I migliori giocatori di scacchi di sempre

di Francesco Pugliese
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Ve lo diciamo subito. Nell’iniziare a dirvi quali sono i migliori giocatori di scacchi di sempre sappiate che non troverete proprio tutti i vostri preferiti. Forse non ci saranno nemmeno i migliori secondo la logica pragmatica dei trionfi e dei record. Sicuramente, però, troverete, per diversi motivi, cinque miti degli scacchi. Tralasciando quello che, per ora, è il più forte: il mostruoso, incontrastato re attuale, Magnus Carlsen. Per lasciarlo ancora un po’ alla prova del tempo, prima di entrare nel mito.

Aleksandr Alechin (1892-1946)

Un ritratto di Aleksandr Alechin

Nato in Russia e naturalizzato francese, di Aleksandr Alechin basterebbe la concezione degli scacchi a classificarlo come un affascinante dio degli scacchi. “Gli scacchi, per me, non sono un gioco ma un’arte. Sì, e mi prendo tutte quelle responsabilità che un’arte impone ai suoi seguaci.” Tra queste (ir)responsabilità c’era l’alcol. La sua dipendenza dall’alcol si intrecciò con la sua carriera professionista, ma la intaccò solo parzialmente: perse il titolo nel 1935, ma lo riconquistò nel 1937, detenendolo fino alla morte. Il suo capolavoro fu battere il cubano Raoul Capablanca nel 1921, la “macchina umana”, che in dieci anni non aveva mai perso una partita: divenne in quell’occasione il terzo campione del mondo. Anche (esagerate) accuse di collaborazionismo per la Germania nazista, un antisemitismo spiccato e una generale misantropia ne fanno sicuramente una figura grandiosa e tragica.
Non si pensi però al banale dittico “genio e sregolatezza”: il talento di Alechin è invece faticosissima costruzione tecnica, esercitazione maniacale. Per lui gli scacchi sono una dipendenza come l’alcol: qualcuno ha visto anche una morbosità clinica nel suo approccio (“il sadico degli scacchi”, lo definì lo scacchista e psicoanalista Reuben Fine). Il suo stile di gioco è però davvero quello di un attaccante feroce e dal piano strategico di grande – e incomprensibile – complessità, in grado di generare incubi negli avversari, come un incendio indomabile. Botvinnik disse appunto di Alechin che aveva una “immaginazione inestinguibile”. Giocare contro Alechin doveva probabilmente suscitare deliri da alcol nei suoi avversari…

Michail Tal (1936-1992)

Un ritratto di Michail Tal

Michail Tal fu soprannominato “il mago di Riga” (l’attuale capitale lettone, allora città russa). Il suo gioco appariva proprio come uno stupefacente gioco di prestigio: un rompicapo ricco di meraviglie, ma che, risolte tutte le combinazioni, lasciava l’idea al difensore che forse sarebbe stata possibile una confutazione. Lui stesso ammetteva che spesso i suoi sacrifici (la cessione di materiale per lui non era un problema: persino la Donna) non erano necessariamente corretti: ma non è facile trovare una risposta quando si ha la sensazione di un fulmine che cade sulla scacchiera! Questa sua spettacolarità gli procurò folle di ammiratori ma anche avversari… superstiziosi! L’americano Paul Benko, per rispondere allo sguardo magnetico di Tal, indossò degli occhiali da sole alla scacchiera: con il suo senso dell’umorismo russo, Tal se ne fece prestare un paio da Petrosjian. Il pubblico rise e anche lo stesso Benko… almeno finché non abbandonò la partita. Raggiunse l’apice battendo il “patriarca russo” Botvinnik: come in tutte le grandi sfide scacchistiche, anche questa era una sfida di opposti. La creatività raffinata di Tal ebbe la meglio sulla mentalità scientifica di Botvinnik (un vero e proprio pioniere anche del connubio scacchi e macchine); perse però la rivincita contro lo stesso avversario, di cui ironicamente disse: “Botvinnik ha capito il mio gioco meglio di me”. La sua carriera non fu più la stessa, per gravi problemi fisici e una scarsa disciplina. Come disse Kasparov, sembrava davvero che i suoi pezzi guadagnassero “tempi” senza un motivo apparente. E questa magia, il suo senso di iniziativa, è il dono che ancora oggi ricordiamo di Tal, che amava dire: “Se si aspetta che intervenga la fortuna, la vita diventa noiosa”.

Garry Kasparov (1963)

Un ritratto di Garry Kasparov

Il più vincente tra queste cinque leggende e probabilmente il più forte. Erede di una tradizione scacchistica che sembra rivivere in lui, Garry Kasparov è stato anche un innovatore pronto a ogni nuova sfida. La “bestia di Baku” – come lo soprannominarono gli avversari – ha dimostrato un agonismo feroce dentro e fuori dalla scacchiera. A soli 22 anni, da attaccante indomito e irruente, diventa il più giovane Campione del mondo battendo Karpov, il campione “allineato” e il re del gioco di posizione; vince dopo aver preso la più importante delle lezioni proprio alla scacchiera, nei primi incontri del match: per vincere serve essere il migliore anche nell’accuratezza strategica. Lui, che si definirà sempre un “ribelle in posizione di forza”, vincerà contro Karpov le quattro difese del titolo successive e darà battaglia anche alla Federazione scacchistica, creando una scissione. Dopo altre difese, cederà il titolo solo nel 2000 e da lì si ritirerà (tranne qualche apparizione sporadica) dal mondo scacchistico, tra lo stupore generale. Di lui si ricordano anche i due match con Deep Blue (il secondo, nel 1997, rimasto celebre per la “sconfitta dell’umanità” giunta all’ultimo game), ma anche la nuova sfida alle macchine: nel 2003, come paladino della creatività umana, resisterà per due match (2-2 e 3-3, sarà l’ultimo campione a non perdere contro software di livello altissimo in incontri ufficiali); poi il suo interesse per l’IA di ultima generazione sfocerà in un’“alleanza”. Da innovatore, Kasparov però non può stare fermo: ha aperto una scuola internazionale per talenti scacchistici, ma soprattutto ha intrapreso una sua grande sfida contro Putin (e poi Trump), facendosi baluardo di democrazia come voce libera. La sua grandezza sta nell’aver dato una continuità – unico ad esserci riuscito – agli scacchi e alla vita: “Mi sono lasciato alle spalle l’unica vocazione che abbia mai avuto e ora ho davanti a me nuove mete e nuove persone. Ma per quanto all’inizio mi sentissi disorientato, il mondo degli scacchi mi ha preparato ad affrontare al meglio questa nuova fase. Dopo aver sconfitto un Olimpo di campioni, mi stupirei se a intimorirmi fosse un semplice tenente colonnello del KGB”.

Judit Polgár (1976)

Un ritratto di Judit Polgár

Fermi tutti: qui abbiamo la vera, indiscussa regina di scacchi. A differenza degli altri giocatori citati, Judit Polgár non riesce ad arrivare al titolo, ma per 26 anni consecutivi è la donna in posizione più elevata (e unica nella top 100). Ecco, questo incipit non sarebbe piaciuto a Judit, che, fin da giovane, non ha mai voluto partecipare a match “di genere”, trovandoli discriminanti… e ha fatto bene: ha battuto almeno una volta tutti i più recenti Campioni del mondo. Nel 1991, a soli 15 anni, pretese di giocare nella squadra olimpiaca maschile. Ultima di tre sorelle educate con lo stesso metodo, pare fosse la più lenta ad apprendere, ma anche la più tenace. Ad ogni modo, già da giovane, demolisce molti record (tra cui quello di Grande Maestro più giovane). Il suo gioco da attaccante senza compromessi, ricco di memoria scacchistica e novità teoriche, sin dai suoi 12 anni ha dato origine a molte “crushing victories” spiazzanti per i suoi avversari. A tal proposito, dirà: «Non sono mai riuscita a battere un uomo sano. Dopo aver perso, chi dichiarava di aver avuto mal di testa, chi dolori di pancia…». La sua incredibile ascesa è riuscita a far cambiare idea anche a Kasparov sulla competitività delle donne negli scacchi: “Se ‘giocare come una ragazza’ ha un significato negli scacchi (uno sport che conta pochissime donne tra i suoi seguaci), in base al suo modo di giocare deve significare ‘assalto inesorabile’». Allo stesso Kasparov, Judit ha confessato che un grande cambiamento portato da lei nel mondo degli scacchi… è che ora gli uomini non possono più usare i servizi riservati alle donne nei tornei!

Robert James Fischer (1943-2008)

Un ritratto di Robert James Fischer

Per tutti Robert James Fischer detto Bobby è il mito degli scacchi, la stella ineguagliabile capace di esplodere dal nulla e poi nel nulla dissolversi (letteralmente). Il “lone genius” americano era quanto di più lontano si potesse immaginare dai disciplinati e collaborativi team di sovietici degli anni ’60 e ’70. L’anarchico sregolato Fischer, emarginato dalla sua stessa società, li batté tutti: una guerra fredda individuale.
Delle sue imprese quasi tutto è stato raccontato da cronache, libri, film. Ma le curiosità sulla sua vita non sono da meno. Nella leggendaria finale di Reykjavik (1973) col campione russo Spasskij, pare ci volle la telefonata di Henry Kissinger per convincerlo a difendere il titolo, dopo aver perso il secondo incontro del match senza presentarsi (non erano state accettate alcune sue richieste). All’apice della sua carriera e della venerazione americana per lui, Fischer rifiutò di difendere il titolo (ancora una volta: non si era fatto a modo suo) e fu dichiarato decaduto dalla Federazione. Gli USA cominciarono a guardarlo con diffidenza. Scomparve per un ventennio, tra fantomatici avvistamenti, interventi radio misteriosi e deliri sempre più frequenti (soprattutto di misoginia e antisemitismo). Raccontò poi di essere stato arrestato a Pasadena per vagabondaggio nel 1980 e torturato. Riapparve, per l’estasi dei fan, nel 1992 e ancora una volta non fu banale: volle giocare un match di rivincita contro Spasskij nella ex Jugoslavia massacrata dalla guerra. Il suo gioco era arrugginito, ma fu la conferenza stampa il vero evento del match: prese il documento di Bush che gli vietava di giocare in un paese sotto embargo e ci sputò sopra. Per gli USA diventò un nemico, con un mandato di arresto e continue richieste di estradizione. Nel 2001 ci fu l’esultanza per le “notizie meravigliose” dell’attacco di Al-Quaeda alle Twin Towers, per lui inevitabile nemesi della Storia che si ribella. Scomparve ancora per anni, quando nel 2005 fu arrestato all’aeroporto di Tokio e detenuto per 11 mesi. Gli USA non ottennero l’estradizione e l’Islanda, la terra del suo trionfo, gli concesse prima asilo e poi cittadinanza (come ultimo oltraggio alla sua patria, aveva rinunciato a quella americana). Si accentuarono però i suoi disturbi ossessivi e trascorse una vita ancora più solitaria, fino alla morte nel 2008. La sua incredibile vita, un sacrificio senza compenso in questo gioco, si riassume in due sue frasi: “Gli scacchi sono la ricerca della verità” e “l’unica cosa che mi interessa, sempre, è giocare a scacchi”.

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