A Classic Horror Story e il bisogno di cinema horror in Italia

di Matteo Maino
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Un'immagine da A Classic Horror Story

Da mercoledì 14 luglio è disponibile su Netflix un film horror italiano. Si chiama A Classic Horror Story ed è diretto da una coppia di registi formata da Roberto De Feo (già autore di The Nest) e Paolo Strippoli. Presentato in anteprima al Taormina Film Fest, dove ha portato a casa il premio per la Migliore Regia, questo film ha fatto subito parlare molto di sé, attirandosi le luci della ribalta.

Il motivo è presto detto: il cinema di genere in Italia, ma soprattutto l’horror, è una creatura in via d’estinzione. Nonostante qualche scintilla che ciclicamente ricompare, esaltando gli appassionati cinefili pronti a parlare di “rinascita”, ma che non trova sviluppi ed evoluzioni. Il film disponibile su Netflix ha dimostrato che si ha ancora bisogno di cinema horror in Italia. E prova anche a chiedersi perché questa paventata rinascita continua a non avvenire.

Attenzione: non procedete nella lettura se non avete visto il film. Saranno presenti numerosi spoiler.

Un horror italiano è possibile

Non possiamo che affrontare A Classic Horror Story separando le due parti del film: quella iniziale e quella dopo il colpo di scena che ribalta completamente il senso dell’opera. L’impatto di questo film horror è perfetto: dal sapore internazionale, A Classic Horror Story sembra provenire direttamente dagli anni Settanta. La fotografia e la colorimetria ci trasportano in un mondo rurale che affascina. È la dimostrazione che anche nel nostro Paese è possibile, grazie al talento creativo e alla regia, mettere in scena il paesaggio locale trasformandolo. È ciò che deve fare il cinema: distorcere la realtà, creandone una nuova.
Tenendo fede al titolo, il film di De Feo e Strippoli si basa in gran parte sugli stereotipi e sugli archetipi dei film horror: dai classici come Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper a nuove pietre miliari come Midsommar di Ari Aster.

E funziona. Una volta persi nel bosco, i protagonisti dovranno cercare di sopravvivere dai seguaci di riti legati alla ‘ndrangheta come quelli di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Un’idea vincente che inserisce il folclore italiano all’interno di una narrazione orrorifica, una scelta su cui bisognerebbe puntare molto di più. In questa prima parte del film, nonostante qualche omaggio e citazione di troppo, il film funziona alla grande e fa veramente pensare che sì, un horror italiano è possibile. Non un horror all’acqua di rose, ma uno di quelli cattivi e truculenti che piacciono agli appassionati, inserendosi nella ricca tradizione di storie e miti italiani. È la dimostrazione che spesso il vero problema nel realizzare questa tipologia di film in Italia è legata a dei pregiudizi che, con fatica, vanno sradicati.

Un'immagine da A Classic Horror Story

Contro i pregiudizi

“Gli italiani non sanno fare gli horror. Non è cosa per loro”. Questo è un commento che si trova in un’immagine pubblicata dallo stesso regista nel suo profilo Facebook per presentare il film e fa parte di quei pregiudizi, abbastanza sfiancanti, di cui parlavamo sopra. Ironico pensare che proprio il cinema italiano abbia conosciuto un periodo aureo negli anni Sessanta e Settanta proprio grazie ai generi: Mario Bava, Riccardo Freda, Dario Argento, Lucio Fulci (giusto per dirne qualcuno legato all’horror), registi che hanno ispirato personalità come Tim Burton o Quentin Tarantino. Il problema, semmai, è stata una mancanza di fiducia via via sempre maggiore da parte dei produttori, a partire dalla fine degli anni Ottanta, che ha avuto ripercussioni su quella del pubblico.

Eppure, a vedere alcuni degli omaggi presenti all’interno di A Classic Horror Story si ha la dimostrazione di come un inquietante pranzo all’aperto possa funzionare lo stesso ambientato in Svezia o in Italia. O di come alcuni fantocci tra i boschi possano risultare terrificanti anche se provengono dal nostro Paese e non dalla foresta della strega di Blair. Proprio grazie all’uso di questi stereotipi del cinema di genere, A Classic Horror Story intavola un discorso che, con la seconda metà del film, si fa molto più esplicito, puntando criticamente il dito contro un pubblico pigro. Un pubblico che ha perso la voglia di scoprire e incuriosirsi, impaziente di arrivare ai titoli di coda, interessato ai film in quanto a prodotti di consumo rapido per poter farsi notare sui social. 

Un'immagine da A Classic Horror Story

Mettere in scena l’orrore

Il colpo di scena che apre il terzo atto del film ribalta tutto ciò che avevamo visto finora, dandoci un ulteriore significato. La classica storia dell’orrore del titolo era così derivativa e citazionista proprio perché una creazione, in stile snuff movie, di uno studente di cinema. Il cinema è una cosa seria. Fare cinema horror lo è ancora di più. Appare quindi naturale e pregno di significato questo déjà-vu filmico. Stiamo assistendo al prodotto di un ragazzino che vuole seguire i suoi idoli cinematografici, si crede un genio talentuoso e dà vita a brutte copie di poco valore di quelle opere che stima. A Classic Horror Story mette di conseguenza in scena un duplice orrore: quello fittizio dei predatori e poi quello reale della vendetta.

Peccato che in questo gioco tra intelligenza, ironia e autoironia, il tutto non corrisponda a un cambio di registro stilistico. Era richiesta una cesura più netta tra il film di Fabrizio e quello di Roberto De Feo e Paolo Strippoli: tanto elegante, lenta, atmosferica e trattenuta nel mostrare la violenza esplicita nella prima parte, quanto un’esplosione più realistica e brutale nella seconda parte. Anche perché il film vuole sottolineare come, alla fin fine, siamo circondati dall’horror. Denigrato e allontanato nel settore cinematografico, i media sembrano invece vivere di horror. Le immagini con cui veniamo bombardati costantemente, tra risse, violenza, morti e incidenti, in qualche modo ci hanno anestetizzato alla vista del sangue. Strano che proprio questo genere cinematografico trovi vita difficile, come se il pubblico non fosse pronto o preparato per tutto questo.

Un'immagine da A Classic Horror Story

Un finale tagliente

D’altronde, mostrandoci la reazione di alcuni bagnanti sulla spiaggia alla vista di una donna insanguinata, pronti a tirare fuori lo smartphone, A Classic Horror Story ci mostra che, in qualche modo, siamo tutti registi di film horror. Posti dietro l’occhio della macchina da presa, interessati a guardare in maniera voyeuristica, più che a diventare attori e aiutare. Una mancanza di empatia che si riflette anche nel modo in cui fruiamo ogni tipologia di audiovisivo. La scena dopo qualche cartello nei titoli di coda vuole sottolineare quest’aspetto, prestando però il fianco a un eccessivo didascalismo. E, ancora peggio, a una generalizzazione che rischia di confermarne i pregiudizi.

Il film mette alla berlina la velocità con cui si usufruisce del film, nel modo in cui si giudica senza vederlo, criticando la troppa superficialità dello spettatore. Il problema vero di quest’ultima stoccata è capire a chi si rivolge. Al pubblico generalista di Netflix che, come sagacemente viene mostrato, non ha la pazienza necessaria a guardare tutto il film? All’appassionato di horror, che già si sente parte di un’élite e che, all’interno di questa “storia classica dell’orrore”, ha ritrovato sin troppe citazioni e un messaggio finale non particolarmente originale? È una critica che punta il dito, ma senza indicare un vero colpevole. Nonostante il talento registico dimostrato, l’eleganza formale e la cura nella messa in scena (senza dimenticare la bravura del cast), A Classic Horror Story è un film arrabbiato, ma fatica a rivolgere le urla verso un pubblico preciso. 

Un'immagine da A Classic Horror Story

Saziateci di orrore

Generalizzare sotto quest’aspetto è quasi come partecipare allo stesso gioco dei pregiudizi che tanto infastidiscono. Pregiudizi che possono essere risolti solo sorprendendo e provando a costruire. Non ergendosi superiori a un pubblico che richiede proprio la semplicità. Non che il cinema di genere debba risultare solo mero intrattenimento, ma è essenziale appagare a un livello più viscerale gli spettatori: divertire oltre che criticare. È proprio nella definizione stessa di “genere”. La sensazione, invece, è che il meccanismo giocoso del film si sia incastrato da qualche parte. Sembra che sì, il cinema horror italiano si potrebbe fare, ma mai in maniera genuina. Sembra che la colpa sia sempre del pubblico pigro, generalizzando e facendo di tutta l’erba un fascio, e mai dei realizzatori. Ma come può essere ripagata la fiducia verso un prodotto horror se poi ci si sente in qualche modo accusati o insoddisfatti?

Oltre alla Classic Horror Story sarebbe il momento di creare delle Atypical Horror Stories, in modo da accogliere nuovi spettatori e nuovi fan del genere. In modo da poter finalmente dire, senza bisogno di critiche, che non solo possiamo realizzare cinema di genere, ma siamo ancora i migliori nel farlo. Possiamo farlo e dobbiamo farlo. Basterebbe notare come A Classic Horror Story abbia attirato su di sé un’attenzione rara e preziosa.
C’è bisogno di horror italiano. Non lasciateci affamati.
Saziateci.

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