Scream: i venticinque anni di un cult horror

di Francesco Grano
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Nel 1996 usciva nelle sale cinematografiche americane Scream, il quattordicesimo lungometraggio del compianto Wes Craven. Tra slasher e citazionismo il primo capitolo del franchise, diventato in poco tempo un cult assoluto, mantiene ancora intatto il suo fascino inarrivabile. Per i venticinque anni di questo cult horror, riscopriamo insieme i punti forti che hanno permesso all’opera craveniana di tramutarsi in un vero e proprio punto di riferimento per i cinefili.

La trama

Drew Barrymore in Scream

È una sera come tante nella cittadina californiana di Woodsboro quando Casey Becker (Drew Barrymore), da sola in casa, riceve una misteriosa telefonata da parte di un inquietante quanto sconosciuto interlocutore. Spaventata, la ragazza avverte la voce dall’altro capo del telefono che Steve, il suo ragazzo, sta per arrivare e che farà intervenire la polizia. Tuttavia, Steve è stato sequestrato e si trova legato a una sedia nel patio di Casey. L’interlocutore, così, le propone un macabro gioco: una serie di domande incentrate sui film dell’orrore. Se risponderà correttamente, Steve e lei avranno salva la vita, altrimenti verranno uccisi. La prima risposta è corretta, la seconda no, e questo costa la vita al ragazzo che viene orribilmente sventrato. Alla terza domanda, quello che oramai si rivela come un maniaco assassino chiede a Becky in quale parte della casa lui si trovi. In preda alla più totale paura, Becky finisce tra le grinfie del killer e viene barbaramente uccisa. Il giorno dopo l’intera comunità, soprattuto quella scolastica, è scossa dall’accaduto, in particolare Sidney Prescott (Neve Campbell) la cui madre, un anno prima, è stata apparentemente stuprata e uccisa da Cotton Weary. Ventiquattro ore dopo il duplice omicidio della coppia di ragazzi, Sidney riceve la stessa telefonata e viene aggredita, in casa, dallo stesso assassino. Riuscita a sfuggire all’agguato, nella cittadina inizia una caccia all’uomo mentre, la paranoia, inizia a serpeggiare.

Slasher, sangue, tanto citazionismo e ironia

Ghostface il killer di Scream

L’incipit di Scream è uno di quelli da annali del cinema. Ritmo serrato, tensione, una buona dose di paura e grandguignol sono gli elementi che caratterizzano l’ouverture dell’horror di Craven regista che, nel cuore degli anni Novanta, è riuscito a piazzare un altro dei suoi strabilianti colpi. La chimica bilanciata e altamente funzionale di Scream si regge sul mix di slasher, sangue, tanto citazionismo e ironia. Difatti, non sarebbe poi tanto errato definire Scream come un horror postcontemporaneo, che gioca di continuo con i generi di appartenenza per ribaltarli costantemente,di registro senza tuttavia cadere in un blando quanto confusionario loop. Tra un assassinio e l’altro, tra indagini e sospetti, il film di Craven lascia il giusto spazio a questa alternanza tra momenti di pura tensione e altri più soft, in cui l’ipertestualità (anche autoreferenziale) dell’opera diventa imprescindibile non solo ed esclusivamente per fare di Scream un film “colto” bensì per riuscire a mettere in immagini, sul grande schermo, un fine gioco di sdoganamento e (ri)scrittura degli stereotipi e dei cliché che la cinematografia dell’orrore, nel corso delle decadi, ha elevato a mo’ di vademecum. Scream come “parodia” di un genere? Sicuramente. Ma fatta con classe e stile.

Lo stravolgimento (in positivo) di un genere

Neve Campbell e Rose McGowan in Scream

Se la trovata del serial killer che terrorizza al telefono, prima dei suoi letali agguati, le proprie vittime di certo non risulta una novità assoluta nel panorama di riferimento, è l’introduzione dell’escamotage relativo al gioco di domande e risposte a tema horror a rivelarsi come una scelta sì squisitamente metacinematografica e come la spinta propulsiva della suspense, perchè capace di creare quell’ansia anticipatoria che, da un momento all’altro, annuncia l’entrata in scena del pericoloso e letale villain mascherato del film. Una scelta geniale firmata da Kevin Williamson, sceneggiatore del film, che fomenta, appunto, non solo la lotta alla sopravvivenza dei protagonisti di Scream sintetizzabile, con poche parole, nell’affermazione fatalista “rispondere correttamente per continuare a vivere” ma – al tempo stesso – permette l’ulteriore gioco relativo allo stravolgimento delle regole dell’horror, rendendo  Scream di fatto un’opera filmica in cui nulla è prevedibile e molto di quello che deve ancora avvenire si trasmuta nella più totale incognita. Però, e qui risiede la genialità del lungometraggio di Wes Craven, anche quando le regole sembrano essere infrante, sono proprio queste ultime a tornare in soccorso di Sidney e soci nel momento in cui il risolutivo faccia a faccia con l’antagonista diventa inevitabile.

Di nero vestito e con un volto bianco

Skeet Ulrich e Ghostface in Scream

A farla da padrone in Scream, però, non sono solo ed esclusivamente la metatestualità, l’umorismo macabro e quel pizzico di momenti da comedy atti a stemperare la tensione sempre più crescente, bensì quello che, in toto, può essere considerato il vero protagonista assoluto del film, il killer di nero vestito, con una tunica sbrindellata e una maschera bianca con un’espressione di sofferenza che ricorda, per certi versi, la celeberrima opera L’urlo di Edvard Munch: è la nascita di Ghostface, l’icona dell’intera saga nata nel lontano ’96 e che ancora oggi fa capolino tra gli incubi di molti amanti del franchise. Un’icona, quindi, che è riuscita a ritagliarsi il giusto spazio di fianco ai vari babau cinematografici come Freddy Krueger, Michael Myers, Jason Voorhees, Leatherface, Candyman e via discorrendo. Il design del costume dal sapore molto artigianale e, a momenti, da B-Movie rende la figura di Ghostface ancora più inquietante, pervadendo le sue comparse in scena di un certo senso di perturbante di freudiana memoria. Il killer di Scream fa paura, gioca con il terrore, con i nervi dello spettatore ed è capace di inusitata e inarrestabile violenza. È un uomo nero, forse la sintesi degli incubi adolescenziali, la metafora delle incognite e dei tormenti esistenziali, il non conosciuto, l’ignoto che si nasconde dietro una maschera fino alla rivelazione, scioccante e intrisa di emoglobina, della sua vera identità nei minuti conclusivi dell’opera.

Un cult invecchiato bene? Assolutamente sì

Neve Campbell nel finale di Scream

A distanza di venticinque anni, Scream riesce a mantenere alto il tasso di tensione a ogni nuova visione da parte degli estimatori oppure, nel caso dei neofiti dell’opera craveniana, riesce a sorprenderli senza risultare come qualcosa di già visto? La risposta è sì. Nonostante gli svariati cloni cinematografici e il quarto di secolo compiuto, il primo capitolo della saga mantiene ancora intatto il suo aplomb, per certi versi nostalgico e inarrivabile dell’horror Made in Nineties, un po’ come accaduto, nella decade antecedente, con l’horror degli anni Ottanta. Se così non fosse di certo, Scream, non vanterebbe ben tre sequel tutti diretti da Wes Craven, una serie tv e, nonostante la scomparsa dell’amato regista avvenuta nel 2015, uno Scream 5 in dirittura di arrivo per l’inizio del 2022.

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