Quarto Potere, il film che rivoluzionò Hollywood

di Giuseppe Causarano
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Il 1° Maggio del 1941 si svolse a New York la première statunitense di Citizen Kane, ovvero Quarto Potere (titolo successivamente scelto per l’edizione italiana del 1948). Diretto dall’allora ventiseienne Orson Welles, che trasse l’opera dalla sceneggiatura di Herman J. Mankiewicz (alla quale egli contribuì successivamente), la pellicola è considerata, a distanza di ottant’anni, come un capolavoro assoluto, riferimento per tantissimi altri registi e autori che da essa avrebbero tratto ispirazione, e pietra miliare per intere generazioni di appassionati di cinema. Recentemente, con l’arrivo del film Mank (che racconta la realizzazione di Quarto Potere seguendo il punto di vista di Mankiewicz), è nuovamente accresciuto l’interesse attorno all’opera di Welles, che rivoluzionò la Hollywood della Golden Age e propose un nuovo modello cinematografico sia dal punto di vista registico che narrativo.

Alle origini di Quarto Potere

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Una notizia inattesa sconvolge l’opinione pubblica degli Stati Uniti. È scomparso Charles Foster Kane (Orson Welles), magnate della stampa e uomo che ha inciso come pochi altri sulla storia recente nel Paese. Con le sue idee imprenditoriali, ha ribaltato il concetto di giornalismo, anteponendo ciò che la gente vorrebbe leggere e non più raccontando semplicemente i fatti; ha cercato di imporsi in politica, ma fallendo a più riprese l’obiettivo, travolto da scandali che hanno riguardato la sua vita privata, segnata da due matrimoni infelici; ha conosciuto le persone più potenti nell’intero Occidente, rendendosi un riferimento pubblico grazie alla sua potenza economica ed editoriale. Si è infine arroccato in un palazzo sfarzoso ed immenso, nella recondita Xanadu (in Florida), circondandosi di oggetti di valore che hanno cercato di colmare un vuoto affettivo mai riempito, che lo ha accompagnato dall’infanzia fino alla vecchiaia. È, di fatto, morto in solitudine.

Prima di spirare, chi era accanto a lui ha colto una sola parola: Rosabella. Nessuno, a distanza di giorni dalla scomparsa di Kane, ha saputo ancora dare una spiegazione ad essa e chiarire se possa celare l’ultimo enigma della straordinaria esistenza del miliardario. Ad indagare su Rosabella è però un giornalista newyorkese, incaricato dal proprio direttore di incontrare tutte le persone che hanno vissuto accanto a Kane, per tentare di scoprire grazie a loro qualche dettaglio utile alla soluzione del mistero. Così, Thompson risalirà alle umili origini di Kane in Colorado ed a un’eredità ricevuta dalla madre che gli cambiò la vita, portandolo a crescere a New York e successivamente, dopo essere entrato in possesso delle risorse, a costruire il proprio impero. Durante la sua missione, Thompson incontrerà Bernstein (Everett Sloane), braccio destro di Kane, il suo migliore amico Jedediah Leland (Joseph Cotten), la moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore) e infine il maggiordomo Raymond (Paul Stewart)

Welles vs Hollywood

Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.

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Ambizioso e determinato, il giovane Orson Welles si era reso protagonista, appena ventitreenne, di una stagione radiofonica sensazionale. Tra luglio e dicembre 1938, infatti, il suo Mercury Theatre On Air aveva appassionato il pubblico americano. Storica fu in particolare la trasposizione de La guerra dei mondi di H.G. Wells, che Orson declamava come una serie di bollettini che preannunciavano un’imminente invasione aliena, scatenando le reazioni estasiate dai radioascoltatori e le paure di chi invece era assolutamente ignaro di quanto Welles stesse facendo sulle frequenze dell’etere. Un personaggio così particolare tanto da balzare all’attenzione di George J. Schaefer, presidente di RKO Radio Picture (una delle major del cinema che attraversava però un periodo di crisi) il quale pensò di dare l’opportunità a Orson di mettere il proprio talento al servizio del grande schermo.

Ma a Welles non bastava. Le sue idee non avrebbero dovuto subire le pressioni politiche con le quali i maggiori registi e autori di Hollywood dovevano fare i conti, e la sua arte non avrebbe dovuto piegarsi alle mere questioni economiche o essere semplicemente finalizzata agli incassi. Così, almeno inizialmente, Welles rifiutò l’offerta di Schaefer e non volle trasferirsi a Hollywood. RKO scese però alle condizioni del giovane genio, essendo convinta di quanto potesse essere vantaggioso investire su di lui: budget corposo, nessuna interferenza particolare, completo controllo sul progetto. Welles accettò e, insieme al suo gruppo di lavoro newyorkese, si imbarcò verso la nuova avventura: ma sentiva di essersi imposto sulle logiche hollywoodiane.

A quel punto non restava che trovare una storia da raccontare. Dopo un paio di spunti non sviluppati, l’occasione arrivò grazie al contributo di uno degli sceneggiatori di riferimento degli Studios dell’epoca d’oro: Herman J. Mankiewicz. Autore di immensa cultura e penna brillante quanto tagliente, anch’egli cercava un rilancio che da tempo gli sfuggiva, e accolse con convinzione la proposta di Welles di lavorare a una stesura che desse al giovane regista la possibilità di esprimere la propria libertà creativa durante le riprese. L’audacia di Orson e l’esperienza di Mankiewicz diressero l’attenzione su un personaggio immaginario, Charles Foster Kane, che traesse ispirazione da un modello perfetto, ovvero il magnate William Randolph Hearst: personalità di spicco dell’editoria, miliardario che ostentava la propria ricchezza, e più volte impegnato in politica già da inizio Novecento. Il suo “Yellow Journalism” aveva cambiato le regole della stampa, e decisamente in peggio: non era importante verificare le notizie e raccontare la realtà seguendo semplicemente la cronaca dei fatti, ma dare al pubblico notizie incredibili che lo appagassero senza curarsi troppo della sostanza. Hearst aveva anticipato di un secolo un certo tipo di “giornalismo” rispolverato negli Stati Uniti da vent’anni a questa parte da emittenti come Fox News (sotto la direzione di Roger Ailes) e da personalità politiche (ma prima ancora imprenditoriali) come Donald J. Trump.

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Mankiewicz aveva frequentato gli ambienti altolocati di Hollywood e le cene accanto a personaggi come Hearst e di chi ruotava attorno a lui. Ma raccontare quel (lussuoso) microcosmo non era altro che una maniera per descrivere gli Stati Uniti in evoluzione tra fine Ottocento e la Grande Crisi del 1929, per giungere a fine anni Trenta, alle porte di un altro conflitto su scala internazionale. Di fatto, lo sceneggiatore fu la chiave di accesso per Welles ai segreti più reconditi di un mondo che non conosceva così a fondo, nel quale si concentravano il potere e il suo esercizio, il capitalismo sfrenato e la scalata al successo tipica del sogno americano ma totalmente fuori controllo, come la Depressione aveva dimostrato, essendo stato lo stesso mercato a fagocitare quanto la nazione aveva (eccessivamente) accumulato per decenni.

La rivoluzione tecnica e narrativa di Quarto Potere

La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola.

Le riprese ebbero inizio nel giugno del 1940. Per circa un mese, Welles si barricò dentro gli studi di produzione comunicando alla RKO come stesse eseguendo dei “test di riprese”. In realtà, stava affinando la propria regia, lavorando sui particolari, ma allo stesso tempo portava a termine diverse sequenze già destinate al montaggio finale, e per questo aveva accanto a sé l’editor Robert Wise. Al termine di questo periodo iniziale, Schaefer e RKO rimasero impressionati da quanto Welles aveva fin lì realizzato.

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Ma era arrivato il momento di spingersi oltre. Welles si sentiva libero di filmare ciò che più desiderava, utilizzando tecniche di ripresa innovative: tra tutte, le inquadrature dal basso verso l’alto nelle sequenze principali ove apparisse il suo personaggio, per descriverne l’imponenza scenica e dare al pubblico un punto di osservazione originale. Le parti del racconto nel quale Thompson (sempre ripreso di schiena) conduceva la propria indagine erano invece caratterizzate da inquadrature dall’alto verso il basso, come se, idealmente, fosse proprio Kane ad ascoltare quanto avesse da confidare al giornalista chi lo aveva accompagnato durante la vita. Ma Orson cercava qualcosa di più: voleva dare un quadro d’insieme allo spettatore, un fotogramma dopo l’altro, perché nessun elemento in scena avrebbe dovuto essere tralasciato. Welles cercava la profondità di campo. Non esistevano, all’epoca, delle lenti che permettevano una messa a fuoco totale, sia sui primi piani che sullo sfondo. In effetti, anche le più grosse produzioni hollywoodiane non se ne preoccupavano più di tanto; ma Welles no, non poteva accettarlo. Così, grazie al contributo determinante del maestro della fotografia Gregg Toland, il regista ebbe il risultato sperato. Con il ricorso a lenti speciali e una straordinaria illuminazione dei teatri di posa, fu possibile ottenere il massimo contrasto e dare profondità a ogni sequenza: su tutte, è esemplificativa la scena del comizio elettorale di Kane, con Welles in primo piano e il cartellone che raffigura la sua immagine a giganteggiare sullo sfondo.

L’ulteriore sfida che Welles pose a sé stesso e che superò brillantemente fu quella dell’esposizione narrativa. Quarto Potere non avrebbe avuto un racconto lineare e un finale tradizionale. Al contrario: la storia sarebbe partita proprio dalla sua conclusione (la morte di Charles Foster Kane), sarebbe proseguita con il viaggio di Thompson e i numerosi flashback suggeriti dai personaggi che egli avrebbe incontrato, per chiudersi ancora nel maniero di Xanadu (Candalù nella versione italiana), nel fulcro dell’impero decadente del tormentato protagonista. Mankiewicz e Welles stravolsero così i canoni hollywoodiani anche dal punto di vista dello sviluppo del film, dimostrando come il cinema concedesse a ciascun autore possibilità immense, fino a lì ancora inesplorate.

Tra Mank e Quarto Potere

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Candidato a nove premi Oscar nella cerimonia del 26 febbraio 1942, Quarto Potere ottenne appena una statuetta: proprio quella per la miglior sceneggiatura originale di Herman J. Mankiewicz e Orson Welles. Fu, soprattutto, un riconoscimento alla carriera per l’autore newyorkese, dopo anni di grande lavoro negli Studios hollywoodiani, sebbene ne fosse quasi al di fuori già da qualche tempo. Il film ottenne buone critiche, ma non ebbe un grande successo di pubblico, almeno inizialmente. Probabilmente le tematiche dell’opera non suscitarono il clamore che ci si potesse attendere, ma di questo gli ultimi a crucciarsene furono le altre major cinematografiche, tra cui Warner Bros., Paramount e Metro-Goldwyn-Mayer. Nessuna tra loro avrebbe voluto distribuire nelle proprie sale una pellicola che corrispondeva a un attacco diretto contro una personalità del calibro di William Randolph Hearst, troppo potente e troppo influente anche per dei colossi. Un potenziale scandalo che nessuno avrebbe voluto alimentare ulteriormente, e certamente non poteva bastare proclamare (fintamente) che quello raccontato nel film non fosse il mondo che ruotava attorno al magnate, specchio di un’America aggrovigliata su sé stessa. Pare che a RKO fosse stata offerta una cifra significativa (ben oltre la semplice copertura delle spese di produzione) per fermare sul nascere l’uscita del film. Ma Schaefer non accettò, sfidando la concorrenza e i mugugni di Hollywood. Infine, nemmeno Hearst riuscì a bloccare Quarto Potere, e probabilmente non volle nemmeno farlo fino in fondo, confidando in una tiepida accoglienza degli spettatori.

Ma Welles, in qualche maniera, ne pagò comunque il prezzo. Nella sua carriera non avrebbe mai più avuto la piena libertà creativa per la realizzazione di un film e, sebbene abbia impreziosito l’arte cinematografiche con altre pellicole di rilievo, non avrebbe più toccato le vette autoriali raggiunte con Citizen Kane. Quello che Hearst forse sottovalutava era l’inevitabile giudizio storico nei suoi confronti e dell’epoca alla quale egli apparteneva. A distanza di ottant’anni, un altro film si sarebbe addentrato nel decennio che precedette l’uscita di Quarto Potere. Parliamo, ovviamente, di Mank.

Mank

Protagonista della stagione dei premi appena conclusa con le dieci candidature agi Oscar e le due statuette meritatamente ottenute (per la splendida fotografia di Erik Messerschmidt e per le scenografie di Donald Graham Burt e Jan Pascale), il film diretto da David Fincher e scritto dal padre del regista, Jack, rende omaggio alla Hollywood che visse il passaggio dal muto al sonoro e che esplose nella sua magnificenza nella cosiddetta Golden Age delle star e delle grandi produzioni. Mank può vantare un impianto narrativo solido, frutto del lungo lavoro dello sceneggiatore che il figlio omaggia splendidamente, come se egli avesse creato lo script battendolo a macchina: esattamente come accadeva nel 1940, anno in cui Herman J. Mankiewicz realizzò la stesura di Citizen Kane.

E, infatti, tra narrazione lineare (tutta nell’arco di due mesi) e – ancora una volta – mirabolanti flashback che ci riportano agli anni ’30 di Hollywood, il film diventa una ricostruzione eccezionale del periodo in cui gli Studios dominavano la scena pubblica ed era naturale conseguenza la concentrazione di poteri che in esse convergevano: tra regole formali intransigenti, la ripresa dalla crisi economica del ’29, il progresso tecnologico e una maggiore possibilità creativa, ma anche forti interessi politici, l’avanzata socialista, lo spauracchio comunista e manovre segrete e inconfessabili nelle stanze dei bottoni.

Mank Gary Oldman David Fincher

In Mank, dunque, non è più così intrigante scoprire quanto Orson Welles abbia effettivamente preso parte alla realizzazione della sceneggiatura del suo capolavoro, se l’abbia semplicemente riadattata prima delle riprese o se essa sia stata – come il film propone – interamente frutto del talento di Mankiewicz. Ma è tutto ciò che ruota attorno ad Herman, incluso il giovane genio, a essere oggetto di approfondimento; e, del resto, la creazione di Quarto Potere non è che uno dei tanti accadimenti che hanno reso irripetibile quell’epoca, dove forse nulla è come appare. Nello storico script di Citizen Kane, Mank (diminutivo con il quale Herman veniva chiamato a Hollywood) inserì situazioni e figure ispirate dalla realtà che egli stesso aveva vissuto, pur non ammettendo che fosse realmente così. Ma il disprezzo profondo che l’autore (interpretato magistralmente da Gary Oldman) nutriva per quell’ambiente ipocrita, ultraconservatore e reazionario lo portò progressivamente ad esserne estromesso. Dopo aver avviato un’inevitabile parabola discendente, a porgergli inaspettatamente la mano fu proprio il giovane Orson Welles, il quale gli offrì l’opportunità di disegnare un affresco che avrebbe fatto la storia del cinema.

È davvero magnifico, quindi, poter affiancare due opere come Quarto Potere e Mank: entrambe offrono un ritratto storico di un periodo estremamente significativo, pieno di sfumature e contraddizioni, e suggeriscono al pubblico di osservare da diverse prospettive su quali presupposti l’America sia stata costruita. Ma è importante soprattutto apprezzare come il cinema non abbia mai smarrito la propria grandezza, riuscendo prima a imporsi come industria in evoluzione, grazie anche a cineasti come Welles, per ritrovare ancora adesso una magia antica con un approccio contemporaneo, come accade nel film firmato da Fincher. 

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