Chili Peppers, altre avanguardie rock del periodo. Sempre nel 1992 i Soundgarden compaiono nel film-omaggio alla scena grunge Singles, mentre suonano il brano Birth Ritual. Nella colonna sonora sarà inserita anche una canzone acustica eseguita dal solo Cornell, Seasons. La leggenda narra che Chris tentò l’audizione per il ruolo di protagonista del film, che venne poi assegnato a Matt Dillon.

7 – Black Hole Sun (da “Supernknown”, 1994)

Nel 1994 i Soundgarden sono oramai una superband, e Superunknown consolida il loro status, grazie in particolare a Black Hole Sun, brano che finisce in heavy rotation su MTV, incrementandone la visibilità in maniera esponenziale. Black Hole Sun diventerà la canzone più famosa dei Soundgarden, e Superunknown (direttamente al primo posto nelle classifiche di vendita americane) sarà ricordato come uno dei rari casi nella storia del rock in cui l’apice del successo, l’ammorbidimento del suono in senso commerciale e la qualità artistica si sovrappongono perfettamente.

Superunknown è infatti un disco di ottime canzoni che, attraverso una forma più accessibile, consente alla band di scrollarsi di dosso l’etichetta (oramai divenuta riduttiva) di band hard-heavy. Continuano comunque ad essere presenti sperimentazioni sulle accordature, tempi dispari, richiami alla musica indiana e accenni di psichedelia, solo che tutto risulta un po’ più “controllato”, meno strillato, quasi addomesticato. Sarà il giusto compromesso per conquistare le chart e le line up dei Festival che contano.

8 – Pretty Noose (da “Down On the Upside”, 1996)

Nel 1996 è la volta di Down On The Upside, album molto atteso ma non ccolto nel migliore dei modi da pubblico e critica, in quanto giudicato come la definitiva commercializzazione del suono Soundgarden. Certamente è il disco dove – fino a quel momento – minore è la voglia di rinnovamento, ma, ciononostante, sono presenti alcune ottime composizioni, come il brano d’apertura, la micidiale Pretty Noose.

L’anno seguente la band annuncia il proprio scioglimento, dopo oltre dieci anni di attività, scioglimento che coincide con la chiusura di un ciclo, la parola FINE scritta in calce all’epopea grunge. Nel 2002 Chris Cornell prenderà parte al fortunato ma discontinuo progetto Audioslave, condiviso con tre membri dei Rage Against The Machine. Gli Audioslave pubblicheranno tre album e un live fra il 2002 e il 2006.

9 – Blow Up The Outside World (da “Down On The Upside”, 1996)

Dentro Down On the Upside c’è anche questa egregia ballad, che a posteriori sarà valutata come una sorta di preambolo alla carriera solista di Chris Cornell, il quale inciderà a proprio nome l’apprezzato Euphoria Morning (1999), l’elettroacustico Carry On (2007), l’imbarazzante Scream (2009), una follia iper commerciale prodotta da Timbaland), il live Songbook (2011), il riuscito Higher Truth (2015) e la raccolta di cover No One Sings Like You Anymore, uscita postuma nel 2020.

In parallelo ci sarà l’acclamata reunion dei Soundgarden, certificata nel 2012 attraverso la pubblicazione di King Animal, album coerente con il classico sound del quartetto che, sebbene non riesca, per sopraggiunti limiti d’età e d’ispirazione, a rinverdire i fasti del passato, ne ripropone quantomeno una versione onesta e dignitosa.

10 – Hunger Strike (da “Temple Of The Dog”, 1991)

Andrew Wood, amico fraterno di Chris Cornell e frontman dell’astro nascente Mother Love Bone, fu stroncato da un’overdose di eroina il 19 marzo del 1990. Per celebrarlo venne allestita una band, denominata Temple Of The Dog, che nel 1991 registrò il disco omonimo. Oltre a Cornell furono della partita i futuri Pearl Jam Stone Gossard, Jeff Ament e Mike McCready, più il batterista Matt Cameron, che militerà in seguito sia con i Soundgarden che con i Pearl Jam stessi. In quel disco compare Hunger Strike, la prima canzone mai incisa con dentro la voce baritonale dell’allora sconosciuto Eddie Vedder, il quale duetta con Cornell in un brano rimasto fra i più riusciti ed emozionanti dell’intera storia del grunge. Nel 2016 il disco venne ristampato con l’aggiunta di alcuni inediti, e un giro di concerti in America riportò il supergruppo al centro dell’attenzione, facendo sperare persino nella realizzazione di un nuovo album.

Ma mentre i fan in trepidazione attendevano almeno l’annuncio di un tour europeo, la mattina del 18 maggio 2017 giunse improvvisa la notizia della scomparsa di Chris Cornell, trovato impiccato in una stanza d’albergo la sera dopo l’ultimo concerto tenuto assieme ai suoi Soundgarden, al Fox Theatre di Detroit. Si chiuse così definitivamente una delle favole più avvincenti dell’intera storia del rock, lasciando milioni di estimatori nell’incredulità. Solo allora fu chiaro al mondo che, nonostante il successo e una bella famiglia che lo seguiva ovunque, in realtà Chris Cornell non riuscì mai a sconfiggere davvero i fantasmi che per sempre lo perseguitarono. Restano le canzoni che ha lasciato, e una fama che, dopo la sua scomparsa, è andata assumendo dimensioni sempre più grandi.

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