Picasso: le 20 opere più famose

di Beatrice Paris
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Pablo Picasso

La storia di Pablo Picasso è quella di un artista che non si è mai accontentato. A soli quindici anni raggiunse la perfezione tecnica grazie agli insegnamenti del padre, maestro di disegno, ma non smise mai di imparare, di crescere e cambiare. Non si accontentò di uno stile o un colore, fu piuttosto un artista eclettico nella forma e nei contenuti. Amava le donne, soprattutto scomporle artisticamente sulla tela per cercarne l’essenza, proprio come un bambino che smonta i giocattoli per vedere come sono fatti. La sua vita fu come un percorso di esperienze di cui riuscì a far tesoro, il suo nome invece si legò indissolubilmente alla corrente artistica del cubismo, di cui è considerato il padre. In realtà la produzione di Picasso è molto più articolata e estremamente vasta, tanto che l’artista si è aggiudicato addirittura il Guinness World Record per essere il più prolifico di sempre: si stima che nel corso della sua carriera abbia completato circa 50.000 opere tra dipinti, incisioni, sculture e ceramiche. Per conoscerli meglio, dunque, ripercorriamo insieme la vita dell’artista, la sua lunga e difficile ricerca creativa, con le 20 opere più famose di Picasso, protagonista indiscusso e genio assoluto del Novecento.

1. Scienza e Carità

Pablo nacque nel 1881 a Malaga, in Spagna, dopo che la Rivoluzione Industriale diede alla borghesia occasione di affermarsi socialmente e diventare sempre più benestante. Da quel momento iniziarono ad essere sempre più richieste opere per ritrarre il progresso di quegli anni, così, influenzato dalle mode, Picasso realizzò Scienza e Carità. Nel 1897 venne esposta all’Esibizione Generale delle Belle Arti di Madrid dove, a soli quindici anni, dimostrò il suo enorme talento con un’opera la cui grandezza sta nell’attenzione ai dettagli: basti notare la differenza tra la mano rosea e salutare del dottore in netta contrapposizione con quella della paziente, quasi scheletrica e pallida. Proprio nel personaggio del dottore, simbolo di progresso, Picasso ritrasse suo padre, José Ruiz y Blasco, figura fondamentale grazie alla quale l’artista poté coltivare il suo talento e diventare il mito che noi conosciamo. Oggi però lo ricordiamo con il nome della madre, Maria Picasso y López, che piena di fiducia nei suoi confronti era solita incoraggiarlo. «Se farai il soldato, sarai generale; se diventerai monaco, sarai Papa» gli diceva.  Pablo fece il pittore e diventò Picasso.

 

2. La vita

Nuovo secolo, nuova città e soprattutto nuovo stile. Nel 1900 Picasso si trasferì a Parigi dove il colore divenne metafora della sua vita. Del resto considerava l’arte «una forma di magia che si interpone tra l’universo ostile e noi», come a dire che non può che derivare da una sensazione di disagio nei confronti del mondo che ci circonda, da una sottile, esistenziale sofferenza che alla fine ci porta ad esorcizzare le nostre paure. In questo caso, il dolore da elaborare era quello per la perdita dell’amico Carlos Casagemas, gettando Picasso in un momento difficile e di profonda tristezza che scelse di esprimere con il colore della solitudine, della miseria e del freddo: il blu. La Vita è il primo capolavoro di questo periodo, allegoria probabilmente delle fasi salienti dell’esistenza, nata come risposta naturale per esorcizzare la morte dell’amico.

3. Il vecchio chitarrista cieco

Il Periodo Blu di Picasso si protrasse fino al 1904, ritraendo sempre soggetti malinconici, poveri, oppressi ed emarginati, con i quali si identificava fortemente a causa della sua situazione. Il vecchio chitarrista cieco è un altro meraviglioso esempio di questo periodo: ritratto di uomo debole, curvo sulla sua chitarra che suona per le vie di Barcellona. I suoi occhi sono chiusi perché «la pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente», come a voler dire che per esprimersi non è necessario poi molto, persino la vista a volte è superflua. Gran parte della composizione è occupata dallo strumento musicale (la sua arte), unico elemento marrone in una tavolozza di grigi e blu, al quale l’uomo si aggrappa come se fosse la sua unica ancora di salvezza.

4. Famiglia di Saltimbanchi

«Quando finisco il blu, aggiungo il rosso». Nel 1905 arrivò finalmente un momento di gioia e distensione per Picasso, anche grazie all’incontro di Fernande Olivier con cui iniziò una relazione duratura. Qualcosa cambiò in lui e dal blu scelse di passare alla gioia del rosa e a soggetti come quelli di Famiglia di Saltimbanchi, considerato in assoluto il lavoro più bello ed interessante di questo periodo. I protagonisti sono membri di un circo itinerante in un luogo desertico, ma tutti differenti tra loro. Nonostante siano un gruppo, sembrano sconnessi e completamente isolati gli uni dagli altri. Probabilmente con questa scelta comunicativa volle rappresentare la condizione del gruppo di artisti e intellettuali al quale apparteneva. A suggerircelo è Arlecchino, dipinto sulla sinistra con le fattezze di Picasso stesso.

5. Ragazzo con pipa

Una delle immagini più iconiche della sua produzione è quella di un ragazzo parigino che tiene in mano una pipa e indossa una ghirlanda di fiori sulla testa. Picasso aveva 24 anni quando lo realizzò, ispirato da un ragazzino francese conosciuto come Petit Louis, che era solito frequentare lo studio dell’artista spagnolo. L’opera per come la conosciamo oggi nacque invece da un momento di improvvisa ispirazione, secondo il racconto di André Salmon: «Picasso aveva dipinto, senza un modello, l’immagine più pura e semplice di un giovane lavoratore parigino, imberbe e in tuta blu. Una notte, abbandonò la compagnia dei suoi amici e le loro chiacchiere intellettuali. Tornò nel suo studio, prese la tela che aveva abbandonato un mese prima e incoronò di rose la figura del ragazzino apprendista. Aveva fatto di quest’opera un capolavoro grazie ad un sublime capriccio.»

6. Ritratto di Gertrude Stein

Picasso strinse un rapporto di sincera amicizia anche con Gertrude Stein, alla quale dedicò il famoso ritratto oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York. Nel suo libro dedicato all’artista (Picasso, edito in Italia da Adelphi) la scrittrice americana racconta di come dovette posare per più di ottanta volte affinché il pittore fosse finalmente soddisfatto del risultato. Questa sua insoddisfazione probabilmente fu il sintomo di un imminente punto di svolta nella sua ricerca artistica: guardandolo attentamente possiamo già notare il suo latente interesse per l’arte primitiva, individuando le premesse del protocubismo di cui Les Demoiselles d’Avignon sarà l’opera più rappresentativa. Gertrude Stein, già allora, era assolutamente certa che Picasso fosse il più grande artista della sua epoca. In lui vedeva una figura rivoluzionaria destinata ad alterare l’arte per sempre e, con il senno di poi, è chiaro quanto fosse lungimirante.

7. Les demoiselles d’Avignon

Probabilmente la sua opera più importante, frutto di un complesso e faticoso percorso che passò per diversi mesi di schizzi e progetti preparatori. Con Les Demoiselles d’Avignon Picasso porta l’osservatore all’interno di un bordello, come una sorta di rottura della quarta parete in cui diversi piani prospettici si intersecano. Cinque donne si offrono allo sguardo dello spettatore come di solito fanno con i loro clienti, la particolarità però si nota soprattutto in quella accovacciata in basso a destra, voltata di schiena ma con il viso disposto frontalmente. Se nel mondo reale non si può vedere un oggetto da più angolazioni nello stesso momento, Picasso lo rese invece possibile sulla tela. Con quest’opera tramontò ufficialmente l’idea che l’arte debba imitare la realtà e – nel 1907 – nacque finalmente il Cubismo.

8. Tre donne

Il 1907 fu un anno decisivo per Picasso, con grandi cambiamenti sia per la sua carriera artistica che per la sua vita personale. In questo periodo strinse amicizia con Braque, artista con il quale sviluppò il cubismo fino a portarlo alle estreme conseguenze. Poi, ritiratosi fuori Parigi, iniziò a lavorare su dipinti influenzati dall’arte africana, che conosceva molto bene e di cui era un grande appassionato. Tra queste vi era Tre donne, oggi ricordato come uno dei suoi dipinti più interessanti e ambiziosi. Qui è chiaro come Picasso abbia assimilato e fatto proprie quelle maschere spigolose che spesso si recava a vedere nel Museo Etnografico di Parigi, anche se nel dipinto subirono numerose modifiche prima di arrivare al risultato finale ritenuto appena “soddisfacente” dall’artista. I corpi delle donne sembrano scolpiti nel legno, come se fossero uniti in un’unica dimensione e senza un disegno individuale, parte di un’unica scultura in cui sono legate fra loro in una danza sensuale che non ha soluzione di continuità.

9. Ritratto di Ambroise Vollard

Convinto dall’amica Gertrude Stein, nel 1910 anche Ambroise Vollard commissionò a Picasso un proprio ritratto. Popolare gallerista e proprietario di diverse opere importanti già all’inizio del Novecento, divenne protagonista assoluto di un quadro con tutte le caratteristiche tipiche del cubismo. Più che un ritratto tradizionale, mirava a mettere in risalto i punti focali del carattere del gallerista: dell’aspetto fisico sappiamo poco perché la composizione si basa su tante divisioni in reticoli che permettono di riconoscere a malapena la figura dell’uomo, ma gli elementi che si trovano sparsi nella composizione (come la bottiglia in alto a sinistra, il libro in alto a destra, il fazzoletto nel taschino e il giornale aperto al centro) aiutano certamente a tracciare un suo ritratto caratteriale.

10. Donna con mandolino

Il linguaggio pittorico di Picasso iniziò a diventare sempre più difficile da decifrare, soprattutto quando iniziò a spogliare le sue immagini della mera somiglianza con il reale. Quello di Picasso però non era lo stesso processo di eliminazione del soggetto che Wassily Kandinskij, per esempio, stava portando avanti nello stesso periodo. Qui l’opera non è del tutto priva di realismo. Come si può notare in Donna con mandolino, ritratto di Fanny Tellier, seppure il soggetto sia quasi del tutto irriconoscibile per via della divisione in tante piccole forme geometriche e sfaccettature angolate, è ancora possibile distinguere il movimento della protagonista mentre sta suonando (evidente soprattutto nelle spalle), nonché i contorni del corpo della donna rispetto all’ambiente circostante.

11. Ma Jolie

Nel 1912 il processo cominciato nell’opera precedente giunse alle sue estreme conseguenze con un altro ritratto pienamente cubista. In quest’opera dedicata a Marcelle Humbert, amante di Picasso nel periodo della sua realizzazione, l’artista creò qualcosa al limite della rappresentazione astratta e che, come nel caso di Ambroise Vollard, voleva esprimere la dimensione interiore del soggetto piuttosto che le sue fattezze fisiche. Scompose la donna in tante piccole parti e, attraverso schegge di chiaroscuro, la ripropose sulla tela osservata contemporaneamente da prospettive differenti. Il triangolo sottile al centro della composizione rappresenta la testa di Marcelle, mentre il piccolo gruppo di linee verticali richiama le sei corde della chitarra che lei sta suonando sulle note di Ma Jolie, popolare canzonetta del tempo e titolo dell’opera.

12. I tre musicisti

All’indomani della Grande Guerra, nel 1921, Picasso riprese i temi del suo periodo rosa applicandovi lo stile cubista con un gusto del colore quasi cartellonistico, sicuramente più brillante delle esperienze precedenti. I tre musici ne è un chiaro esempio, testimonianza anche del forte impatto della cultura italiana che l’artista spagnolo ebbe modo di assimilare durante un viaggio a Roma, Napoli e Pompei nel 1917. Qui infatti vediamo due personaggi tipici della commedia dell’arte (Pulcinella e Arlecchino) improvvisare un allegro terzetto musicale insieme ad un monaco. I tre musicisti sulla tela non sono però personalità astratte, ma hanno identità ben precise: nell’immagine del clarinettista l’artista ha interpretato quella dell’amico e poeta d’avanguardia Guillaume Apollinaire, il monaco è il poeta e artista francese Max Jacob, mentre l’arlecchino è (ancora una volta) lo stesso Pablo Picasso.

13. Donna seduta

Tra il 1926 e il 1930, mentre era nel Sud della Francia Picasso si dedicò a una serie di dipinti che il critico d’arte Christian Zervos rinominò tableaux magiques, i quadri magici di un artista che lui stesso vedeva come un mago. Vent’anni dopo Les Demoiselles d’Avignon e la nascita del Cubismo, Picasso propose una cinquantina di opere che, come vediamo in Donna seduta, hanno più di qualche elemento in comune con la produzione precedente: sono opere abitate da figure strane, con teste e corpi composti da piani e linee che si incrociano e si sovrappongono, volumi monumentali che sembrano in continua metamorfosi.

14. Ragazza davanti lo specchio

Picasso amava le donne ed ebbe diverse amanti nel corso della sua vita, come sarà ormai chiaro. Pur essendo sposato con la ballerina russo-ucraina Olga Stepanivna Khochlova, nel 1927 rimase colpito dall’allora diciassettenne Marie-Thérèse Walter che presto divenne sua amante e musa ispiratrice. Pochi anni dopo averla conosciuta (quando Picasso aveva cinquant’anni e lei appena ventidue) la ritrasse davanti ad uno specchio, simbolo della vanità femminile e paura dell’invecchiamento. Tra i dipinti a lei dedicati questo è l’innegabile capolavoro, raffigurante l’ingenua bionda dalle guance rosee mentre fissa nello specchio la sua futura sé, circondata da carta da parati con un motivo arlecchino. Quest’ultimo, tra i temi preferiti da Picasso, come metafora dell’onnipresenza dell’artista nella vita della ragazza.

15. Nudo, Foglie verdi e Busto

In questo periodo l’intenzione di Picasso era quella di mettere in luce la proprie capacità non solo per soddisfazione personale, ma anche per controbattere le innovazioni stilistiche di Salvador Dalì e Joan Miró che nel Novecento fecero molto parlare della loro arte. Così, nel 1932 Picasso iniziò a reinventarsi adottando uno stile che era la perfetta sintesi di tutte le sue esperienze pittoriche passate, includendo perfino il suo linguaggio scultoreo in pittura. In quest’opera, per esempio, propone ancora una volta Marie-Therese Walter che nuda si stende in tutta la metà inferiore del dipinto, mentre il suo seno adorna il piedistallo di una scultura che Picasso realizzò l’anno precedente. Le foglie dipinte sono di un filodendro, l’albero dell’amore, che Picasso era solito tenere in casa. Una dimensione onirica e simbolica che inizia a strizzare l’occhio al Surrealismo dei suoi rivali.

16. Il Sogno

La relazione extraconiugale con Marie-Thérèse Walter fu per Picasso un’essenziale fonte di ispirazione. In un solo pomeriggio la ritrasse sognante in uno dei dipinti più erotici mai realizzati, con colori brillanti e allegorie quasi barocche che rappresentano la personale sintesi tra Cubismo e Surrealismo dell’artista. Quest’opera, esteticamente straordinaria e ricca di simbologie, è un allusione al momento in cui l’inconscio prende il sopravvento e inizia un viaggio lontano dalla realtà cosciente, arrivando finalmente al superamento della distinzione tra sogno e realtà. Nel volto della ragazza Picasso nascose la sua virilità, un fallo in erezione come simbolo dell’erotismo che dominò le sue produzioni del periodo interbellico. Il tema è ripreso anche dalle mani, tenute naturalmente incrociate sul ventre di Marie-Thérèse mentre formano un triangolo come simbolo della sessualità femminile. Con Il Sogno Picasso riesce a superare ancora una volta i limiti della realtà, ma soprattutto sé stesso.

17. Guernica

Nel 1932 l’Europa visse l’ultimo anno di quella paradossale calma intrisa di tensione che era stato il primo dopoguerra. Di fatto, l’ascesa al cancellierato di Adolf Hitler in Germania l’anno successivo, segnò l’inizio di un clima di ostilità aperto già nel 1936 con la guerra civile in Spagna e culminato nel 1939 con l’invasione nazista della Polonia. Nella sua attività artistica, così come le dinamiche della sua vita personale, Picasso riflesse anche queste tensioni. Nel 1937, la guerra civile era in corso e nell’aprile dello stesso anno i giornali iniziarono a riportare la notizia di un bombardamento che rase al suolo la città basca di Guernica. Fu così che nacque la sua opera più famosa, nonché una delle dichiarazioni contro la guerra più commoventi di sempre: una madre che stringe il figlio neonato che non dà più segni di vita; un toro, simbolo del sacrificio nell’arena durante la corrida e che qui rimanda ad una scena della natività sconvolta dal bombardamento; una colomba, simbolo universale di pace, ma che qui è ferita. Un punto di non ritorno, non c’è fede, non c’è un Dio, ci sono solo le atrocità della guerra di cui questo dipinto rappresenta la forza devastante.

18. Donna che piange

In termini cinematografici si potrebbe pensare quest’opera come una sorta di sequel di Guernica. Se nella precedente descrisse l’ondata di distruzione, qui Picasso scelse di indagare le conseguenze emotive della guerra concentrandosi strettamente sulla donna che piange. In realtà realizzò una numerosa serie di questi ritratti che oggi sono esposti in diverse gallerie in tutto il mondo, ma la versione che risiede alla Tate Modern di Londra è chiaramente il culmine perfetto di questo sforzo: un’opera in olio su tela, che incorpora rosso, verde, bianco, giallo, blu e malva e che rappresenta in pieno lo stile angolare per cui oggi ricordiamo Picasso con tanto ardore.

19. Ritratto di Dora Maar

«Dopo Picasso soltanto Dio» diceva Dora Maar, musa e nuova amante dell’artista. Una giovane fotografa che iniziò la sua carriera nel 1930 nel laboratorio di Brassaï a Montparnasse esponendo in diverse gallerie di Parigi. Era il 1936 quando Picasso la vide per la prima volta, seduta tutta sola ai Deux Magots. In più di qualche occasione lei lo descrisse come un amante-padrone, lui invece come una “donna che piange”, per questo ritratta sempre triste, cupa, senza pensare che forse quella giovane piena di vita e di progetti l’avesse resa lui così, con i suoi tradimenti continui. La vediamo qui seduta, con il viso contemporaneamente frontale e di profilo secondo la lezione cubista, in uno spazio che sembra starle stretto. Forse, non solo lo spazio.

20. Donne Algerine

Nel 1952 Picasso conobbe Jacqueline Roque, sua ultima amante. Sin dal primo sguardo l’artista rimase incredulo per la somiglianza della ragazza con una delle donne nel dipinto di Eugene Delacroix, Donne Algerine (1832), tanto da decidere di interpretarlo con il proprio linguaggio. Spinto da questa ispirazione, nonché dalla volontà di onorare l’amico Matisse appena scomparso con un dipinto che ritraesse le odalische a lui care, nel 1954 iniziò a lavorare su questo tema. Del soggetto esistono quindici diverse versioni, la più nota delle quali è sicuramente la versione “O”: rispetto all’opera originale di Delacoix Picasso spostò alcuni personaggi e ne aggiunse di nuovi, come la donna sulla sinistra il cui volto è proprio di Jacqueline. Con lei creò un legame diverso, complice anche la sua età, destinato a spezzarsi solo con la morte del pittore nel 1973, alla veneranda età di novantun anni. Jacqueline fu l’ultima donna nella vita di Picasso, la sua ultima musa, ma anche l’ultima tappa della sua ricerca artistica.

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