Calcutta: le 10 canzoni più famose

di Claudio Lancia
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Edoardo D’Erme nasce a Latina nel novembre del 1989. Personaggio malinconico e singolare, spesso solitario si aggira per la città, anche a tarda notte, osservando con attenzione la realtà della provincia cronica, e inizia a scrivere bozzetti di vita vissuta, pregni di un insolito realismo, fotografie nitidissime della nostra contemporaneità. Dal 2011 si identifica artisticamente con lo pseudonimo Calcutta, e fissa i suoi primi esperimenti lo-fi in una cassettina intitolata The Sabaudian Tapes: poche decine di esemplari che già delineano un’estetica musicale personalissima. In seguito abbiamo raccolto le 10 canzoni più famose di Calcutta.

1 – Arbre Magique (dall’album “Forse…”, 2012)

Il vero esordio discografico arriva con Forse…, dodici fragilissime canzoni – fra le quale Arbre Magique – pubblicate dall’intraprendente Geograph Records nel 2012. Calcutta vi interpreta alla perfezione i tempi che stanno cambiando, con quell’approccio da (non) musicista, che velocemente diventerà il suo riconoscibile marchio di fabbrica. Calcutta contribuisce a mutare le consolidate certezze dell’ascoltatore medio, divenendo il tassello fondamentale per un radicale cambio di prospettiva, che si rifà molto più all’estetica punk, che non a quella dei cantautori italiani. La chitarra è suonata in maniera elementare, in alcuni passaggi quasi fuori metrica, l’incedere incerto e caracollante del cantato, trascinato e svogliato, dà vita a strofe che paiono figlie di un liceale confuso e distratto, le costruzioni sembrano stare in piedi a fatica. Ma alla fine questo approccio “insicuro” lascia il segno, trasformando le apparenti debolezze in diaboliche virtù, in veri e propri punti di forza, in caratteristiche fondamentali per interpretare una forma di cantautorato sghembo, sgangherato. Calcutta sa cantare e suonare, anche se con grande astuzia vorrebbe farci credere il contrario, strafottendosene dei canoni e divertendosi a prenderci per i fondelli, imponendosi come giovane promessa del nuovo songwriting nazionale.

2 – Cosa mi manchi a fare (dall’album “Mainstream”, 2015)

È sempre più raro imbattersi in un nuovo personaggio musicale che non sia uscito da un talent, in grado di rimanere incontaminato pur avvicinandosi al mainstream. Calcutta risulta una piacevole eccezione, trasmette emozioni semplici, travasate in fragili bozzetti lasciati volutamente allo stato semi-embrionale, così strampalati e banali da risultare ancor più veri e originali. Voce e chitarra in primo piano, tutto il resto sullo sfondo ad abbellire senza mai rubare la scena: sprazzi di elettronica obliqua, qualche percussione sparsa, fugaci schizzi di verace elettricità mai troppo invadente. Ricordi estivi, amori non ricambiati, amori problematici, malesseri adolescenziali, accenti surreali, storie semplici e comuni che partono dalla provincia per divenire universali. Tu chiamalo se vuoi “provincialismo cosmico”. È musica per le nuove generazioni, una sorta di new punk per laringe e corde, se avete più di quarant’anni e non gradite, tutto sommato può esser giusto così.
Nel 2013 Calcutta diventa la più clamorosa delle “next big thing” di casa nostra. Quando non trascorre le serate al Pigneto è in giro per la penisola, ospite di chiunque si presti ad accoglierlo, suonando ovunque ci sia una potenziale platea disposta ad ascoltare i suoi racconti in musica. A metà 2015 arriva il singolo che cambierà il destino di questo ragazzo, Cosa mi manchi a fare, con il relativo videoclip, cliccatissimo su YouTube, in cui il protagonista è un ragazzo cingalese.  All’improvviso la favola di Calcutta ha una svolta: da misconosciuto cantore di provincia assurge al ruolo di protagonista dei rotocalchi nazionali, dove nelle seriose pagine “Cultura e Spettacoli” si parla di lui, lo si intervista, si analizza il personaggio, e le sue canzoni piacciono, piacciono sempre di più, a un pubblico che si fa con il passare dei mesi sempre più trasversale.

3 – Frosinone (dall’album “Mainstream”, 2015)

A dicembre 2015 esce Mainstream, l’album che sancisce la consacrazione nazionale di Calcutta, che decide di (fingere di) diventare “mainstream” ma, pur dimensionandosi come ultra-pop, resta saldamente collocato nell’underground, nel suo habitat naturale, che ora inizia a stargli un po’ stretto, ma dal quale può meglio descrivere quel provincialismo “sano”, fatto di piccole storie che disegnano una realtà fatta di irreversibile precariato, una narrazione nella quali i giovani d’oggi si rispecchiano alla perfezione, con tenui soddisfazioni (il Frosinone per la prima volta in Serie A) che mostrano il segno dei tempi che cambiano, ma non possono avere la forza di oscurare i disagi derivanti da amori accartocciati e solitudini perenni, anche se eternamente confortevoli. La notte si trascorre mangiando una pizza da soli, poi chissà dove si andrà a dormire, magari si vedrà un film, ma il nome del regista svanirà nei ricordi, confuso nella memoria, però ci si sente liberi di poter lavare i piatti senza lo Svelto, e questo aiuta a star meglio, a sentirsi svincolati da una quotidianità che non si vuole mai troppo allineata. Provincialismo cosmico costruito su piccole storie suburbane, e Calcutta nel 2015 azzecca il disco giusto, conservando la medesima matrice dell’esordio: la spontaneità non si è dissolta, nonostante la scrittura dei brani si presenti maggiormente “pensata”, gli arrangiamenti siano più complessi e curati, l’atteggiamento complessivo meno lo-fi, grazie alla presenza di una band alle spalle, in grado di fornire una nuova spinta energetica. Pillole di vita metropolitana musicalmente più stabili rispetto a quelle che popolavano Forse…, un concentrato di “surrealismo realista”, dove qualsiasi giovane della sua generazione può rintracciare se stesso, pezzi di un puzzle di tendenza, brani rivestiti nel modo giusto, indossati dal personaggio perfetto per l’occasione, una maschera alternativa che sa farli funzionare al meglio.

4 – Gaetano (dall’album “Mainstream”, 2015)

Milano, Bologna, Pesaro, Peschiera del Garda, Frosinone, tutto pare frutto di appunti di viaggio, elaborati durante gli spostamenti in tour, visto che Calcutta continua a rendersi disponibile per suonare ovunque, tanto nei locali importanti, quelli dove suonano i musicisti affermati, quanto negli scantinati di periferia, nelle case, ovunque ci sia una platea disposta ad ascoltarlo. Un po’ Rino Gaetano, un po’ Alberto Ferrari, un po’ Lo Stato Sociale, un po’ i due Vasco (Rossi e Brondi), enfatizzando ancor più che in passato quell’attitudine pop ben radicata nel suo DNA, frullando tutto nella contemporaneità degli anni Dieci di una generazione che “sopravvive” senza più certezze, senza un lavoro fisso, precocemente disillusa, ma non ancora sconfitta. Frosinone e l’accoppiata iniziale GaetanoCosa mi manchi a fare risultano le tracce più riuscite di Mainstream, nelle quali l’atteggiamento volutamente svogliato di Forse… scema in favore di una scrittura più a fuoco e di una maggiore capacità di calcolo. Sprazzi di sperimentazione elettronica emergono nei due brevi intermezzi posti a suddividere la tracklist in capitoli e nell’ipnotica Dal verme, fin quando la breve Barche, due minuti per soli chitarra e voce, chiude il disco con quell’intimismo costruito su tenui flash quotidiani, che riportano alla mente cose tipo “Gli autobus di notte” del primissimo Carboni. L’ironico titolo dell’album gioca sulla tendenza dei giorni nostri a voler classificare tutto ad ogni costo, ma Calcutta, nonostante il “finto sforzo” di “poppizzare” i propri brani (aggiungendo strumenti e curando il mood) resta un personaggio inclassificabile. La dimensione live contribuirà a lanciare in orbita un nuovo Calcutta: non più da solo con una chitarra scordata, ma leader di una band vera.

5 – Oroscopo (2016)

Calcutta durante l’inverno a cavallo fra il 2015 e il 2016 riempie i live club di tutta Italia, un sold out dopo l’altro, compreso quello realizzato a due passi da casa, all’Atlantico di Roma il 23 febbraio, dove condivide il palco con I Cani, chiudendo definitivamente un ideale cerchio con l’amico Niccolò Contessa. Assieme, la stessa sera, i due maggiori casi musicali indipendenti esplosi in Italia negli ultimi anni, simboli di una generazione che sotto il palco canta all’unisono ogni singola parola di quelle canzoni. Questo nuovo menestrello che sta definendo il contenuto del termine it-pop, di concerti in giro per la penisola ne replica a non finire per tutto il 2016, protagonista anche in molti dei principali Festival italiani, quali il Siren di Vasto e “Roma Incontra il Mondo”, nella splendida cornice del parco di Villa Ada. Ma prima del giro di concerti estivo arrivano due nuove canzoni. A maggio 2016 Oroscopo: presentata dall’autore come un semplice divertissement fra amici, diventa uno dei tormentoni dell’estate. Il 10 giugno dello stesso anno esce la deluxe edition di Mainstream, arricchita dall’inserimento dell’ulteriore inedito Albero. Quando pochi mesi più tardi Liberato – un nuovo cantante “anonimo” – si affaccia con immediato successo sulla scena indie nazionale, grazie anche a un paio di riusciti videoclip diretti da Fabrizio Lettieri supercliccati in rete, sono inizialmente in molti a pensare che dietro ci sia Calcutta, il quale gioca ad arte sul progettato misunderstanding. Soltanto qualche mese più tardi, quando Liberato prenderà parte ad alcuni festival importanti, fra i quali il Club To Club di Torino a novembre del 2017, il rumour sarà scongiurato.

6 – Orgasmo (dall’album “Evergreen”, 2016)

Nel frattempo Calcutta lavora al nuovo attesissimo album, anticipato a sorpresa il 14 dicembre 2017 da Orgasmo, inedito che conferma la crescita del cantautore, pronto a sostituire agli abbracci da orsacchiotto situazioni più audaci e carnali. Accompagnato da una campagna virale, con tanto di misteriosi manifesti attaccati a Milano e a Roma, Orgasmo – diffuso proprio mentre è in corso la proclamazione del vincitore dell’edizione 2017 di X-Factor – conferma Calcutta come uno dei maggiori riferimenti della nuova leva di giovani cantautori italiani. Accompagnato da un videoclip ancora una volta diretto da Fabrizio Lettieri, Orgasmo prelude alla pubblicazione di un nuovo disco, Evergreen, diffuso il 25 maggio 2018 e contenente dieci nuovi tormentoni. Il fenomeno Calcutta non si sgonfia, come in tanti avevano troppo arditamente pronosticato all’indomani di Mainstream, tutt’altro, continua a dilagare: non più fenomeno modaiolo passeggero, ma cantautore vero, come i modelli ai quali si è sempre ispirato. Ma senza continuare a insistere troppo con Carboni o Dalla: è stato bravo a trovare una strada personale, che nessun altro avrebbe potuto tracciare se non lui, con quel suo essere al centro della scena in maniera sempre così apparentemente casuale. La scommessa è vinta, le mode sono stati tutti quelli che, venuti fuori imitando il suo stile, si son bruciati al sole in poche settimane di esposizione, risucchiati da un prematuro oblio.

7 – Pesto (dall’album “Evergreen”, 2017)

Ci prende sempre un po’ in giro Calcutta: prospetta un’anima rurale, e si mette in posa nella foto di copertina circondato da un gregge, anticipando le bizzarre idee esternate dalla sindaca Raggi e battendo sul tempo l’immagine di apertura del nuovo film di Sorrentino. Restare Evergreen, ambire alla semplicità, coltivare amori e raccontarli con le parole del quotidiano, senza ricercare iperboli filosofiche e marchingegni letterari. “Parla come mangia” si dice in provincia, e le parole sono saldamente al centro della sua idea di musica, parole che descrivono piccole realtà di tutti i giorni, alternate a situazioni ai confini col surreale, dove la realtà diventa surrealismo e il surrealismo diviene reale. Come “la nebbia nei risvolti”, come “mangio il buio col pesto”. E poi gli slogan generazionali, sparati al centro dei ritornelli, come il “sento il cuore a mille”, il “Ué deficiente” e il “È un sacco che non te la prendi, un sacco che non mi offendi” riversati rispettivamente nei tre instant classic del disco: Paracetamolo, Pesto e Orgasmo.

8 – Paracetamolo (dall’album “Evergreen”, 2017)

Ci sono le parole, che rendono Evergreen più disco dei precedenti, ma ci sono anche arrangiamenti curatissimi. Un esempio è quello che accade al minuto 2’10’’ dell’iniziale Briciole, il brano che imprime subito una spinta decisiva all’album, oppure quando si scorge una chitarra che non ti aspetti di qua, o un imprevisto pattern di batteria di là. Qualche spunto resta minimalista: Saliva lascia in evidenza i saliscendi della voce, Dateo ne costituisce una sorta di coda strumentale, un piccolo divertissement di elettronica sghemba. Altrove si sperimentano nuove soluzioni, che schiudono interessanti prospettive sonore future, come nel caso del flanger che ammanta Nuda nudissima. Il Calcutta tenerone non esiste più, quello che voleva soltanto “scomparire in un abbraccio” e “reimparare a camminare”, tanto meno quello smarrito che voleva tornare a casa ma non sapeva bene a casa di chi. Il ragazzo sta diventando adulto, consuma orgasmi sulle scale, e fra campi di kiwi nei quali farsi seppellire e binocoli per guardarsi meglio negli occhi continua a macinare ritornelli infettivi. Parla la stessa lingua dei suoi coetanei e richiama la precaria contemporaneità dei ragazzi di oggi (“mi chiamerai da un call center”) in immagini che fondono tenerezza e insolenza (“negli occhi ho una botte che perde”, “Sto perdendo il tempo perso che mi va”, “E’ un sacco che non sputi allo specchio per lavarti la faccia”) nei quali i teenager di oggi potranno tornare a rispecchiarsi. A un certo punto crea un parallelo – riuscitissimo – con il calciatore Dario Hubner, triestino, altro personaggio cresciuto in provincia che dopo anni di gavetta arrivò a vincere la classifica dei marcatori nel campionato di Serie A.

9 – Io non abito al mare (con Francesca Michielin)

Grazie al particolarissimo stile, Calcutta inizia ad essere richiesto anche come autore conto terzi: firma così – fra le altre cose – un paio di canzoni per il best-seller del 2017 di Fedez e J-Ax, Milano intorno e Allegria, quest’ultimo con tanto di featuring di Loredana Bertè. Inoltre scrive e duetta con l’amica Francesca Michielin in Io non abito al mare, che a novembre anticipa il terzo lavoro della giovane cantante veneta.

10 – Se piovesse il tuo nome (con Elisa)

Durante l’estate del 2018 Calcutta è sul palco soltanto per due occasioni: in luglio a Latina, per quello che rappresenta un acclamato ritorno nella città natale, e il 6 agosto all’Arena di Verona, un sold out annunciato da mesi, con ospiti sul palco Francesca Michielin e Dario Brunori. La serata è immortalata dal regista Giorgio Testi, che ne trarrà il film-concerto Tutti in piedi, programmato nei cinema italiani per tre giorni a dicembre 2018. In contemporanea esce una riedizione della hit di Elisa Se piovesse il tuo nome (già contenuta nel suo album Diari aperti), che diventa un duetto con Edoardo, il quale viene invitato a partecipare anche alla nuova versione di Strade dei Tiromancino, inclusa in “Fino a qui”. A ulteriore certificazione del passaggio di Calcutta nell’olimpo dei giovani cantautori più amati della sua generazione, giunge in estate un articolo a tutta pagina sul prestigioso quotidiano francese Le Monde, che lo prende come simbolo del nuovo pop italiano di qualità. Ancora incontaminato, semplice e sincero, occorre sperare che il tempo e gli incontri non lo normalizzino, tanto lui se ne sbatterà di tutto e continuerà a scrivere altre canzoncine meravigliosamente strampalate.

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