Nel 2025 in Italia vivono più di 23mila centenari: ecco chi sono, dove abitano e perché vivono così a lungo.
In Italia superare i 100 anni non è più un evento eccezionale. I dati Istat aggiornati al 1° gennaio 2025 confermano una tendenza che si consolida anno dopo anno: nel Paese vivono oggi 23.548 centenari, oltre duemila in più rispetto al 2024. Solo nel 2009 se ne contavano poco più di diecimila. In quindici anni, il numero è più che raddoppiato, rendendo l’Italia uno dei Paesi più longevi al mondo. A influire è un mix di fattori: l’evoluzione delle cure mediche, l’aumento del benessere diffuso e una dieta mediterranea che continua a fare la differenza. Ma la longevità estrema resta ancora una rarità genetica. Ed è femminile.
La longevità è donna: chi arriva davvero oltre i cento anni
L’aumento dei centenari riguarda soprattutto le donne. Secondo Istat, l’83% dei centenari italiani è di sesso femminile, ma la forbice si allarga ulteriormente con l’età: tra chi ha più di 105 anni, 9 su 10 sono donne. Dopo i 110 anni, i casi sono ancora più sbilanciati: tra i più anziani d’Italia troviamo una donna campana di 115 anni e un uomo lucano di 111.

A contare non è solo l’età, ma anche lo stato civile. Dopo i 100 anni, la solitudine è la norma, soprattutto per le donne: l’86% è vedova. Gli uomini, grazie a un’aspettativa di vita generalmente più bassa, ma anche alla tendenza a sposare donne più giovani, risultano vedovi nell’80% dei casi, con una probabilità leggermente più alta di vivere la vecchiaia in coppia.
Dal punto di vista geografico, i centenari non sono distribuiti in modo uniforme sul territorio nazionale. In valori assoluti, la regione che ne conta di più è la Lombardia, seguita da Lazio ed Emilia-Romagna. Ma il quadro cambia se si considera il numero di centenari in rapporto alla popolazione residente. In questo caso è il Molise a guidare la classifica con 61 centenari ogni 100mila abitanti, seguito da Liguria (59,4) e Friuli-Venezia Giulia (55,4).
Tra le province, spicca ancora una volta Nuoro, in Sardegna. Il territorio è conosciuto a livello internazionale come una delle poche “Blue Zone” del pianeta: aree geografiche in cui si concentra un numero insolitamente alto di persone ultralongeve, grazie a una combinazione di fattori genetici, stile di vita attivo e forte coesione sociale.
Oltre i 105 anni: chi arriva e perché sopravvive così a lungo
Oltrepassata la soglia dei 105 anni, la scienza parla di élite biologica. Studi recenti hanno stimato che, a questa età, il rischio di mortalità si aggira attorno al 48% annuo, ma non cresce con l’aumento dell’età. Questo dato suggerisce che chi raggiunge tali traguardi possiede un patrimonio genetico fuori dal comune, capace di resistere all’usura del tempo in modo stabile.
Secondo i genetisti, a determinare la longevità estrema non è soltanto lo stile di vita. Dopo i 105 anni entrano in gioco meccanismi molecolari e cellulari che ancora oggi non sono completamente compresi. Chi supera il secolo lo fa grazie a un equilibrio fisiologico molto resistente, che coinvolge sistema immunitario, apparato cardiovascolare e stabilità cognitiva.
Gli studi condotti negli ultimi anni mostrano che la componente genetica diventa dominante solo dopo una certa soglia. Fino agli 85-90 anni, infatti, l’ambiente, l’alimentazione, la prevenzione e il contesto socioeconomico giocano un ruolo rilevante. Oltre, a fare la differenza sono mutazioni rare e stabili che proteggono dall’insorgere di malattie croniche e da processi degenerativi.
In questo senso, il caso delle Blue Zone come Nuoro o Ogliastra in Sardegna, ma anche Okinawa in Giappone e Ikaria in Grecia, conferma che genetica e contesto si potenziano a vicenda. Famiglie numerose, relazioni solide, cibo poco processato, poco stress e tanto movimento quotidiano sembrano favorire la selezione naturale dei longevi.
Il trend resta comunque in crescita. Se le condizioni sanitarie e nutrizionali continueranno a migliorare, è probabile che nei prossimi vent’anni la soglia dei 100 anni diventi una realtà sempre più comune anche tra gli uomini. Con nuove sfide per la sanità pubblica e per i modelli di welfare, chiamati a sostenere una popolazione sempre più longeva, ma non necessariamente più autosufficiente.
