Denis Villeneuve: i migliori film del regista

di Francesco Grano
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Una scena di Dune

Classe ’67 il canadese Denis Villeneuve si muove agilmente tra due mondi: quello prettamente autoriale e quello più orientato verso il mainstream, senza disprezzare punte di entertainment blockbuster. Specializzato in corposi thriller, drammi e monumentali sci-fi, il regista ha fatto della sua carriera un vero e proprio marchio di fabbrica. Dopo la diffusione del nuovo trailer e con l’imminente anteprima del suo ultimo e attesissimo lavoro, Dune, prevista durante la 78a Mostra del cinema di Venezia e la successiva uscita nelle sale cinematografiche programmata per il 16 settembre in Italia (per poi uscire a ottobre in America), ripercorriamo l’intera filmografia del regista, scoprendo insieme quelli che sono i migliori film di Denis Villeneuve.

9. Un 32 août sur terre (1998)

Esordio alla regia di un lungometraggio, dopo aver sperimentato con diversi cortometraggi, Un 32 août sur terre è il battesimo del fuoco per Denis Villeneuve. Un dramma a tratti surreale che tuttavia porta con sé un messaggio profondo. È la storia di Simone, rimasta coinvolta in un gravissimo incidente automobilistico. Questa drammatica esperienza la sospinge a rivedere la sua esistenza, dandole un senso compiuto. Così decide di concepire un figlio, scegliendo come padre il suo migliore amico, Philippe, il quale accetta ma a una condizione: il concepimento deve avvenire nel deserto di Salt Lake City. Un film sulle seconde possibilità, sulle rinascite, sulle svolte della propria vita considerata, a volte, sbagliata. Un 32 août sur terre è il primo passo di una carriera in ascesa verso il gotha dei grandi nomi della regia contemporanea.

Un frame di Un 32 août sur terre

8. Blade Runner 2049 (2017)

Girare il sequel di un vero e proprio cult degli anni Ottanta come il Blade Runner di Ridley Scott? Per Denis Villeneuve la risposta è: sì. Nel 2049 i replicanti sono stati, completamente, integrati all’interno della società umana. Tuttavia al blade runner K, androide di ultima generazione, è affidato il compito di trovare gli ultimi replicanti ribelli di tipo Nexus. Ed è proprio dopo l’eliminazione di uno di questi che K fa una sconvolgente scoperta: in un baule sepolto rinviene lo scheletro di una replicante Nexus donna. Le analisi forensi confermano che l’androide in passato ha partorito. Sempre con più interrogativi, K inizia una personale indagine. Blade Runner 2049 è il più che degno e ottimo sequel del prototipo originale. Certo, manca di una certa atmosfera retro e, parimenti, di momenti di profonda analisi esistenzialista. Tuttavia, Blade Runner 2049 è uno spettacolo per gli occhi e le menti degli spettatori. Un kolossal di quasi tre ore di durata capace di intrattenere, divertire e tenere alta la tensione con momenti pervasi da scoppi di brutalità e azione nuda e cruda.

Una scena di Blade Runner 2049

7. Maelström (2000)

Seconda prova registica per Denis Villeneuve, Maelström continua il percorso di analisi dell’animo umano iniziato con Un 32 août sur terre. Anche qui, un incidente automobilistico segna il destino della protagonista Bibiane, che investe e uccide un pedone. Con una vita già difficile e ora oppressa dai sensi di colpa, la ragazza tenta di togliersi la vita gettandosi in un fiume. Salvata miracolosamente, Bibiane viene a conoscenza del nome della vittima e, per di più, ne conosce il figlio, innamorandosene. Dramma sui generis, la particolarità di un’opera seconda come Maelström risiede non tanto nella messa alla berlina dei tormenti esistenziali della protagonista, quanto dal punto di vista narrativo adottato: l’intera vicenda, infatti, viene raccontata da un pesce che, lentamente, va in decomposizione.

Marie-Josée Croze in Maelström

6. La donna che canta (2010)

Alla sua quarta regia, Villeneuve incrocia la storia con la fiction, mettendo in scena La donna che canta. Liberamente adattato dalla pièce teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, La donna che canta è un atipico road movie che si incrocia con il dramma e il film di guerra. Jeanne, figlia della defunta Nawal Marwan, non solo viene a conoscenza di avere un fratello di cui né lei né suo fratello Simon erano a conoscenza ma, parimenti, scopre il triste ed estremo passato della madre segnato dalla guerra, dalla violenza e da indicibili torture. Al pari di Polytechnique l’opus n. 4 di Villeneuve si conferma come un lungometraggio per stomaci forti: non tanto per le scene intense bensì per il disarmante pathos emotivo di cui è pervaso. Villeneuve pone come sfondo d’azione della trama, anche se in maniera romanzata, la guerra in Libano, consegnando allo spettatore le atrocità di un conflitto in cui l’uomo è stato capace di dare il peggio di se stesso.

Lubna Azabal in La donna che canta

5. Enemy (2013)

Nello stesso anno di Prisoners Denis Villenuve torna, momentaneamente, in Canada per adattare sul grande schermo il romanzo L’uomo duplicato di José Saramago. Il risultato finale è Enemy, spiazzante thriller psicologico all’insegna di eros e thanatos. Adam Bell è un professore di storia apatico e anonimo la cui relazione con Mary sta naufragando. Un giorno, a mensa, Adam intrattiene una conversazione con un suo collega, il quale gli dice che in un film visto di recente c’è un attore identico a lui. Incuriosito, Adam noleggia il film: ciò che vede mette a dura prova la sua mente e, da quel momento, l’ossessione prende il sopravvento. Enemy è uno di quei prodotti che sa come distinguersi dalla massa: senza neanche una goccia di sangue, il sesto lungometraggio di Villeneuve inquieta profondamente, mettendo lo spettatore davanti alla deriva esistenzialista dell’uomo contemporaneo incapace di essere pienamente soddisfatto da ciò che è e da ciò che lo circonda. Magistrale thriller con uno dei più imprevedibili jump scare della storia del cinema.

Jake Gyllenhaal in Enemy

4. Arrival (2016)

Altro fondamentale cambio di registro nella filmografia dell’autore canadese. Sulla Terra compaiono dodici astronavi provenienti da un altro mondo. Le autorità militari e i governi non sanno il perché di questa pacifica invasione. Messa in piedi una task force scientifica di cui fanno parte la linguista Louise Banks e il fisico teorico Ian Donnelly, questi ultimi due tentano un approccio comunicativo con gli esseri presenti nelle astronavi. In realtà i misteriosi visitatori portano un messaggio di salvaguardia per l’umanità. Arrival è con molte probabilità il film più poetico dell’intera opera villeneuviana. Tratto dal racconto Storia della tua vita risulta troppo riduttivo etichettarlo come film di fantascienza poiché è molto di più: è un viaggio esperienziale tra sentimenti, dolori, speranze, tra la possibilità di scegliere e, così, vivere la vita che ognuno vorrebbe per sé. Un film pacifista, che fa bene al cuore e all’anima, con un forte messaggio ecologico sulla salvaguardia del nostro pianeta.

Una scena di Arrival

3. Sicario (2015)

Sicario rappresenta una vera e propria frattura con la produzione villeneuviana. A metà strada tra thriller e action con picchi da film bellico, il settimo lavoro del regista canadese è la messa in immagini di una guerra di confine, quella contro il narcotraffico combattuta tra Stati Uniti e Messico, una missione alla quale prende parte, seppur riluttante, l’agente speciale dell’FBI Kate Macer. Tra scorte, raid e agguati, la donna si fa responsabile di gesti e situazioni al limite della legalità. Nonostante il cambio di rotta, Sicario mantiene intatta l’aura di autorialità che Villeneuve ha dato a tutti i suoi film. Violento e crudele, Sicario contiene sequenze da antonomasia e allo stesso tempo scene forti impossibili da dimenticare. È un mondo cattivo, marcio e spietato quello ritratto qui da Villeneuve: un mondo di lupi in cui, per sopravvivere, devi essere uno di loro.

Emily Blunt è Kate Macer in Sicario

2. Prisoners (2013)

Con Prisoners il regista “abbandona” l’amato Canada per approdare nella terra a stelle e strisce, in cui ambienta le vicende poste al centro di questo crudo e angosciante thriller. La vita della famiglia Dover viene messa sottosopra quando, il Giorno del Ringraziamento, la piccola Anna scompare nel nulla insieme a Joy, la figlia degli amici e vicini Birch. Arrestato un primo sospetto ma poi rilasciato Keller Dover, non convinto, lo sequestra sottoponendolo a orribili torture, fisiche e psicologiche, affinché dica dove si trovano le bambine. Una storia che più nera non si può. Un “viaggio” negli Stati Uniti di provincia cupi, disperati, paurosi. In Prisoners si assiste a quel lento e, per certi versi, inevitabile processo di metaformosi già posto in opere come Cane di paglia, ossia la trasformazione da vittima a carnefice. Tra indizi fuorvianti, enigmi e gesti di extrema ratio, Prisoners è un lungometraggio monumentale in cui messa in scena e interpretazioni lasciano senza fiato.

hugh Jackman, Terrence Howard e Paul Dano in Prisoners

1. Polytechnique (2009)

Un vero e proprio pugno nello stomaco, un’annichilente ricostruzione capace di lasciare profondamente turbati e sconvolti a fine visione. Polytechnique è il terzo lungometraggio di Denis Villeneuve il quale, proprio grazie a questa opera scomoda quanto necessaria, è riuscito a consacrarsi, definitivamente, a livello internazionale uscendo dai semplici confini canadesi. Dal taglio fortemente documentaristico e volutamente girato in un pregevole, ricercato e abbacinante B/N, Polytechnique è la ricostruzione di un ordinario giorno di follia, quello attuato dallo studente Marc Lépine all’interno del Politecnico di Montréal il 6 dicembre del 1989. Un massacro paurosamente programmato e messo in atto con estrema follia: 28 persone colpite, di cui 14 vittime erano donne. Non a caso, a livello storico, può essere riconosciuto come il primo femminicidio di massa. Opera tanto forte quanto obbligatoria, Polytechnique è un vibrante e sentito manifesto d’accusa, disarmante, scioccante, che merita il dovere di essere visto.

Una drammatica scena di Polytechnique

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