10 canzoni per iniziare a conoscere gli Afterhours

di Claudio Lancia
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Una foto degli Afterhours

Il 13 marzo 2021 Manuel Agnelli ha compiuto 55 anni. Un musicista divenuto di grande popolarità grazie ad alcune partecipazioni in programmi televisivi molto seguiti. In realtà Agnelli è protagonista di un virtuoso percorso artistico ben più lungo, che affonda le radici sul finire degli anni ’80, quando diede vita alla sua creatura musicale, gli Afterhours, band molto nota del circuito “alternativo”, ma che non ha mai avuto una vera e propria hit in grado di imporla all’attenzione delle grandi masse. Abbiamo scelto per voi 10 canzoni degli Afterhours in grado di rappresentare in maniera cronologica i momenti più caratterizzanti di questa brillante carriera, perfette per iniziare a conoscere la band.

1 – Germi (da “Germi”, 1995)

Inizia così, con una ruvida e potente sferzata elettrica, la seconda vita degli Afterhours: dopo sette anni spesi nel tentativo di sbarcare il lunario cantando in inglese, passando però quasi completamente inosservati, la band sceglie di esprimersi nella propria lingua, per farsi comprendere in maniera chiara da tutti, consapevole di avere argomenti importanti da condividere. La scelta pagherà, ma ci vorrà del tempo. Germi, infatti, pur incrementando il livello di notorietà del gruppo, non sfonda: i numeri restano troppo piccoli. Ma grazie a quel disco qualcosa inizia a muoversi. Due anni più tardi Mina prenderà una delle canzoni più belle del disco, Dentro Marilyn, e la reinterpreterà con il titolo Tre volte dentro me, creando curiosità su una formazione che ancora in pochi conoscono oltre la tangenziale milanese. Germi contiene uno dei primi inni degli Afterhours, Strategie, che resterà per sempre una colonna nelle loro esibizioni live. Quasi ogni volta che la band si esibisce a Roma, un gruppo di fan si presenta con un lenzuolo con su scritto “Facce Strategggggie”. In occasione di un concerto all’Angelo Mai, Manuel li fece salire sul palco per cantarla (e suonarla) assieme. È tutto documentato sul Tubo.

2 – Male di miele (da “Hai paura del buio?”, 1997)

Gli scarsi riscontri commerciali ottenuti con Germi conducono gli Afterhours sull’orlo dello scioglimento. Il nucleo del gruppo, composto oltre che da Manuel (già unico superstite fra i membri fondatori) anche da Xabier Iriondo (chitarre), Giorgio Prette (batteria), Andrea Viti (basso) e Dario Ciffo (violino), si impone un’ultima possibilità, e sarà centro pieno. Hai paura del buio? si affermerà come il loro disco indispensabile, e pur non divenendo immediatamente un grande successo commerciale, verrà riconosciuto col tempo come l’album di riferimento dell’intera scena rock indipendente degli anni 90. Del resto qualcosa stava cambiando: il successo su scala mondiale ottenuto dalla musica grunge fece comprendere alle etichette discografiche quanto nel sottobosco “alternativo” ci fossero opportunità di guadagno. Anche in Italia si sviluppò un movimento di musicisti in grado di ritagliarsi grande visibilità ispirandosi quasi sempre (è il caso anche dei Marlene Kuntz) a modelli anglofoni. Male di miele, ribattezzata “la Smells Like Teen Spirit italiana”, diviene il brano più famoso degli Afterhours, costruito su un giro di accordi semplice, un testo efficace, e un ritornello a presa rapida. Il loro inno generazionale definitivo.

3 – Voglio una pelle splendida (da “Hai paura del buio?”, 1997)

Dentro Hai paura del buio? ci sono tante canzoni che meritano di essere ricordate. Dea e Lasciami leccare l’adrenalina sono esplosioni punk di rara potenza, così come l’urlo liberatorio espresso da Sui giovani d’oggi ci scatarro su, che mette simpaticamente alla berlina tutti quei ragazzi finto-alternativi che il sabato vanno in barca a vela col papà e il lunedì si ritrovano nel centro sociale occupato di turno. C’è la rabbia disperata di Rapace, l’urgenza rock di Veleno, e momenti nei quali ad emergere è la melodia. E’ il caso di Voglio una pelle splendida, che mette in mostra per la prima volta la capacità di creare una potenziale hit dalle coloriture pop. Gli Afterhours si impongono così nel ristretto nucleo di band che stanno cercando di rinnovare lo scenario musicale della nostra penisola, dimostrando come sia possibile essere credibili, e niente affatto ridicoli, cantando rock in italiano.

4 – Non è per sempre (da “Non è per sempre”, 1999)

Dopo un disco unanimemente riconosciuto come una pietra miliare del rock italico, con le aspettative altissime da parte di pubblico e critica, era difficile – se non impossibile – fare di meglio. Non è per sempre, pubblicato due anni dopo Hai paura del buio?, è un disco che registra un forte ammorbidimento nel sound, con le uniche botte di energia che arrivano in corrispondenza di Non si esce vivi dagli anni 80 e dell’egregia L’estate, nella quale vengono alternate strofe soffuse a esplosioni dissonanti. I brani che riscuotono i maggiori favori del pubblico sono però due ballad: Bianca e Non è per sempre, che entra subito nell’elenco dei brani più amati dai fan. Il progressivo ammorbidimento del suono provoca, però malcontento all’interno della band. Il chitarrista Xabier Iriondo, più incline verso un discorso di sperimentazione senza troppi compromessi commerciali, abbandona la band, privandola della sua presenza oramai caratterizzante. Il titolo stesso dell’album pare indicare un senso di conclusione, anche se gli Afterhours nel frattempo si confermano fra i principali protagonisti della scena alt-rock italiana degli anni 90, esprimendo nei propri testi un mondo nel quale i giovani della Generazione X riescono perfettamente a rispecchiarsi. Agnelli amplia la propria visibilità attraverso l’organizzazione del Festival itinerante Tora! Tora!, ispirato al celebre Lollapalooza di Perry Farrell, nel contesto del quale si esibiscono le principali band del circuito indipendente, del quale Agnelli diventerà una sorta di rappresentante ufficiale. Coverizzata da Lo Stato Sociale durante la serata dei duetti prevista nell’ambito dell’edizione 2021 del Festival di Sanremo, Non è per sempre diventa anche l’involontario inno dei lavoratori dello spettacolo vittime della crisi economica e sanitaria da Covid-19 che sta strangolando il paese.

5 – Quello che non c’è (da “Quello che non c’è”, 2002)

Quello che non c’è, canzone che dà il titolo all’album omonimo album, viene premiata nel 2002 come miglior testo in italiano, e diventerà la più classica delle canzoni mai scritte da Manuel, grazie a un testo particolarmente toccante, pieno di frasi rimaste immortali, come la celebre “curo le foglie / saranno forti / se riesco ad ignorare che / gli alberi son morti”. Disco introspettivo e insofferente, ancor più intimista dei precedenti, Quello che non c’è vede il metodo di scrittura ispirato al cut-up di Burroughs sostituito da trame più narrative e meditate. La rabbia e il risentimento lasciano spazio alla malinconia, il tono vocale di Agnelli, da rabbioso e sarcastico, si fa più raccolto e sofferto. Per sostituire Xabier Iriondo viene chiamato il chitarrista Giorgio Ciccarelli.

6 – Bye Bye Bombay (da “Quello che non c’è”, 2002)

Un viaggio in India con Emidio Clementi dei Massimo Volume fornisce il materiale necessario per l’elaborazione di alcuni testi di Quello che non c’è, in particolare per Varanasi Baby e Bye Bye Bombay, che resterà uno dei brani più eseguiti in chiusura dei concerti degli Afterhours, con la sua coda strumentale conclusiva. Sulle labbra e Bungee Jumping sono altre instant classic che contribuiscono a fare di questo disco uno dei più apprezzati della carriera degli Afterhours.

7 – Ballata per la mia piccola iena (da “Ballate per piccole iene”, 2005)

Ballate per piccole iene è il lavoro più dark degli Afterhours, nonché uno dei più affascinanti. Costruito con la collaborazione di Greg Dulli degli Afghan Whigs, col quale Manuel suonerà anche le tastiere durante un tour americano, è un disco intriso di buio, con lampi di elettricità sempre pronti a squarciarlo in due. Ballata per la mia piccola iena è la canzone manifesto per l’album della definitiva consacrazione, anche presso un pubblico più “generalista”, che verrà registrato anche in lingua inglese.

8 – La sottile linea bianca (da “Ballate per piccole iene”, 2005)

In Ballate per piccole iene il songwriting di Manuel giunge a piena maturazione. Sfoghi rabbiosi si alternano a momenti di disillusa riflessione, trovando nell’iniziale La sottile linea bianca uno dei momenti complessivamente più riusciti. Il disco resterà fra i più riusciti della band milanese, assieme ad Hai paura del buio? e Quello che non c’è, e chiuderà un ciclo, imponendo modifiche alla line up che prevederanno l’arrivo di Roberto Dell’Era al basso, la dipartita del violinista Dario Ciffo e l’ingresso del polistrumentista Enrico Gabrielli. Con questa rinnovata formazione gli Afterhours incideranno nel 2008 I milanesi ammazzano il sabato e nel 2009 si presenteranno in gara al Festival di Sanremo, aggiudicandosi il premio della Critica “Mia Martini”, con il brano Il paese è reale. Lo stesso anno Agnelli scrive una canzone che interpreterà a due voci con Mina: Adesso è facile.

9 – Costruire per distruggere (da “Padania”, 2012)

Per le session che condurranno alla pubblicazione di Padania si assiste all’abbandono di Enrico Gabrielli, alla new entry di Rodrigo d’Erasmo e all’acclamato rientro di Xabier Iriondo, che riporta un certo gusto per la sperimentazione, evidente ad esempio in Costruire per distruggere, lo slancio che quasi nessuno più si aspettava da una band considerata da più parti oramai appagata, una ballad tutt’altro che convenzionale che mostra quanto gli Afterhours intendano continuare a costruire grandi canzoni senza concedere neanche un centimetro ai compromessi commerciali. Padania sarà ricordato come un ottimo disco di pop “obliquo”, di maestoso rock alternativo, di feroce critica al sistema, di riflessioni mature, un disco indipendente, solido, coeso, a tratti coraggioso, e si aggiudicherà la Targa Tenco nella categoria “Album dell’anno”. Nel 2015 seguiranno altri due importanti cambi di formazione: nel giro di pochi mesi abbandoneranno la partita prima il batterista storico Giorgio Prette, poi il chitarrista Giorgio Ciccarelli, sostituiti rispettivamente da Stefano Pilia (Massimo Volume) e Fabio Rondanini (Calibro 35), a creare quella che sarà considerata la migliore line up di sempre degli Afterhours.

10 – Se io fossi il giudice (da “Folfiri o Folfox”, 2016)

Con questa formazione la band registra Folfiri o Folfox, album ispirato dalla morte del padre di Manuel, causata da un male incurabile. E’ un disco difficile, che esprime tutta la sofferenza del momento, un disco torrenziale (un doppio di ben 18 tracce), complesso, ambizioso, che non somiglia a nulla che la band abbia prodotto in passato. Si passa da momenti grintosi ad altri più rarefatti ma sempre ricchi di tensione e drammaticità. La grande verbosità che anima i testi affronta temi seri e fortemente aggreganti. La conclusiva Se io fossi il giudice giunge sorprendentemente programmatica nell’anticipare il successivo ruolo di Manuel, quello di giudice del seguitissimo talent X-Factor. E sarà questo il ruolo che finalmente gli schiuderà le porte di una più vasta popolarità. Agnelli diventa un personaggio televisivo, sempre più presente. Fra le altre cose sarà ideatore e conduttore di “Ossigeno”, format musicale di grande qualità che andrà in onda su RAI 3 nel 2018 e nel 2019. Seguirà un tour solista, denominato “An Evening With Manuel Agnelli” durante il quale sarà accompagnato dal solo Rodrigo D’Erasmo. La più recente apparizione di Agnelli è al Festival di Sanremo del 2021, quando nella serata dei duetti si esibisce a fianco dei futuri vincitori Maneskin (per i quali fu coach in un’edizione di X-Factor) eseguendo Amandoti dei CCCP. Come un grande cerchio che si chiude.

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